Il montacarichi di Luca Pieri

d‍i Nicola Rabbi

Ho conosciuto Luca durante il servizio civile che ho svolto all’Aias e poi l’ho frequentato durante i primi anni di lavoro al Centro Documentazione Handicap di Bologna. Di lui conosco solo quel pezzetto di vita che va dalla fine degli anni ‘80 agli inizi degli anni ‘90, ed è da questa finestra di tempo che vorrei parlare di Luca.

Come obiettore di coscienza tra i miei compiti c’era anche quello di autista e in un giorno di primavera (era il 1987?) lo dovevo accompagnare nelle campagne intorno a Firenze per un convegno di Medicina Democratica. Non era facile farlo salire e scendere dalla sua macchina nonostante il papà – l’ingegner Pieri – fosse proprio un esperto in adattamenti auto. Ma questa difficoltà proveniva dal corpo di Luca: che dire del suo corpo, era grande, esprimeva forza ma soprattutto era un corpo indomabile, imprevedibile, mosso da intenzioni varie e contrastanti che dipendevano solo in parte da lui. Questo voleva dire, ogni volta che viaggiavi, ingaggiare una lotta con il suo corpo, spalleggiati, certamente, dai consigli che Luca dava ai suoi operatori.
Quel giorno al ritorno ci siamo persi. Io continuavo a girare per delle stradine strette tra due muri a secco che si diramavano incrociandosi e formavano un vero e proprio labirinto. Non trovavo un modo per uscirne, ogni tanto Luca mi diceva qualcosa da dietro ma quando guidavo non riuscivo a capirlo. A un certo punto ho infilato una stradina che terminava di fronte a un altro muro a secco. C’era un gran silenzio, si sentivano solo il rumore degli uccelli e la luce di un sole tiepido di primavera rendeva il paesaggio delizioso e allegra la situazione, nonostante ci trovassimo di fronte a un muro. Lì fermi in macchina abbiamo sorriso.

Luca, come altri che ho conosciuto in quel periodo, apparteneva a un tipo di persona disabile nuovo, che ancora non esisteva in Italia. Erano persone con disabilità fisica ma con un intelletto di pregio, anche se questo non sarebbe bastato a farli diventare quello che erano, persone nuove che volevano avere una vita come tutti gli altri e cioè volevano studiare, lavorare, sposarsi e avere figli. Quella cosa in più che li ha fatti diventare così, era un famiglia alle loro spalle, una madre, un padre, a volte tutti e due assieme, che avevano interrotto la tradizione di mandare i propri figli disabili in istituto o di segregarli in casa, no questo non l’avevano fatto e, a un prezzo altissimo, avevano percorso delle altre strade. Spesso queste strade poi li portavano ad associarsi ad altre famiglie per lottare assieme.
Il frutto di tutto questo percorso erano loro: Luca, Claudio, Andrea, Stefano… i disabili nuovi che hanno studiato, lavorato, hanno avuto una compagna e dei figli. Raramente queste cose sono capitate tutte assieme, qualcosa non aveva funzionato, qualche obiettivo non era stato raggiunto, diciamo che Luca era fra quelli che ci era andato più vicino ad avere tutto.
Per motivi di lavoro oggi seguo alcuni influencer disabili sui social come Facebook e Instagram. Le loro modalità di espressione, i mezzi che usano, la diffusione dei loro messaggi, sono molto diversi rispetto a quelli degli anni in cui Luca si era formato e aveva cominciato a proporre un’immagine nuova della disabilità, anzi della diversità, come si dice oggi, ma vorrei sottolineare il fatto che gli influencer di oggi esistono anche grazie agli influencer predigitali come Luca, Andrea, Claudio, Stefano… che promuovevano con i mezzi di allora – le riviste e gli incontri personali, qualche rara apparizione in tv – una cultura diversa dove i concetti di normalità e omogeneità venivano posti in discussione.

Un’altra volta, non chiedetemi il perché, era andato a casa sua a trovarlo, anni dopo, forse per un’intervista. Mi ha portato nelle stanze del suo appartamento per farmi vedere come era accessoriato; nella camera da letto, Carla, sua moglie, mi ha mostrato un meccanismo abbastanza complesso che faceva coricare in modo automatico il corpo ribelle di Luca. I meccanismi, del resto, ci volevano proprio per superare tutte le barriere architettoniche che ogni giorno incontrava. Anni prima, quando abitava ancora con i genitori, a ogni ritorno lo dovevo infilare in un montacarichi che lo portava dal pianterreno al piano rialzato dove la sua famiglia abitava. Era un appartamento condominiale ma la sua casa aveva un piccolo giardino di proprietà e attraverso un vialetto si arrivava a questo montacarichi personale. La vita di Luca, come quella di tutte le persone disabili, era un continuo adattamento, una personalizzazione per poter vivere come gli altri.

