Una chiacchierata a quattro voci

di Alessandra Pederzoli

Protagoniste di questa chiacchierata sono quattro voci di cui solo una pone domande e le altre raccontano esperienze. Sono tre persone e tre esperienze tutte da ascoltare e raccogliere per gustare fino in fondo questo postino di Neruda che l’assaggio del libro di Alessandra Cicalini ci ha già fatto conoscere. Persone che in misura diversa hanno messo parte di sé e del proprio lavoro in questo spettacolo e in questa attività con i ragazzi di San Girolamo.

Eugenio Scarabelli, psicologo e responsabile della Comunità di San Giorolamo (Fermo)

A te Eugenio chiederei qualche notizia su San Girolamo: brevemente quando è nato, di cosa si tratta, quale sia il legame con la Comunità di Capodarco, quanti sono i vostri ospiti e che vita conducono in San Girolamo.
San Girolamo nasce nel 1999 come comunità protetta, luogo che rappresenta l’ultimo stadio di intervento nella psichiatria. Inizialmente arrivarono venti persone uscite dal manicomio di Fermo, quindi si trattava di accogliere i cosiddetti “residui manicomiali” per i quali l’ASL aveva chiesto alla Comunità di Capodarco di trovare una sistemazione e una nuova collocazione.
Con il passare del tempo a San Girolamo sono arrivate persone sempre più giovani con condizioni psichiche croniche e con provenienze differenti che richiedevano un intervento riabilitativo. Siamo stati quindi stimolati a riorganizzarci e ad attrezzarci perché San Girolamo non fosse un ultimo stadio e un ultimo luogo di vita per le persone, ma perché esso rappresentasse una fase di passaggio. Attualmente le persone accolte sono 33.
La vita a San Girolamo è abbastanza rituale negli orari e nelle attività. Quello che si cerca di ricostruire e di mantenere è l’atmosfera che si respira in una casa, cercando di dare il meno possibile un’organizzazione di tipo ospedaliero alla vita quotidiana: nessuno indossa la divisa per esempio. Si cerca di lavorare molto sulla relazione interpersonale sia all’interno della casa ma anche all’esterno, cercando e mantenendo quanti più legami possibili con il territorio e le realtà circostanti.

