Una ricerca sperimentale a Cesena: bambini, figli di migranti, con bisogni speciali

di Luca Baldassarre

Arrivati a questo punto, emerge, ripetutamente, il bisogno di fare e di capire. Nelle parole di chi progetta, di chi lavora sul campo, nei servizi. È evidente che il ruolo della ricerca è fondamentale. Abbiamo chiesto ad Alain Goussot, docente di Pedagogia speciale alla Facoltà di Psicologia di Cesena (Università di Bologna) di raccontare le motivazioni, la necessità e le finalità di una nuova ricerca sul campo sperimentale.

La Facoltà di Psicologia a Cesena sta avviando una ricerca che riguarda i bambini figli di migranti con bisogni speciali (con l’espressione bisogni speciali si intendono i bambini o le bambine con disabilità e con dei disturbi dell’apprendimento o dei disturbi specifici dell’apprendimento); la ricerca si svolgerà fino a giugno del 2009 nelle scuole primarie e secondarie di primo grado della città. L’idea della ricerca parte da una serie di considerazioni di natura socio-antropologiche, culturali e pedagogiche: 1) i cambiamenti antropologici avvenuti nel tessuto socio-culturale del territorio con l’arrivo delle diverse ondate migratorie; 2) i mutamenti nella composizione socio-culturale della popolazione scolastica con la presenza significativa di alunne e alunni provenienti da altri mondi culturali ma anche di alunne e alunni nate o nati qui ma di genitori non italiani; 3) la presenza sempre più frequente di famiglie miste dove uno dei due genitori non è italiano; 4) la presenza di alunne e alunni figlie e figli di migranti con disabilità e/o disturbi degli apprendimenti in carico presso i servizi territoriali e iscritti nelle scuole; 5) la necessità di reimpostare e rinnovare in modo innovativo gli strumenti e le tecniche della stessa diagnosi funzionale a fronte della variabile socio-culturale nuova portata dall’immigrazione; 6) la necessità d’inventare o di re-attualizzare le pratiche didattiche e pedagogiche per favorire gli apprendimenti di questi bambini e i percorsi d’inclusione nella scuola e nella società.