La voce, la voce era come il corpo, usciva a getti, le parole schiacciate dal respiro e dalle contrazioni del volto. Non era facile capirlo se non si era un abituati a lui. Ho avuto modo di sperimentarlo in una esperienza che abbiamo fatto assieme. Nel 1991 lavoravo alla rivista Accaparlante e in redazione avevamo deciso di scrivere un’intera monografia sul tema del lavoro delle persone disabili in collaborazione con la Cgil di Bologna. L’occasione ci veniva data proprio dall’esperienza di borsa lavoro che Luca aveva fatto per due anni all’interno dell’organizzazione sindacale. Per due anni ha documentato la difficoltà che aveva una persona disabile a trovare e a mantenere il proprio posto di lavoro. Anche alla Cgil, durante quel periodo, non aveva trovato un luogo accogliente come lui aveva sperato. Mi dispiace aver poi saputo che quello del lavoro è stato sempre un problema per lui e che per tutta la vita, nonostante le sue capacità, non abbia trovato il suo posto.

Poi ci siamo persi di vista. Ogni tanto avevo notizie su di lui, la sua collaborazione con l’associazione Papa Giovanni XXIII, il suo impegno pacifista che lo aveva portato in Croazia subito dopo la guerra nell’ex Jugoslavia.
Se non ricordo la prima volta che l’ho incontrato da obiettore, ricordo però benissimo l’ultima volta. Ci siamo rivisti l’anno prima dell’inizio pandemia nella tradizionale manifestazione pacifista che si tiene a Bologna il primo gennaio. Una coperta o un tabarro copriva lui e in parte la sua carrozzina, aveva delle cannule infilate su per il naso, mi sembrava affaticato.
Bologna è piccola, anzi no Bologna è un città grande dove si fanno molte cose ma a volte diventa piccola. Da qualche anno una mia amica ha comprato una casa con un giardinetto. Una sera d’estate mentre cenavo all’aperto da lei mi sono avvicinato al giardino vicino e ho guardato al di là della rete. Ho visto quel montacarichi, il montacarichi di Luca. Avevo completamente scordato il nome della via ma quel particolare mi aveva permesso di riconoscere il luogo. Il montacarichi era ormai in disuso, sbarrato, con i vetri impolverati, nessuno lo usava più. Ma era il montacarichi di Luca.

Presentazione di “Io e il drago, Storia di Tommi raccontata da Tommi”

In occasione della giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità, le Cooperative Quadrifoglio e Or.s.a, con la collaborazione della Cooperativa Accaparlante, organizzano la presentazione del libro “Io e il drago. Storia di Tommi raccontata da Tommi” di Francesco Cannadoro, papà di Tommaso, blogger e autore. L’incontro avverrà sabato 3 dicembre 2022 alle ore 16.30 alla sala Alessandri in via Gorki 10 a Bologna (l’accesso  è dall’ U.R.P.)

Durante l’incontro Francesco Cannadoro dialogherà con Cristina Ceretti, consigliera comunale a Bologna con delega alla famiglia e disabilità. Modera Valeria Alpi, scrittrice della cooperativa sociale Accaparlante.
Per chi fosse interessato sarà anche possibile acquistare il libro.

Per iscrizioni
https://forms.gle/7Mji4tsk7mJRd8vW8


Scheda del libro

Dall’autore del blog Diario di un padre fortunato, un libro che è soprattutto una prova d’amore: il regalo di una voce al piccolo Tommi, per non lasciarlo mai solo.
Mi piace quando papà parla di me perché non comincia mai dalla disabilità. Lui mi conosce bene e sa che le cose che so fare dicono di me molto di più di quelle che non so fare. Nessuno è solo una cosa precisa, ma tutti quanti siamo un sacco di cose. Anche tu.

Tommi, che si affloscia come una buccia senza la banana dentro, sa molto bene di essere diverso dagli altri bambini. Al mondo, infatti, non siamo tutti uguali, o meglio lo siamo, ma solo un po’. Lui, per esempio, da qualche tempo non parla, non cammina, insomma non riesce a fare un sacco di cose… Tutto per colpa di un drago ostinato che lo ha preso di mira: una malattia che neanche i dottori più bravi hanno saputo spiegare. Ci mancava la scuola che sta per cominciare, a fargli salire un pizzico d’ansia: e se quel drago ingombrante, che non lo lascia mai solo, tenesse lontani i suoi compagni di classe, mettendolo all’angolo come uno zainetto dimenticato?

A combattere ogni giorno ci si stanca parecchio, ma per quanto tosta sia la sfida lanciata dal drago Tommi ha deciso che gli darà del filo da torcere e non ha nessuna intenzione di arrendersi. Neanche quando le cose sembrano mettersi male. Del resto, sa di poter contare sul costante sostegno di due formidabili scudieri: papà e mamma, sempre pronti ad aiutarlo a superare gli ostacoli, ma anche a condividere risate e momenti indimenticabili.

Momenti che Tommi vorrebbe raccontare pure a te, se vorrai essere suo amico, in questo suo diario fatto di giornate a volte complicate, a volte divertenti e spensierate, per mostrarti come si può vivere anche a braccetto con un drago, ma sempre provando a fargliela sotto al naso.

 

Alla Festa dell’Unità di Bologna

 

La Coop. Accaparlante e il Centro Documentazione Handicap saranno presenti anche quest’anno alla Festa dell’Unità di Bologna, al Parco Nord dal 25 agosto al 18 settembre, con due iniziative aperte tutti.

