Caro Progetto Calamaio ti scrivo... per i tuoi 40 anni
Chi l’avrebbe mai detto che dopo quarant’anni saresti stato ancora sulla cresta dell’onda? Eppure ti ho visto nascere in un periodo di forte cambiamento culturale sulla disabilità e sull’inclusione (che allora si diceva inserimento, poi integrazione e adesso si chiama inclusione).
Ma facciamo un passo indietro. Il tuo nome è un po’ obsoleto, da boomer, infatti il “calamaio” era un contenitore di un liquido molto prezioso per la comunicazione tra le persone di tutte le razze, di tutte le culture e in tutti i tempi: l’inchiostro. E proprio grazie a esso si è potuto raccontare la storia dell’umanità, tramandare emozioni, idee e notizie.
Eri un piccolo contenitore che trasmetteva contenuti sulla diversità, anzi sull’originalità di ciascuno perché, sì, è vero: siamo tutti uguali e diversi, anzi siamo tutti originali!
In questi quarant’anni hai macchiato col tuo inchiostro migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze di tutte le scuole d’Italia, ma anche in Europa e addirittura in America! Oltre ai ragazzi, anche i genitori, gli educatori, i politici, gli insegnanti, i volontari, i credenti, gli atei, gli autisti dei trasporti, i baristi di ogni genere e potrei andare avanti all’infinito, ma cosa sono e cosa significano queste macchie? Le macchie sono i messaggi sul nostro punto di vista riguardo la disabilità e la diversità, che lasciamo durante i nostri incontri e, secondo noi, sono macchie indelebili che non scompaiono dopo un po’, ma che rimangono nel cuore.
Le macchie sporcano certamente, ma soprattutto cancellano le paure, i pregiudizi e le false immagini che abbiamo dentro di noi sulla disabilità e sulla diversità.
E tu, Calamaio, hai macchiato tante volte le persone, cosicché le loro ansie di essere normali sono diminuite, perché la normalità non esiste, è un concetto così tanto trasparente che è irreale.
Tu hai avuto tanti collaboratori e colleghi stretti che ti aiutavano a liberare l’inchiostro per macchiare le generazioni e per dare visibilità e identità alle persone più fragili.
Ti ricordi quel disegno che un bambino di quinta elementare ha fatto dopo che siamo entrati nella sua classe? Ha disegnato un alieno, con tre gambe e quattro braccia verdi, poi sotto ha scritto: “Gli handicappati non sono così!”. Quante risate appena abbiamo visto questo disegno! Ero con Roberto Ghezzo e Alberto Fazzioli, due pilastri del primo Calamaio. Per me questo disegno rappresenta un bel risultato tangibile del tuo operato nel mondo dell’educazione.
Quando entriamo nella classe, con favole, giochi e costumi vari, riusciamo subito a catturare l’attenzione dei bambini e questo è già un “uno a zero per noi!”. Poi destrutturiamo la classe, ci mettiamo in cerchio, togliamo i banchi, facciamo rumore e questo rumore è molto significativo, perché l’inclusione non è silenziosa, è come un tango molto seducente ballato in coppia.
Associare la disabilità al divertimento è sempre una carta vincente perché, tu lo sai bene, i termini “diversità" e "divertimento" condividono una radice etimologica comune nel latino “di-vertere”, che significa "volgere altrove", "separare" o "deviare". Questa affinità suggerisce che cambiare prospettiva, allontanarsi dalla consuetudine (diversità) è, di per sé, un atto creativo che produce piacere, sorpresa e appunto, divertimento. E questo produce un cambiamento culturale…
Un altro tuo collaboratore illustrissimo, che ha viaggiato insieme a te per chilometri e chilometri, è Re Trentatré, che ha capito una cosa fondamentale e cioè che siamo tutti uguali e diversi: “La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma a ciascuno il suo!”
E dopo quarant’anni sei ancora qui, eh già!
E noi, caro Progetto Calamaio, festeggiamo la tua creatività che è alla base dell’esistenza umana nel pianeta Terra.
La grande festa dei tuoi quarant’anni sarà il 27 di maggio alla Fattoria Urbana di Bologna, siete tutti invitati!
Come ringraziarti? Augurandoti di macchiare ancora per altri quarant’anni!
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