La scarsità di documentazione pregressa
Un’altra osservazione di ordine scientifico è quella della scarsità delle ricerche empiriche svolte in Italia su questo tema; ricordiamo alcuni lavori come quelli di Folgheraiter e Tressoldi (2003) sulle variabili che servono a distinguere alunni stranieri con e senza difficoltà, ma anche per prevedere la possibilità che ci siano delle difficoltà (il numero di anni di permanenza in Italia e di frequenza della scuola, l’intelligenza non verbale, la lingua usata nella comunicazione con i familiari, l’ampiezza e la ricchezza del vocabolario); vi è anche l’indagine di Murineddu, Duca e Cornoldi (2006) su un campione di 44 bambini stranieri delle scuole primarie e medie di Padova a confronto con un campione di alunni italiani. L’indagine ha evidenziato che gli alunni stranieri si distinguono dagli italiani solo per le prove di lettura e quindi sottolinea le difficoltà legate all’apprendimento linguistico. Quello che non abbiamo ancora sono lavori empirici seri su un campione ampio e significativo di alunni figli di migranti con bisogni speciali e su come la scuola e gli insegnanti rispondono a questa sfida. A livello scientifico si trovano in generale ricerche empiriche centrate sul tema integrazione degli alunni disabili in generale oppure su quella degli alunni figli di migranti; non si trovano praticamente nulla sugli alunni figli di migranti con bisogni speciali. Facciamo notare che usiamo accuratamente l’espressione figli di migranti e non bambini immigrati e poco quella di bambini stranieri: il motivo è insieme di natura euristica ed epistemologica. Parlare di bambini immigrati è spesso improprio poiché non tutti i bambini di origine non italiana hanno vissuto la migrazione in quanto tale perché sono nati in Italia; inoltre anche l’espressione bambini stranieri potrebbe sembrare più corretta ma è carente sul piano euristico, vi sono bambini che risultano italiani ma sono figli di genitori di origine non italiana che hanno acquisito la cittadinanza italiana dopo numerosi anni di permanenza in Italia; vi sono anche bambini di coppie miste dove uno dei due genitori è italiano e quindi bambini che sono confrontati con la gestione della propria multiculturalità e del loro essere meticci.
Verificando un po’ il panorama degli studi e delle ricerche all’estero si possono notare alcuni indirizzi che sono anche l’espressione di una certa cultura della relazione con il soggetto disabile e con l’immigrazione: abbiamo la grande maggioranza dei Paesi anglosassoni dove troviamo studi e ricerche interessanti o nell’ambito delle tecniche di riabilitazione o nell’ambito della multiculturalità; questi due mondi (disabilità, bisogni speciali e differenza culturale) sembrano non incontrarsi mai; per di più in molti di quei Paesi – basta leggere l’ultimo lavoro della Nussbaum (2007) sulla situazione negli Stati Uniti – non vi è un orientamento verso l’integrazione e l’inclusione poiché esistono ancora gli istituti speciali o le scuole speciali. Il panorama è più eterogeneo nell’Europa continentale e i lavori che legano disabilità, disturbi dell’apprendimento e differenza culturale si trovano molto nel mondo francofono; basti pensare all’esperienza della Moro presso l’ospedale Avicenna di Bobigny dove lavora con bambini e adolescenti provenienti dal mondo dell’immigrazione e che presentano dei disturbi dell’apprendimento, del comportamento, delle disabilità e delle psicopatologie. Riferendosi all’approccio transculturale di George Devereux, la Moro crea dei percorsi di presa in carico che fanno i conti con la globalità della personalità dei bambini, il suo sistema di riferimento e il suo carattere meticcio culturalmente. Vi sono anche i lavori di Mouchenik che ha collaborato con la Moro a Bobigny, in particolare con bambini disabili originari della Nuova Caledonia (popolazione dei canachi, aborigeni); Mouchenik espone il suo approccio transculturale sul piano riabilitativo con questi bambini e le loro famiglie. Vi sono anche i lavori interessanti di Chevrie-Muller e Narbona (2007) sui disturbi del linguaggio nei casi di bi-linguismo o di multi-linguismo e su come gestirli sia sul piano riabilitativo che educativo.
Comunque anche in questi casi, visto l’eterogeneità della realtà scolastica francese (in alcune zone si sperimentano da anni dei percorsi d’integrazione e in altre no) non abbiamo dei lavori sull’integrazione scolastica dei bambini figli di migranti con bisogni speciali. Per tutte queste ragioni ci sembra utile proporre un lavoro empirico d’indagine che coinvolga le scuole, gli insegnanti, gli operatori dei servizi, i bambini e le loro famiglie.