La prima, “Vado al massimo!”, si svolgerà mercoledì 14 settembre alle ore 19, all’interno dello Spazio Associazioni Luigi Pasquali, dove gli animatori con disabilità e gli educatori del Progetto Calamaio coinvolgeranno bambini e famiglie in un percorso a ostacoli di giochi accessibili e prove da superare con cui  divertirsi e sperimentare insieme l’inclusione e l’incontro con la diversità.

La seconda, “L’insegnamento di Andrea Canevaro: educazione, inclusione, comunità”, sarà invece un incontro pubblico che si terrà sabato 17 settembre alle ore 20 nella Sala David Sassoli e che vedrà l’intervento del Presidente Onorario del CDH Claudio Imprudente.

All’evento, dedicato all’indiscusso padre della pedagogia e della cultura dell’inclusione in Italia, parteciperanno anche numerosi esponenti della politica e del mondo dell’educazione regionale, tra cui: Elena Malaguti, Francesca Marchetti, Cristina Ceretti, Stefano Dani, Elisa Bortolazzi, Luigi Guerra, Daniele Ara. A moderare, la Professoressa associata in Didattica e Pedagogia Speciale dell’Unibo Federica Zanetti.

Per ulteriori info:

051 641.50.05 – 349 2481002.

 

“Abitare un progetto nel mondo”: la lettera di Andrea Canevaro come direzione per le sfide future

Giovedì 26 maggio è venuto a mancare il professor Andrea Canevaro, il padre della pedagogia e della cultura dell’inclusione. Il legame che come CDH abbiamo con lui ha una storia lunghissima, fin dalle origini, fin dal primo mucchietto di libri che Andrea ci donò per fondare quella che oggi è la Biblioteca più grande d’Italia specializzata sulla disabilità. 
E’ stato una guida per tutti gli anni successivi, sostenendoci sempre. Ci piace ricordarlo con questa lettera che ci scrisse nel 2016, quando il Progetto Calamaio compì 30 anni di vita. Nella lettera indica una direzione, non solo a noi ma a tutti, per una società più giusta e più inclusiva. Crediamo che il modo migliore per ricordare Andrea sia proseguire il nostro lavoro tenendo conto di tutto quello che ci ha trasmesso, per vincere tutte le sfide che avrebbe voluto. 

Caro Accaparlante, o meglio: care e cari Accaparlanti,

la vostra storia è fatta di sfide e non vedo la ragione per non continuare. Le sfide che ancora non si sono risolte sono certo molte. Ne scelgo alcune, pensando che siano nelle vostre corde.

La prima ha un nome tristemente noto. È l’assistenzialismo. Che può far credere che tutto sia dovuto. Che siano gli altri a dover preoccuparsi di noi, di me. Che i diritti non siano in coppia con i doveri. E molti altri “che”. L’assistenzialismo si porta dietro quasi sempre il vittimismo. Se uno è sempre e solo vittima, ci dovrebbe essere il sospetto che ci stia quasi bene, in quella parte. Che, se non ha via d’uscita, e neppure la cerca, ha come conseguenza che esige risarcimenti, ma con l’implicito convincimento che nessuno sarà in grado di risarcire davvero. Ma li chiede. Anzi: li esige. E se può,lo fa in TV, tanto una trasmissione che denunci qualcosa e qualcuno e faccia piangere si trova sempre.

Un’altra sfida è quella dell’autoreferenzialità. Abitiamo il mondo.  Che va verso gli 8 miliardi di abitanti. Possiamo fare come se gli altri non ci fossero? È difficile crederlo. Possiamo accorgerci degli altri solo quando fanno danni? È quello che stiamo facendo, con risultati tragici, e con un risultato silenzioso che rischia di non essere avvertito: la scomparsa della verità, sepolta dalle varie corruzioni. La verità è anche sapere che negli altri c’è qualcosa di buono, e non solo male, minacce, eccetera. L’autoreferenzialità è una implosione continua, un’erosione interna, un’autofagia – cosa vuol dire? Servirsi del vocabolario, prego … -, o, se volete, un verme solitario che fa il parassita dentro il nostro stomaco e riduce la vita a diventare una camera d’aria bucata. È anche un’autolatria – vocabolario? -. Il povero Narciso, amando sé stesso riflesso nell’acqua, annegò. Annegò nell’autoreferenzialità.

Ne consegue una terza sfida che chiamiamo fare un progetto. Senza un progetto non si riesce a stare al mondo. Martin Luther King diceva: “Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva appieno il vero significato del suo credo. Riteniamo queste verità di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”. Ma qualcuno, anonimo, ha detto anche “Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia”. Avere un sogno e vivere, con gli altri, in un progetto. Che non può accontentarsi di ripetere. Deve scoprire nuovi orizzonti, e combattere le nostalgie. Le nostalgie sono birichine: ti dicono quello che ti fa piacere, e ti nascondono i ricordi spiacevoli. Lo fanno apposta. Per farti star fermo, in loro compagnia. E così la realtà non comincia. Diffidate, care e cari Accaparlanti, delle birichine nostalgie.

Tutti noi abbiamo bisogno di progetto. Un esempio tra tanti. La guerra nella ex Jugoslavia si è conclusa con un accordo che divideva quella comunità in diverse entità statali su base etnico-religiosa. Quanto di più approssimativo si potesse immaginare. Ma l’accordo nasceva nell’ipotesi che il progetto dell’Europa esercitasse un ruolo attivo e superasse la provvisorietà dell’accordo. Il progetto Europa è fermo, e ne soffriamo tutti.