Quale, in breve, il percorso storico che ha portato all’avviarsi del laboratorio teatrale?
L’idea del teatro in Comunità nasce molto in sordina e quasi per gioco. Come una di quelle sfide (diverse in verità) che in questo tempo ci siamo sentiti di raccogliere e lanciare al territorio, per non rassegnarci mai a considerare soltanto malate le persone ospiti nella nostra struttura.
Era l’autunno del 2003 quando per la prima volta prendemmo in considerazione quest’idea del “Teatro”. L’abbiamo fatto con grande rispetto e molto timore, pensando di accostarci a qualcosa di abbastanza complesso, privi di esperienza e con la nostra realtà che invece si connota proprio per la sua caoticità.
Il timore ci spinse a parlare semplicemente di laboratorio d’espressività psico-corporea. Erano una decina le persone coinvolte in quella prima esperienza che, con cadenza settimanale, lavoravano insieme facendo uso di tecniche teatrali. Quell’esperienza andò bene e forti furono le nostre emozioni nel constatare i risultati, estremamente migliori del previsto. I nostri ospiti, tutti appartenenti alla fascia della cronicità psichiatrica, sapevano accogliere quella sfida, usare quel linguaggio espressivo e tirar fuori da quel laboratorio, delle comunicazioni significative per tutti noi.
Fu a quel punto che ci dicemmo di poter lavorare su un testo. La prima esperienza fu quella di cimentarsi su una fiaba: Il Tesoro del Crociato, scritta da don Vinicio Albanesi; e la prima rappresentazione fu “in privato”: cioè dentro la comunità dove, dividendo lo spazio della stanza adibita alle feste, ricavammo un’area palcoscenico e una per il pubblico. Fu molto divertente e non ne venne fuori, per noi come per chi guardava, la “recita di poveri ragazzi sfortunati” di fronte alla quale, battere comunque le mani per premiare almeno lo sforzo. Fu teatro! Si poteva dire che, nella particolarità contestuale del teatro, i nostri ospiti riuscivano ad agire in modo sano. Da qui la voglia di provare a misurarsi con un testo diverso, più francamente teatrale, e con un contesto differente, un vero teatro, continuarono a farci crescere e a motivare il nostro lavoro. Abbiamo così ampliato il gruppo teatrale creando una piccola compagnia. Abbiamo coinvolto in questa esperienza altre persone: ospiti di altre strutture sia pubbliche che private e volontari Scout. Ci siamo attrezzati per reperire i fondi necessari a un vero spettacolo e abbiamo continuato a lavorare arrivando così alla sera della prima il 27 maggio 2005 al teatro di Porto San Giorgio con Novecento, rappresentazione tratta dal testo di Alessandro Baricco. La paura e la preoccupazione che non tutto potesse filare liscio erano grandi. Erano molte le variabili che potevano influenzare negativamente la riuscita: circa trenta persone in scena, quattro strutture coinvolte, il lavoro di alcuni professionisti tra psichiatri e psicologi, il confronto con il teatro vero, con lo spettacolo vero e infine, con un vero pubblico. Tutto vero, quindi. Niente finzione per noi che c’eravamo impegnati un anno di seguito nel creare qualcosa. Così come vera sentivamo l’emozione che gli ospiti ci avevano comunicato in circa sette mesi di laboratorio e che, da sola, valeva la prova. Il teatro, pieno in ogni angolo, ci ha ripagati dello sforzo e ci ha fatto capire definitivamente che l’esperienza doveva continuare. Eccoci quindi a mettere in atto un altro periodo di lavoro che ha portato poi a vedere in scena Un pretesto: il postino di Neruda: un nuovo stimolo alle persone perché esprimano il tanto e il bello che c’è sotto la corazza del loro malessere.

Quali le intenzioni che ne hanno mosso l’attivazione? Perché la scelta del teatro come strumento di lavoro con i ragazzi e con quali obiettivi?
Abbiamo scelto il teatro perché il teatro è uno strumento di espressione ed è un luogo all’interno del quale si finge e nel quale si vive la metafora che è propria del circo, in cui la stranezza diventa la normalità. Tra il gioco e la serietà ci si può infatti permettere di essere diversi. Nel teatro esiste un flusso bidirezionale: il teatro permette alla stranezza di divenire normalità e i pazienti a loro volta possono dare al teatro ciò che il teatro vuole. Il nostro obiettivo principale era di ampliare le possibilità espressive delle persone, fornendo magari qualche strumento in più oltre la parola; qualche cosa in più oltre al pensiero: spesso delirante e avvinghiato attorno alle solite stereotipie mentali e fisiche, che conoscevamo bene. Pensavamo alle possibilità del corpo, alle possibilità della fantasia. Credevamo di poter raggiungere meglio le persone che si nascondevano dietro le malattie, attraverso l’uso di un canale insolito e nuovo per tutti: ospiti e operatori della Comunità.
Il laboratorio e l’intero progetto è partito dal basso: prima l’idea di acquisire alcune tecniche di base poi è arrivata la consapevolezza che le persone riuscivano a dare altro, oltre alla semplice messa in atto delle tecniche. Chi partecipava al laboratorio riusciva a esprimersi ad altri livelli. Questi livelli di espressione diventavano e diventano stimolo alla patologia che non è da vedersi e da considerarsi come l’unico vestito della persona, quanto piuttosto come qualcosa che deve essere smontato. In psichiatria non si punta mai alla totale ristrutturazione della persona perché la patologia è per la persona stessa un adattamento creativo alla vita; è necessario dunque che la persona mantenga questo equilibrio. Il teatro ci permette dunque di decostruire e, allo stesso tempo di ricostruire qualcosa di diverso, di giocoso, di finto in cui è la stranezza a diventare la normalità e la normalità a essere la stranezza.
Il senso del gioco in fondo è poi questo: si tratta di un meccanismo che ci permette di fare cose diverse, di agire comportamenti diversi, fornendoci un pretesto per farlo. Faccio un esempio, se io e tu che mi stai intervistando ora ci incontriamo e rimaniamo fissi nei nostri ruoli, continuiamo a vivere in quel range di possibilità che la situazione professionale ci sta imponendo. Se noi invece ci concediamo di giocare con quei ruoli allora ci stiamo concedendo altre opportunità. E non perché stiamo parlando di gioco, di sciocchezze e di banalità; ci riferiamo a un’interazione vera e a una comunicazione autentica in tutto e per tutto.
In questo caso specifico significa anche avere il coraggio di andare oltre la malattia, pur scegliendo una dimensione di gioco, per incontrare innanzitutto la persona. Farlo attraverso il teatro, significa solo farlo in una dimensione altra.