Osservare, capire, scoprire le risorse
Le finalità della ricerca sono quindi quelle di: 1) comprendere quali sono le rappresentazioni degli insegnanti curriculari e specializzati rispetto ai bambini figli di migranti con bisogni speciali; qual è la loro mappa mentale, con quali conoscenze e categorie funzionano dal punto di visto didattico e pedagogico; 2) analizzare le esperienze innovative di accompagnamento pedagogico nelle scuole per favorire l’inclusione; 3) comprendere come si vivono questi bambini e come li vivono gli altri nelle classi attraverso dei momenti di osservazione partecipata in alcune classi durante le attività didattiche e i laboratori; 4) capire in che misura i bambini immigrati con bisogni speciali possano essere una risorsa per la classe, per il lavoro dei docenti e per il contesto scuola in generale; 5) capire come la presenza di questi bambini possa produrre innovazione sul piano formativo per il personale docente; 6) comprendere come alcune delle risorse esistenti (mediatori, insegnanti specializzati, educatori, ausili) possano essere utilizzati anche per bambini immigrati che presentano grosse difficoltà nel proprio percorso di studio; 7) individuare alcune buone prassi pedagogiche nella scuola per rispondere alle nuove sfide culturali di una comunità scolastica che sappia includere. Per individuare il campione della popolazione scolastica e le scuole si sono incrociati diversi dati: il numero di bambine e bambini figlie e figli di migranti e i bambini figli di migranti certificati. Nel rapporto sia con le ASL che con l’Ufficio scolastico provinciale si è ragionato anche sul fatto che vi sono bambini che risultano italiani ma sono di genitori di origine non italiana (hanno acquisito la cittadinanza successivamente all’arrivo in Italia) e vi sono bambini che hanno un cognome italiano ma una madre di un’altra origine culturale. Si è quindi preso in considerazione queste diverse variabili; inoltre nel rapporto con il servizio di Neuropsichiatria infantile è emerso che vi sono numerosi casi di bambini figli di migranti in carico presso i servizi, non certificati, ma con disturbi dell’apprendimento e disturbi specifici dell’apprendimento. Su questa popolazione spesso poco visibile a livello scolastico si è ragionato pensando nello specifico agli alunni figli di migranti: uno dei nodi critici è quello legato alla lingua; alle difficoltà collegate all’apprendimento di quest’ultima. La domanda è anche: capire se si ha a che fare con delle semplici difficoltà dovute all’apprendimento di un’altra lingua in un contesto culturale nuovo oppure se dietro vi sono anche dei disturbi specifici dell’apprendimento. Nel progetto di ricerca è prevista una parte di osservazione pedagogica con diverse classi per comprendere come possono essere superate le difficoltà che incontrano i bambini figli di migranti e in che misura la loro presenza possa costituire una chance per la scuola italiana: infatti questa presenza potrebbe mobilitare alcune delle risorse e competenze che sono già presenti al suo interno, visto i trenta anni di esperienza nell’ambito dell’integrazione scolastica. Tra i diversi aspetti della ricerca che si vogliono rilevare vi è anche la possibilità della risorsa alunno-disabile italiano nella relazione con l’alunno o l’alunna figlio o figlia di migranti con bisogni speciali; l’uso dell’approccio educativo cooperativo basato sull’aiuto reciproco nella gestione del processo di apprendimento o anche del tutoring in classe e nella scuola.