Anche il terrorismo si può vincere con un progetto. Chi vive senza un progetto lo chiede come può, anche con la dinamite.

Abitare un progetto nel mondo. È una sfida che può aiutare a superare il determinismo dello stereotipo. Che segna un destino per chi viene fissato in una categoria, come handicappato, tossico, clandestino… Lo stereotipo determina un destino. Un progetto può mettere in disordine questo determinismo.

Care e cari Accaparlanti, le sfide non mancano, e sono per tutti, non sono sfide riservate a chi ha una disabilità. Ma questa è una caratteristica che è nel vostro DNA, care e cari Accaparlanti: vincere le sfide non solo per noi, ma per tanti e forse per tutti.

Ciao
Andrea

Ci ha lasciati Michele Ammendola, fondatore della pizzeria antimafia del Pilastro e attivista nel mondo del sociale

Per noi del CDH aver conosciuto e frequentato Michele Ammendola in questi ultimi anni è stato un piacere grande.
Era bello incontrarlo in pizzeria ed essere travolti dai suoi racconti e dalle sue risate. È stato un piacere e un onore insieme anche essere compagni di un pezzetto di strada solidale che dal Pilastro Michele è riuscito a portare in tutta Bologna e in tutta Italia.
Ci stringiamo attorno alle amiche e agli amici della Pizzeria Etica di Porta Pazienza che hanno riconosciuto in Michele il cuore e la mente delle proprie attività inclusive.
Il nostro pensiero va in particolare alla moglie Alessandra e ai figli Francesco e Luca.

Michele era socio di ANGSA e da sempre si è battuto per fare dell’autismo una sfida comune, ben oltre il proprio vissuto familiare.
Per chi volesse aiutarlo ancora, qui sotto il suo ultimo invito a partecipare:
“Tra esattamente 10 giorni compio 46 anni e come da qualche anno a questa parte vi chiedo di farmi un regalo a costo zero, dedicandomi solo pochi minuti, della vostra vita.
Come ogni anno ANGSA Bologna partecipa al contest Il mio dono di Unicredit.
Basta veramente poco.
Basta solo fare click sul link, inserire la propria mail e confermare la scelta con l’ultimo click.
Ad ogni click sarà donato ad ANGSA €1.
Faccio un esempio concreto: grazie alle varie donazioni e raccolte Luca nel periodo di feste natalizie (di fine dicembre) è stato accolto gratuitamente per 4 giorni in attività dalle 9 di mattina alle 16 da personale qualificato e allora, sì ve lo chiedo affinché tutto ciò possa continuare ed essere implementato:
www.ilmiodono.it/it/organizzazioni/emilia_romagna/angsa_bologna_onlus

ANGSA Bologna ha anche avviato una raccolta fondi per sostenere il percorso educativo del piccolo Luca Ammendola:
www.angsabologna.it/perluca

Anche su IdeaGinger una rete di associazioni ha avviato un crowdfunding per sostenere la famiglia:
www.ideaginger.it/progetti/grazie-michele-tutto-buonissimo.html

 

 

Lettura animata di Natale e laboratorio sul libro tattile

Lunedì 20 dicembre, dalle ore 16.30 alle 18.30, vi aspettiamo presso “La Pila”, in via D’Annunzio 19/A, Bologna, per una lettura di Natale animata e un laboratorio per bambini e bambine sul libro tattile, insieme agli educatori e animatori con disabilità del Progetto Calamaio della Cooperativa Accaparlante.

L’evento è aperto a un massimo di 10 partecipanti, con prenotazione obbligatoria scrivendo a Barbara Rodi barbara.rodi@accaparlante.it oppure telefonando al numero 3407822002.

Continuano i giorni di quarantena e noi continuiamo a restare uniti e vicini seppur lontani

Una speranza vive al Centro Documentazione Handicap, la speranza che se #restiamoacasa #andràtuttobene, così da potersi riabbracciare il prima possibile.

Nel frattempo come fare a tenere vive le nostre attività e a garantire la partecipazione e il coinvolgimento dei colleghi con disabilità, abituati a lavorare in costante relazione con i bambini e i ragazzi di scuole e università? E lo studio, la ricerca e le proposte editoriali della Biblioteca del Centro Documentazione Handicap che fine hanno fatto?

Nulla è perduto care amiche e amici, perché il Progetto Calamaio, insieme agli educatori e alle volontarie del Servizio Civile Nazionale di quest’anno ha dato vita a una vera e propria programmazione di attività online accessibili a tutti, disabili e non, grandi o piccini: storie e video animati, consigli cinematografici, giochi, libri in simboli, sfide e racconti, senza dimenticare l’importanza del rapporto con l’ambiente, della cura di sé, del benessere e dell’alimentazione, dell’ascolto personale e delle proprie emozioni, soprattutto nei momenti difficoltà.

La Biblioteca Ragazzi e il Centro di Documentazione dall’altro lato continuano a lavorare insieme alle case editrici aggiornandosi sugli ultimi prodotti che hanno per tema la diversità, proponendo e recensendo nuove letture, lavorando a nuovi progetti e alle prossime uscite de I libri di accaParlante di edizioni la meridiana.