Nell’introduzione che tu hai scritto per il libro della Cicalini leggo testualmente: “Gli ospiti, che noi conoscevamo bene nella loro patologia, giocavano con essa utilizzandola in funzione dei personaggi che dovevano interpretare. Interpretando realmente delle maschere; ossia giocando, con se stessi e con noi, nel fare altri da sé”. Il gioco con la patologia mi sembra uno degli elementi più avvincenti del vostro lavorare con il teatro. Quanto questa dimensione del gioco, dell’interpretare agisce favorevolmente per il benessere dei ragazzi, agisce cioè sulla loro capacità di apertura e di espressione?
Questo accade per ogni cosa che mettiamo in piedi. Il teatro, il gioco, l’improvvisazione, ma non solo. Questo è quello che si rivive e si mette in atto anche nella vita quotidiana e nei ritmi di vita condivisa dentro San Girolamo. Anche i familiari talvolta si stupiscono dei livelli di autonomia raggiunti dai nostri ospiti. Per noi significa mettere in atto delle strategie e delle modalità di interazione che, come dicevo prima, guardano prima di tutto alla persona e poi tengono conto della malattia: che va pensata come qualcosa non da arginare dal punto di vista farmacologico o terapeutico, quanto piuttosto come una componente della persona che la costituisce e con la quale deve imparare a fare i conti e a convivere. Ritorniamo a quell’equilibrio tra persona e malattia pensata come l’adattamento creativo che l’individuo stesso fa della propria vita. In quest’ottica non è certo un qualcosa da arginare, quanto piuttosto qualcosa su cui lavorare e tenere in considerazione. Ecco il gioco con la patologia, ecco anche il lavoro sull’improvvisazione che ha costituito il laboratorio. Si tratta di agire su un livello di rapporto personale che riconosce il paziente, gli affida delle responsabilità e lo aiuta ad acquisire delle autonomie via via sempre maggiori. Un’interazione che diventa normale.

Stefania Petracci, psicologa e co-conduttrice del laboratorio teatrale di cui è memoria e collante

Lo spettacolo Un pretesto: il postino di Neruda, nasce dall’esperienza di un laboratorio teatrale, ma soprattutto dall’esperienza di un gruppo di persone che hanno lavorato sull’espressività psico-corporea. Stefania, cosa significa un lavoro di questo tipo nel concreto dell’agire con i ragazzi?
Il laboratorio è innanzitutto un luogo di integrazione e interazione tra individui, è un’occasione per unire persone molto diverse tra loro: il teatro mette infatti tutti sullo stesso livello, perché concede a tutti la possibilità e l’opportunità di esprimersi. E non esiste un modo giusto o un modo sbagliato di espressione. Noi abbiamo lavorato sulla espressività psico-corporea: questo ha significato partire dal corpo per arrivare ad altri contenuti. Tutto l’agire del laboratorio segue una circolarità su cui si muovono diversi livelli. Una circolarità di posizione ma anche di azione nel tempo. Siamo tutti seduti in cerchio e la prima fase di lavoro è una fase puramente dialogica che conduce le persone a portare nel cerchio del laboratorio il loro vissuto, le loro esperienze. A questa prima fase seguono le attività laboratoriali vere e proprie, quelle previste e programmate per la giornata. La fase finale poi è un ritorno al dialogo in quanto è il momento della restituzione, il momento in cui portare nel gruppo il proprio sentire e le emozioni provate durante le attività appena conclusesi.
Di fatto questo è il lavoro che importa e che ci interessa portare avanti: farli esprimere, il resto è appunto un “pretesto”, un’occasione che diventa traccia su cui poi lavorare, agire, e anche improvvisare.

