di Roberto Ghezzo

Lo zero è un numero speciale, diverso da tutti gli altri che indicano quantità, magari positive, negative, immaginarie, ma sempre quantità. Lo zero, raffigurato come un bel cerchio vuoto, è il numero dell’assenza, che oscilla fra un giudizio etico negativo (una persona le cui capacità sono nulle si dice che è uno zero, vale zero; oppure abbiamo anche lo zero in condotta, fino al voto-insulto dello zero spaccato) ed un giudizio tendenzialmente positivo, perché lo zero rappresenta il punto iniziale di una scala graduata, o il momento terminale di un conteggio alla rovescia, insomma un nuovo inizio, una sfida che risuona nell’espressione (amara o testarda o speranzosa) che è “ricomincio da zero”. Lo zero è come una porticina attraverso la quale avviene un salto di qualità.

Ho sempre pensato che l’integrazione, quella vera e non solo sulla carta, ricominci da zero, ogni giorno, ogni momento, o al massimo, come diceva Troisi, ricominci da tre, dal buono che si è riusciti a produrre nella nostra storia. Penso infatti che l’integrazione reale, non quella proclamata del politicamente corretto, ma quella che fa nascere relazioni umane piene, che si concretizza in atti e opportunità, in diritti umani vissuti, abbia necessariamente a che fare con le persone in carne ed ossa, con atteggiamenti che nascono da scelte. Come tale l’integrazione (assieme alla democrazia, alla libertà) non è mai sicura, è sempre in pericolo di scacco, è sempre il risultato di un lavoro, e quindi di una fatica (che ne è una componente ineludibile) ma anche, se nasce sotto il segno della creatività, di una soddisfazione, di una gioia. Come nella canzone di Gaber dedicata alla libertà, anche l’integrazione è partecipazione, non è uno spazio integrato, non è il volo di un moscone o solo un bel progetto-creativo andato a buon fine, non è star sopra un albero, coccolati dalla propria associazione di categoria.

Dunque l’integrazione intesa come qualità ricomincia da zero ogni giorno. Eppure esiste anche una fase dell’integrazione che termina, che approda allo zero, che finalmente arriva in porto, quella che termina con l’acquisizione consolidata di un diritto. Esiste un punto zero di questo processo dell’integrazione, che coincide con la nascita di qualcosa di nuovo, che pone le premesse perché cose nuove accadano. Lo zero è infatti quella linea che si curva e si ricongiunge fino a formare un cerchio, pronto ad accogliere nel proprio orizzonte tutte le avventure future.
Facciamo un esempio: il diritto al voto per le donne è conquista relativamente recente. Nel momento in cui questa conquista è stata digerita, è entrata a far parte del nostro modo di pensare, nel momento in cui una donna che vota è considerato un fatto normale, allora l’integrazione, intesa come il processo-cammino di lotte per il voto alle donne, è terminata. E qui il cammino dell’integrazione riparte cambiando pelle, riparte da zero: avviene una metamorfosi per cui il voto di quella donna sarà importante non tanto in quanto lei è donna, ma in quanto è un soggetto votante. Diversa è la situazione ancora molto indietro per quanto riguarda la presenza delle donne in parlamento: su questo il processo di integrazione della donna (da soggetto votante a soggetto votato) è ancora da fare, l’integrazione come processo qui è ancora in moto.

Per le persone con disabilità e diversabilità l’integrazione in quanto processo è andata molto avanti, e in alcuni casi e per certi aspetti si è anche conclusa, ha compiuto cioè una metamorfosi. Ma quand’è che si può dire che il processo ha avuto successo? Quando le persone con disabilità e diversabilità sono riuscite a integrarsi non in quanto persone con deficit ma in quanto genitori, sportivi, votanti, lavoratori, eccetera, cioè persone che normalmente, come tutte, hanno diritti e ruoli diversi a seconda dei contesti.

Mi ha colpito molto l’atteggiamento di un ragazzo incontrato in uno dei nostri ultimi incontri nelle scuole con il Progetto Calamaio, perché non reagiva più con sorpresa alla presenza di animatori in carrozzina nella sua classe. La sua espressione, comunicava: “Dov’è la novità?”, e cioè:”Perché continuiamo a parlarne?”. Ho la stessa sensazione quando chiediamo agli alunni se conoscono il basket in carrozzina (forse una delle discipline sportive più conosciute): solo qualche anno fa si reagiva con interesse e sorpresa, mentre adesso per la maggior parte tutti i ragazzi lo conoscono e reagiscono giustamente di conseguenza, cioè con stupore di perché se ne continui a parlare. Il basket in carrozzina non è più una novità di qualche interesse. Ho avuto cioè la netta impressione che se ponevamo le due domande:-“Conoscete il basket femminile?” e: “Conoscete il basket in carrozzina?”, la reazione sarebbe stata la stessa.