La Biblioteca resta comunque a disposizione per consulenze bibliografiche scrivendo a biblioteca@accaparlante.it.

E il Geranio Educatore, vi chiederete, come se la passa? Instancabile continua a scrivere i suoi articoli su Superabile e il Messaggero di Sant’Antonio, a firma, ovviamente, Claudio Imprudente.

Nei momenti critici, ricordate, mai smettere di darsi da fare e di utilizzare ironia e creatività, sono gli antidoti migliori che possediamo, quello che fa crescere una comunità.

Seguiteci quindi sulla nostra pagina Facebook e non vi sentirete soli!

Il Calamaio al Centro diurno Seneca

di Emanuela Canale (*)

Maggio 2014: è un sabato pomeriggio come tanti a Crevalcore, la bellezza del borgo è coperta dalle impalcature che il terremoto ha costretto a tirare su, in una panda blu quattro strani[eri] individui cercano il centro per anziani in via Trombelli, ma nessuno sa dove sia. Le persone che fermiamo per chiedere informazioni, incuriosite, vogliono sapere cosa cerchiamo, vogliono chiacchierare, scrutare, mai dirci «per dove dobbiamo andare». Eppure, dopo tanto cercare, troviamo la nostra meta a un passo dall’entrata principale del paese.

Il Calamaio è a Crevalcore per un incontro che prevede la partecipazione di bambini frequentanti la terza elementare e degli anziani del Centro diurno Seneca. I bambini della III B e della III D avevano precedentemente incontrato il Calamaio in tre incontri tenuti a scuola con Emanuela, Luca, Emanuela (servitrice) e Mario. Il filo conduttore di questa serie di incontri è rappresentato dal libro Le parole scappate di Arianna Papini; protagonisti del libro una nonna e un nipote, accomunati dal singolare approccio alla realtà in quanto affetti, rispettivamente, dal morbo di Alzheimer e da dislessia.

Alle classi, che avevano letto il libro con le loro maestre, sono state proposte delle attività che ne richiamano i contenuti, facendo leva sulla capacità di ricordo e di comunicazione che si rifanno alle esperienze della nonna e del nipote della storia narrata nel libro. Così, annusare un odore ad occhi chiusi è stata un’occasione per richiamare alla memoria sensazioni e ricordi della propria vita e poi, raccontare ciò che ci caratterizza, ciò che ci piace, per mezzo del disegno, ha permesso ai bambini della III B e della III D, di provare ad avvicinarsi ai protagonisti della storia raccontata da Arianna Papini. I bambini sono stati avvicinati a modi di comunicazione diversi da quelli che sperimentano abitualmente, invitati a farlo da Mario, animatore disabile del progetto Calamaio.

Le diverse forme della diversità hanno dunque invaso le classi della terza elementare di Crevalcore, regalando ai bambini ore di completa originalità: si sono riconosciuti tra di loro senza che il nome di nessuno venisse direttamente pronunciato nel gioco della carta d’identità, portati a guardarsi alla luce di ciò che gli piace e spronati a conoscersi per ciò che li identifica, più di un semplice nome o di un’informazione vuota e frettolosamente individuata. Si sono sottoposti all’invasione del ricordo non evocato consapevolmente, ma suscitato improvvisamente da un odore che invade i sensi che è capace di concedere alla memoria gli infiniti spazi dell’incoscienza. In essi la capacità mnemonica si muove con la libertà che il ricordo consapevole non le concede, connotandola di quell’inaspettata capacità di evocazione, che invade tanto più colui che cerca di afferrare consapevolmente ricordi forse perduti, come racconta Proust, travolto dal sapore di una madeleine e dall’infanzia perduta, da esso portata alla mente. Hanno poi disegnato, non raccontato né scritto, la loro stagione preferita, ciò che gli fa più paura, la loro famiglia. Tutto questo gli è stato proposto da Mario, animatore in carrozzina, che incontro dopo incontro i bambini hanno imparato a conoscere e ad amare, nel travolgente avvento di una diversità che scuote, colora, anima, la normale quotidianità che a un bambino non sta ancora stretta, ma può ancora apparire come uno degli infiniti modi di muoversi nel mondo.

Al Centro diurno Seneca sono venuti in tanti, incuriositi dall’incontro con quelli che chiamano «i nonni». Alcuni di essi in effetti sono proprio i loro nonni, altri degli estranei, anziani che in alcuni casi hanno il morbo d’Alzheimer, proprio come la nonna del libro, probabilmente prima mai incontrati, sicuramente mai cercati. Sabato invece c’era finalmente la possibilità di vederla la nonna del libro, di provare a stare con lei e di capirla, come gli altri personaggi della storia, nipote dislessico a parte, non erano in grado di fare. Nel grande cerchio che si è formato nella stanzetta in cui di solito «i nonni» stanno tra di loro, ad ascoltare distratti vecchie musiche che fuoriescono da uno stereo (quanto sarebbe più appropriato un giradischi), sabato c’erano tutti: i bambini e gli anziani.

