“Cosa sarà” la cultura accessibile? Promuovere l’accessibilità culturale ad Arte Fiera di Bologna
Anche se come cooperativa Accaparlante sono più di 10 anni che ci occupiamo di cultura accessibile e quindi, in una sua diramazione, di scrittura leggibile e comprensibile, siamo rimasti stupiti quando Davide Ferri, il nuovo direttore di Arte Fiera di Bologna, ci ha chiesto di collaborare a un testo introduttivo da consegnare alle persone che entravano nei vasti padiglioni della mostra mercato.
Arte Fiera è la più importante fiera d’arte moderna e contemporanea italiana, è un luogo dove si vendono e comprano opere d’arte; chi abita a Bologna se ne accorge anche per le centinaia di eventi artistici che popolano tutto il centro storico. Nell’edizione che si è conclusa di recente hanno partecipato 201 espositori (galleristi) e si è avuto un afflusso che ha superato le 50 mila presenze.
Il senso di stupore è derivato proprio dal tipo di evento con cui abbiamo collaborato, così noto e con un’impronta così commerciale. La spiegazione che ci siamo dati è che questo è un segno del tempo in cui stiamo vivendo, un tempo non facile, tragico ma dove avvengono anche cambiamenti culturali profondi e positivi. La cultura accessibile non è più una cosa promossa e fatta da persone che lavorano nel sociale o che sono particolarmente sensibili. Non la si fa solo perché lo dice una legge o è un modo per poter accedere a certi finanziamenti, si comincia a pensare che sia una buona idea. Fare in modo che un numero più grande di persone possa partecipare alla vita culturale nella società in cui vive, significa dare strumenti di conoscenza e consapevolezza, significa formare un cittadino più sensibile ed esperto, e questo fa bene alla società, fa bene a tutti noi.
L’intervento che ci hanno chiesto di fare, si limitava a un testo di circa 10 mila battute che descriveva cosa il visitatore avrebbe trovato nei padiglioni 25 e 26 della Fiera di Bologna.
Il testo era di difficile comprensione, con termini tecnici, frasi lunghe, con incisi e rimandi: c’era, come espediente narrativo, una terminologia presa dal mondo della musica che percorreva come un filo tutto il testo e che ogni tanto faceva capolino. Insomma era un buon testo, ma non un genere di lettura adatto al pubblico medio italiano.
Come succede in questi casi c’è stato un breve scambio di email in cui ci rimandavamo il testo: io proponevo una forma più facile e loro replicavano con delle obiezioni e delle modifiche. È normale, succede sempre così, comunque abbiamo trovato un testo che metteva d’accordo tutti quanti in breve tempo.
Quando mi hanno chiesto se potevano certificare in qualche modo quel testo (a livello B1, o B2), gli ho detto che non potevano farlo perché se lo avessero fatto analizzare da un programma informatico, il grado di leggibilità sarebbe rimasto comunque più alto, più difficile insomma.
Per me questa discrepanza non è importante, i testi, come anche l’accessibilità in generale non è etichettabile. Sì d’accordo lo si può fare, certi lavori o bandi lo richiedono, la nostra cultura del dato certo lo richiede, ma in questo modo si perde in elasticità e non si arriva al risultato che abbiamo raggiunto con Arte Fiera.
Visto che veniva pubblicato su carta, ho chiesto anche di visionare la forma finale del testo: il formato, il tipo di font, la sua grandezza, l’ingombro del testo, gli spazi bianchi e le immagini. E, anche sotto questo punto di vista, (stiamo parlando del quarto principio della scrittura chiara) si è arrivati presto a un’intesa anche perché la grafica che avevano adottato, in bianco e nero e minimalista si prestava molto bene al nostro scopo.
Alla fine del testo non abbiamo messo nessun bollino di certificazione, ma solo questa scritta: “Questo testo, nato con l’intento di essere il più possibile accessibile, è rivolto a un pubblico non specializzato in arte, ma che ha voglia di conoscere e di essere guidato nella scoperta di questa edizione”.