Le fasi della ricerca
La ricerca si sta articolando in due fasi. La fase uno consiste nella somministrazione di un questionario a tutti gli insegnanti curriculari e specializzati su competenze, conoscenze, rappresentazioni (rispetto alla disabilità e all’immigrazione), esperienze didattiche e pedagogiche, rete e rapporti con le famiglie. Prevede anche interviste qualitative con gli insegnanti curriculari coordinatori delle classi e gli insegnanti specializzati (o di sostegno): le interviste portano sui vissuti degli insegnanti, sulla loro esperienza nella relazione didattica ed educativa con gli alunni figli di migranti con bisogni speciali, sul transfert e contro-transfert pedagogico. Sono previsti anche dei colloqui con le famiglie di questi alunni: il nodo famiglia appare come una delle grosse criticità attuali. Interessa sapere come queste famiglie che provengono dalla Romania, la Cina o il Marocco vedono la scuola, i rapporti con l’insegnante di sostegno o specializzato, come vivono la disabilità o i disturbi dei propri figli, ma anche come vivono i rapporti con i servizi del territorio. Uno degli indicatori qualificanti di progetti educativi per l’integrazione è sicuramente la collaborazione che si viene a creare tra scuola, famiglie e servizi. È quindi importante comprendere qual è il punto di vista delle famiglie e come coinvolgerle nella gestione del progetto educativo accogliendo il loro contributo come una risorsa. Parallelamente a questo lavoro d’indagine sulle rappresentazioni e i vissuti degli insegnanti e delle famiglie la nostra ricerca sta predisponendo la costruzione di vere Monografie di bambini integrando il punto di vista degli insegnanti, della famiglia, degli operatori dei servizi e dei bambini stessi. Per questi ultimi si stanno attivando momenti di osservazione di alcune attività didattiche nelle classi dove sono inseriti gli alunni figli di migranti individuati come campione della ricerca: questo lavoro di osservazione va a integrare le informazioni raccolte dalle interviste, i colloqui e la documentazione fornita dalla diagnosi funzionale, il profilo dinamico funzionale e il piano educativo individualizzato. Le Monografie servono a cogliere quali attività svolgono i bambini nella classe, con quali mediazioni, in che misura si crea una rete cooperativa all’interno del gruppo classe, come funziona l’aiuto-reciproco tra pari, quale collaborazione effettiva vi è tra l’insegnante curriculare e l’insegnante specializzato o di sostegno, se intervengono altre figure professionali per favorire i processi comunicativi in classe ed educare tutti ad accogliere le differenze (mediatori culturali, educatori specializzati, operatori socio-sanitari o operatori della riabilitazione).
La fase due è quella sperimentale che vuole indagare le modalità dell’inserimento e di apprendimento nei gruppi classe e nelle classi mediante un lavoro di osservazione diretta attraverso delle attività strutturate. Questa fase prevede la sperimentazione di attività e di laboratori che sappiano utilizzare i giochi educativi, organizzare spazi, laboratori didattici per comprendere come funzionano i processi di apprendimento e quali strategie operative possono favorire il superamento delle difficoltà e l’eliminazione delle barriere. Si parte dalla constatazione emersa in numerosi incontri con gli insegnanti che vi è una questione aperta legata all’apprendimento della lingua italiana che, nel caso dell’alunno figlio di migrante, non è solo l’apprendimento di una seconda e talvolta di una terza lingua. Ma costituisce una esperienza del processo di definizione transculturale del proprio sé nel passaggio dalla terra di origine all’Italia oppure nella gestione della propria costruzione meticcia, in quanto si trova a cavallo su almeno due universi linguistico-culturale: la famiglia di origine e la scuola. Si pensa di costruire con gli insegnanti le condizioni per la realizzazione di attività educative e didattiche che possono permetterci di comprendere quali differenze esistono tra un gruppo sperimentale che comprende un numero significativo di alunni e alunne figli e figlie di migranti; di alunni e alunne con disabilità e difficoltà di apprendimento e un gruppo di controllo composto essenzialmente da alunne e alunni italiani e dove non riscontrano grosse difficoltà. Verranno scelte due classi nella scuola primaria e due nella scuola secondaria di primo grado; sia al gruppo sperimentale che a quello di controllo verranno somministrati test simili e verranno proposte le medesime attività. Si tratta di comprendere quali strategie mettono in atto i bambini con difficoltà e bisogni speciali per apprendere, e quali pratiche didattiche e approcci pedagogici usano gli insegnanti per facilitare gli apprendimenti e favorire l’inclusione. Interessa comprendere come funzionano le varie tecniche di mediazione pedagogica e culturale nella costruzione di processi comunicativi facilitanti per la socializzazione, l’incontro e l’apprendimento: qui si colloca anche il discorso legato alle modalità dell’accoglienza a scuola, nelle classi e la sua organizzazione tecnica e pedagogica. L’insieme del lavoro verrà restituito al mondo della scuola e degli operatori dei servizi coinvolti in questa ricerca.

Riferimenti bibliografici

C. Chevrie-Muller, J. Narbona (2007): Le langage de l’enfant (aspect normaux et pathologiques), Paris, Masson

K. Folgheraiter e P.E. Tressoldi (2003): Apprendimento scolastico degli alunni stranieri: quali fattori lo favoriscono?, in “Psicologia dell’educazione e della formazione”, n. 3, pp. 365-387

M.R. Moro (2005): Bambini di qui venuti da altrove. Saggio di transcultura, Milano, FrancoAngeli

M.R. Moro (2002): Genitori in esilio. Psicopatologia e migrazioni, Milano, Raffaello Cortina

M.R. Moro (2008): Manuel de psychiatrie transculturelle, Paris, Actes Sud

Y. Mouchenik (2008): L’enfant vulnérable (psychothérapie transculturelle au pays kanak), Paris, La pensée sauvage

M. Murineddu, V. Duca, C. Cornoldi (2006): Difficoltà di apprendimento scolastico degli studenti stranieri, in “Difficoltà di apprendimento”, n. 12, pp. 49-70

M.C. Nussbaum (2007): Frontiers of Justice: Disability, Nationality, Species Membership, Harvard, Belknap Press