Il ricordo è stato l’insolito protagonista del sabato pomeriggio al Centro Seneca: dopo aver raccontato da dove arrivavano e perché eravamo lì, cosa avevano fatto con noi del Calamaio, uno alla volta i bambini hanno chiesto ai nonni di raccontarci i loro ricordi d’infanzia, scoprendo che l’intramontabile campana accomuna tempi vecchi e nuovi. Non è mancata neanche la possibilità di scoprire che l’Alzheimer arriva a non permettere di condividere ricordi, la risposta alla domanda sui giochi d’infanzia può essere uguale a quella che una delle nonne rivolge a qualsiasi domanda, c’è solo una melodia: lala, lala, lala…. ripetuta incessantemente e spiegata da chi le è più vicina così: «la nonna è come quella del libro, ha perso tutte le parole».

L’incontro di generazioni che hanno più tempo dietro di sé che non davanti, a cui guardano con nostalgia, e di quelle che si apprestano al futuro con frenetica euforia, noncuranti del passato, vede nascere sguardi di curiosità tra l’uno e l’altro, l’incrocio di saggezza e inconsapevolezza, di lontananza estrema eppure di simbiosi nell’accomunante incedere del tempo e della vita. Per due ore tutto questo si è incontrato, facendo giocare insieme queste dimensioni che, inserite in squadre miste, hanno condiviso conoscenze che nessuno dei due può possedere al posto dell’altro, tutte nate dai diversi tempi vissuti. I cantanti con la lettera ‘a’ non son gli stessi per chi ha 70 anni e chi ne ha 11, le musiche che si riconoscono e si indovinano nel gioco nemmeno; così il punteggio tra le squadre procede dopo che il titolo di Una rotonda sul mare viene riconosciuto da chi su quelle note si è innamorato, mentre i tormentoni del momento vengono individuati dai piccoli di oggi, coinvolti ed esaltati.

Poi una merenda tutti insieme e l’appuntamento a maggio, di nuovo tutti insieme, per incontrare Arianna Papini, l’autrice di quel racconto che ha permesso l’avvicinamento all’insolito, dell’insolito, con sguardo curioso ma accogliente.

(*) Volontaria del servizio civile

Le parole scappate: il Seneca Cafè incontra le scuole e la comunità

di Giovanna Di Pasquale

Maggio 2012: il progetto nasce dalla volontà di creare esperienze e spazi di incontro fra anziani in condizione di fragilità (anziani con demenze, Alzheimer, anziani non autosufficienti) e bambini della scuola primaria. Il progetto si ispira al volume Le parole scappate di Arianna Papini: un racconto per l’infanzia che narra di una nonna malata di Alzheimer e un nipote dislessico, uniti dalla diversità e dalla solidarietà reciproca.

Dei laboratori rivolti ad anziani e bambini per parlare di malattia e disagio

Si può sviluppare intorno alla malattia il senso di una solidarietà reale? Possono le persone malate, anziane e i loro famigliari scacciare il più lontano possibile il senso di solitudine e vergogna che tanto spesso emerge dai racconti delle esperienze dirette? Può crescere la comunità mostrando attenzione e vicinanza a chi rischia di essere e sentirsi ai margini?
Al Seneca Cafè di Crevalcore abbiamo provato a dare una risposta positiva cercando una strada per condividere il peso della malattia, coinvolgendo non solo i diretti interessati (persone affette da Alzheimer e da demenze senili e loro familiari) ma anche i bambini delle scuole elementari, le famiglie, la cittadinanza.

L’occasione giusta è nata dall’incontro con un libro “Le parole scappate” di Arianna Papini, in cui l’autrice in modo denso, reale e poetico racconta la quotidianità di una nonna malata e di un nipotino dislessico.
Dalla lettura del libro è scaturita l’idea di un laboratorio che è stato proposto e realizzato in modo parallelo in alcune classi della scuola primaria e nel Seneca Cafè.
Il laboratorio si è articolato in quattro incontri per ciascuna delle realtà coinvolte, quattro momenti in cui attorno ai nuclei forti del libro (il ricordo, le paure, il coraggio) bambini e insegnanti da una parte, persone frequentanti il Seneca Cafè dall’altra hanno sperimentato emozioni, storie, racconti di vita secondo i modi e le possibilità di ciascuno.
Il frutto di questi lavori è stato poi condiviso in due incontri comuni fra le classi e il gruppo del Seneca Cafè. In un momento piacevole come il fare merenda insieme, tutti i partecipanti hanno potuto conoscere ciò che “gli altri” hanno prodotto; i bambini hanno mostrato disegni e raccontato, i “nonni” con sorrisi e qualche lacrima hanno reso partecipe il gruppo delle loro forti emozioni.

Un incontro/laboratorio alla presenza di Arianna Papini ha concluso il percorso; i bambini, gli adulti e gli anziani insieme ad ascoltare la storia letta dall’autrice, a disegnare le emozioni che fanno stare male e quelle che fanno stare bene; i nonni ad inseguire le tracce di memoria della propria infanzia, i “nipoti” a scoprirle … E molte altre persone a guardare incuriosite quel gruppo numeroso, composito, sorridente ed affaccendato durante un sabato mattina di mercato.