Chi si stupisce, oggi, se una donna vota? Se una donna ricopre l’incarico di ministro? Se un tetraplegico va a votare? A parte qualcuno rimasto proprio indietro,credo proprio nessuno.
La sfida grande per l’integrazione è che alla fine questo stupore abbia termine e il più grande autogol che le persone con disabilità e diversabilità possono fare è quello di continuare a considerarsi come persone innanzitutto con deficit, e poi come persone. Faccio un esempio che vuole essere un po’ provocatorio: i parcheggi per disabili in una città sono sempre un problema (anche perché il parcheggio è un problema di tutti), non dico di no. Ma perché una persona con disabilità si deve impegnare solo su questo? Perché per definizione e autodefinizione, per autolimitazione, questa persona si dovrebbe porre esclusivamente questo problema? E non si impegna anche a combattere per problemi più gravi, come la povertà nel sud del mondo? Perché del tempo che ha a disposizione, un persona con deficit ne deve occupare l’80 % per mettere gli scivoli su ogni marciapiede (una causa giusta e sacrosanta), e ne occupa una parte esigua se non nulla per, ad esempio, raccogliere fondi per una scuola nel sud del mondo o per adottare a distanza dei bambini Down in Madagascar?

Potrà sembrare paradossale ma alimentare l’integrazione quando non ce n’è più bisogno, tenere vivo il processo dell’integrazione quando si è già compiuta, alimentare lo stupore e solleticare il sentimentalismo con le giornate per l’handicappato, determina un autogol e anzi si torna indietro.
Porto un esempio concreto: Chiara Castellani è un medico che opera da tanti anni in Congo ed ha scritto un libro autobiografia che è diventato famoso (Una lampadina per Kimbau). Quando l’ho conosciuta a Bologna ad un incontro organizzato dall’AIFO, mi ha pregato di accompagnarla a Vigorso di Budrio, per fare la “revisione” della protesi al braccio che ha perso in un incidente d’auto in Africa. Chiara è disabile, ma questo non le impedisce di continuare a svolgere al sua azione, anzi, come afferma, la disabilità la obbliga a farsi aiutare e quindi i suoi collaboratori, agendo al suo posto, devono per forza imparare ad esempio a fare un taglio cesareo e così via. Chiara è in primo luogo medico e poi è anche medico con deficit. Ha certamente un suo approccio e un suo modo di fare che è determinato dalla disabilità-diversabilità ma innanzitutto la definisce l’azione medica, il suo essere medico.

Forrest Gump, come ricordate, a chi gli chiedeva “Ma, ragazzo, tu sei stupido?”, rispondeva: ”stupido è chi stupido fa”. Si potrebbe dire: handicappato è chi handicappato fa. Ci sono tante persone con deficit che fanno gli handicappati, come ce ne sono tante per fortuna che sono sportive, sono genitori, sono lavoratrici, o semplicemente sono se stesse, perché fanno sport, fanno figli, fanno reddito, o conducono la loro esistenza senza etichettarla o senza che qualcuno la etichetti.
Ecco che l’integrazione vera si ha quando non si guarda Chiara Castellani esclusivamente in quanto donna o disabile, ma in quanto donna e disabile e medico eccetera, come quando si guarda a un pinco pallino non in quanto solo affetto da sindrome di Down, ma in quanto alunno, e lavoratore, e sostenitore di cause ambientaliste...
L’integrazione allora avviene naturalmente e va più a fondo se gli sforzi che facciamo in tal senso vanno nell’ottica dell’autoemancipazione ed emancipazione delle persone con deficit dal loro deficit, dalla loro mancanza quantitativa perché diventi una presenza qualitativa.

La qualità della scuola, dell’azione educativa sappiamo che ogni giorno ricomincia da zero, è un avventura che si realizza ogni giorno. Ma per tutti gli alunni, anche quelli con disabilità e diversabilità, ricomincia da uno zero ricco di qualità, Troisi direbbe che ricomincia da tre, anzi da trent’anni di integrazione.