Punto qualificante e innovativo dell’esperienza è stato il ruolo svolto dall’équipe del Progetto Calamaio, gruppo composto anche da animatori con disabilità. In questo modo una “diversità” si è presa cura di un’altra “diversità” proponendo nello stesso tempo ai bambini e alle loro famiglie un’immagine attiva e positiva delle persone con disabilità o che vivono una difficoltà.
Attraverso gli incontri, prima rivolti in modo separato ai bambini e agli anziani e poi vissuti in una condivisione di attività ed emozioni, si è sperimentata la possibilità di ribaltare ruoli e stereotipi, di condividere paure e difficoltà, di dare spazio a coraggiosi tentativi di fare fronte a ciò che ci fa far fatica, di sentirsi meno soli. Non è un caso che il laboratorio conclusivo, vera e propria festa in città a cui hanno partecipato un centinaio di persone, fosse proprio dedicato alle paure e al coraggio.

La storia del Seneca Caffé

2009-2014: Seneca, un caffè itinerante per un percorso di integrazione

di Davide Ognibene (*)

Il Seneca Caffè ha sempre cercato di caratterizzarsi come un luogo di accoglienza non solo per gli anziani individuati come target di riferimento specifico o per i parenti e le persone che si occupano della loro assistenza quotidiana, ma anche come luogo rivolto verso tutti i cittadini e le risorse del territorio che possono in vario modo fornire un contributo per favorire una maggiore integrazione di questo spazio nel territorio.

La peculiarità di questa esperienza sta proprio nel tentativo di integrarsi il più possibile nella comunità locale. Ricollocare la persona con demenza al centro della vita della città, significa romperne l’isolamento, stimolare le relazioni, superare lo stigma, favorire la coesione sociale e la “presa in carico” collettiva della malattia. Nella progettazione, tutto questo si traduce in un percorso d’integrazione fatto di occasioni nuove, collegamenti inaspettati. Il nostro è un “caffè itinerante”, che si sposta dove la comunità s’incontra e vive: nei bar pubblici, nei centri sociali, nelle piazze e nei giardini pubblici.
Un percorso caratterizzato da nuovi momenti d’incontro e dal “vivere” la comunità a volte in maniera anche inattesa.

Come tutte le novità o i progetti sperimentali, anche il Seneca Caffè ha riscontrato agli inizi del suo percorso alcune difficoltà, in particolare nel farsi riconoscere e nel riuscire a integrarsi nel territorio.
Originariamente, infatti, il Seneca ha mosso i suoi primi passi in un luogo defilato dal centro del paese ma individuato come spazio ideale per una maggior visibilità del progetto ed effettiva integrazione con un centro di aggregazione frequentato da possibili fruitori del Seneca Caffè.

Analizzando i dati emersi nei primi due anni di vita del Seneca, si è riflettuto su come la posizione di uno spazio di questo tipo rispetto alla città e il suo setting, fosse un fattore importante per permettere di stabilire quale sarebbe stata la tipologia di utenti e in quale numero, quali le attività da proporre e quali, per mancanza di spazio, sarebbe stato opportuno evitare.
Partendo da queste considerazioni, a partire dal 2010, come sede principale del Seneca Caffè, pur mantenendo la sua caratteristica di percorso itinerante, è stato individuato il Centro Diurno di Crevalcore, uno spazio conosciuto e ben accessibile essendo situato nel centro del paese.

I clienti del caffé

Tutto questo perché si è ritenuto importante come l’individuazione di uno spazio di questo tipo all’interno di un ambito sociale, avrebbe potuto favorire il coinvolgimento di un numero maggiore di utenti. Questa posizione nel tempo ha sicuramente garantito una maggiore considerazione e visibilità da parte di tutti i cittadini, fruitori o possibili fruitori del Seneca Caffè, portando a un significativo aumento del numero di partecipanti a questo servizio da una media di 2 anziani nel 2009 per arrivare a una media di 10 anziani nel 2014 (senza considerare parenti, volontari e cittadini comuni).

Complessivamente nel periodo di osservazione dal 2009 fino a giugno 2014, sono 36 in totale gli anziani che hanno usufruito di questo luogo frequentando almeno tre incontri nel corso dell’anno, a queste vanno aggiunti i parenti e chi si occupa della loro assistenza quotidiana, oltre ai volontari e a chi a vario titolo ha contribuito alla promozione e all’organizzazione di questo spazio d’incontro (si parla della partecipazione di ulteriori 46 persone in totale).

Cosa si fa li?

L’inizio delle attività del Seneca Caffè generalmente avviene nel mese di ottobre, per concludersi a giugno dell’anno successivo, per un totale di 18 incontri all’anno, che si realizzano di sabato pomeriggio con cadenza bisettimanale.
La durata di ogni incontro è di circa tre ore, durante il quale l’operatore e i volontari preparano la sala circa mezz’ora prima dell’arrivo degli ospiti, organizzando la loro accoglienza, momento importante per creare il clima giusto nella gestione del gruppo e che deve essere molto curata e a forte intensità umana per evitare all’anziano lo stress indotto dal cambiamento di ambiente. Fondamentalmente ogni incontro è suddiviso in tre momenti principali: l’accoglienza come detto, il momento dell’attività e il saluto finale, durante il quale viene sempre offerto ai partecipanti un piccolo rinfresco con dolci e bevande, particolarmente gradito e che favorisce un ulteriore momento di socializzazione, in particolare tra i parenti e gli accompagnatori degli anziani al Seneca.

Le attività svolte nei Caffè sono le più svariate e legate alla presenza di competenze e sensibilità locali. Si deve però sottolineare che le varie attività devono essere strettamente cadenzate, per prevenire l’ansia e la frustrazione dell’attesa da parte degli ospiti e le incertezze del parenti e partecipanti, che rischiano di produrre risposte banali.
Nello specifico si organizzano attività di tipo ludico-relazionale che stimolano le capacità residue e favoriscano la socializzazione (come la tombola o il gioco delle parole scappate), attività di tipo ricreativo e di socializzazione centrata sulla necessità e l’efficacia del mantenere un contatto con la realtà esterna (nel corso degli anni diversi sono stati i momenti organizzati in cui i partecipanti al Seneca Caffè erano accolti come ospiti in diverse realtà del territorio come la Casa del Giovane, il Circolo MCL di Palata Pepoli, la parrocchia di Sammartini e l’ARCI di Caselle), attività di tipo ricreativo e relazionale al fine di coinvolgere gli anziani in un evento importante, com’è risultato essere organizzare e festeggiare ricorrenze che evocano ricordi, emozioni e sentimenti particolari (Pasqua, Natale, S.Martino …).

Nel corso degli anni alcune attività sono state riproposte, considerato gli ottimi risultati ottenuti a livello di partecipazione e di gradimento (tombola, attività manuali come la preparazione dei tortellini, delle sfrappole e dei biscotti e organizzazione di feste a tema con la partecipazione di gruppi canori del territorio), ma sono state anche sperimentate nuove attività, alcune delle quali particolarmente gradite dai partecipanti al Seneca Caffè (l’incontro con i bambini delle scuole elementari e l’autrice Arianna Papini, i Burattini di Mattia, il Future Lab).

A causa del terremoto del 2012, non è stato possibile riproporre attività che negli anni precedenti erano andate molto bene, come la collaborazione con la Casa del Giovane e la parroccia di Sammartini; nell’ultimo anno è stato possibile però collaborare con nuove risorse del territorio, in particolare con la Libreria del Portico di Crevalcore, grazie alla quale sono stati organizzati due momenti in cui è stato possibile stimolare la memoria dei partecipanti attraverso i racconti e le zirudele di una volta.

I volontari

In tutti questi anni si è rivelato particolarmente prezioso l’apporto fornito dai volontari (per quanto riguarda ad esempio la raccolta fondi tramite il mercatino, da reinvestire in varie attività sempre rivolte al Seneca Caffè) e dai parenti, anche nel proporre nuove attività e nel fornire informazioni su anziani che avrebbero potuto eventualmente partecipare al Seneca.
Questo impulso a una partecipazione attiva dei volontari e dei parenti, oltre ad altri cittadini del territorio, nell’organizzazione delle attività e nella ricerca di risorse di vario genere, rappresenta un aspetto importante e uno degli obiettivi principali di questo progetto.

Spunti di riflessione dall’esperienza

L’esperienza del Seneca Caffè, nelle sue diverse realizzazioni, è estremamente positiva. Si costruisce infatti un approccio nuovo alla conoscenza del malato e dei suoi bisogni, facendo emergere una visione “sociale” delle demenze, che non nega l’ambito biologico del disturbo, ma lo colloca in una dimensione quotidiana, nella quale i sintomi si sviluppano ed esercitano un’influenza sulle dinamiche vitali (sociali e relazionali in particolare).

Non è possibile dimostrare oggettivamente con i dati raccolti una relazione diretta tra la frequentazione a questo spazio dedicato e i miglioramenti osservati; è però indubbio che un intervento a supporto dei familiari, che influenza non solo positivamente la loro qualità di vita, ma allo stesso tempo i sintomi comportamentali dell’anziano ed il mantenimento delle sue residue funzioni cognitive, assume una rilevante importanza nel panorama degli strumenti per la “care” delle persone affette da malattia di Alzheimer e da altre forme di demenza.

Questi luoghi, e in particolare il Seneca Caffè per le sue specificità descritte, non sono né un luogo di ritrovo come un Centro Sociale, né un ufficio dei servizi sociali del Comune e né solamente luoghi di informazione sulle demenze; al contrario, possono riassumere i punti di forza di ciascuno di questi luoghi per fornire al cittadino un servizio utile e strutturato.
E’ importante sottolineare come sia fondamentale un certo livello di autonomia e di creatività nell’organizzazione di questi spazi per arrivare a risultati significativi. In particolare occorre trovare un equilibrio tra aspetti strutturati e spontanei, perché solo in questo modo si ottiene un’elevata qualità delle prestazioni assistenziali.

Ci piace pensare al Seneca Caffè come un’isola, in un mare talvolta inospitale, sulla quale chi è ammalato e chi vive con lui può trovare un punto d’appoggio che, sebbene temporaneo, può aiutarlo a “restare a galla”; spetta alla collettività impedire che l’isola sia travolta dalla forza dell’acqua.
Si potrebbe concludere che nel Seneca Caffè si realizza una sintesi tra l’impegno personale generoso e volontario e il desiderio di migliorare attraverso questo lavoro la nostra società. E’ la visione personalistica per la quale coloro che compiono e che ricevono un atto di cura sono strettamente legati, non solo sul piano della relazione, ma soprattutto dal reciproco miglioramento, che progressivamente assume dimensioni comunitarie.

(*) Educatore e animatore del Seneca Café