Cosa comporta per un paziente psichiatrico stare all’interno di un’esperienza complessa come può essere un’esperienza teatrale, in cui occorre misurarsi con l’uso del linguaggio, con la percezione del corpo, con l’assunzione e il riconoscimento di ruoli differenti?
Io credo che innanzitutto si tratti di un’occasione per stare insieme e per confrontarsi con gli altri componenti del gruppo (un gruppo di ventinove persone). Il momento della restituzione per esempio è molto importante perché si agisce il rispetto dell’altro, l’ascolto di quello che ha da dire e da dare. I nostri ospiti sono persone che spesso vivono in un mondo auto centrato nel quale faticano ad accogliere gli altri e ad accettarli per quello che hanno da dare. Questa dimensione del rispetto e dell’accoglienza degli altri componenti del gruppo, per esempio, è una dimensione che il teatro permette di trovare alla quale peraltro fatica a corrispondere un’altrettanta disponibilità e pienezza nella vita reale. Si tratta, in effetti, di uno spazio protetto e definito che va oltre ai ruoli ma questo permette lo scambio. Anche i ruoli attribuiti per lo spettacolo in effetti non sono altro che un pretesto, infatti non vengono mai definiti una volta per tutte. Spesso lo stesso personaggio è interpretato da due o tre attori che si scambiano nel procedere dello spettacolo; perché ciò che acquisisce importanza è il tipo di esperienza che si conduce, non il ruolo impersonato.

Il postino di Neruda immagino sia stato un passaggio e una tappa del vostro percorso. Oggi, quale seguito ha avuto il laboratorio? Cosa c’è in programma, se qualcosa c’è?
Il laboratorio infatti sta andando avanti anche se per il momento non c’è ancora un testo specifico. È ancora un lavoro tutto improntato sull’improvvisazione, quindi non legato a qualcosa di specifico quanto piuttosto a quello che emerge di volta in volta dai ragazzi. Poi vedremo… Magari da loro emergerà l’esigenza di mettere in piedi un altro spettacolo, a quel punto, allora, ci penseremo. Di fatto in questo modo la struttura si è modificata, non essendo pensato in vista di un copione in particolare, ci si è concentrati su un lavoro molto più centrato sulla espressività. Abbiamo giusto scelto il filone che è quello della comunicazione e su questo filone ci muoviamo di volta in volta, anche in base a quello che emerge. Conduttore del laboratorio di quest’anno è Oscar Genovese, che già aveva partecipato con Il postino di Neruda. E il gruppo si mantiene di ventinove persone.

Roberta Fonsato, attrice e regista teatrale, regista dello spettacolo Un pretesto: il postino di Neruda

Roberta, tu operi nel teatro da molto tempo. Questo laboratorio messo in piedi alla Comunità di San Girolamo è la tua prima esperienza di lavoro con il disagio mentale? Quali le sensazioni, le novità? Cosa c’è di particolare nel condurre e nel mettere in piedi uno spettacolo all’interno di un contesto come San Girolamo?
Il mio lavoro con il disagio mentale è nato con San Girolamo e nel tempo si è mantenuto, nel senso che ho cominciato lì per poi fare molte altre esperienze nel campo del teatro e disagio mentale; posso dire che adesso il disagio mentale è il mio campo di indagine e di lavoro preferito.
La novità del lavoro Un pretesto: il postino di Neruda è il fatto di venire inteso proprio come un “pretesto” di lavoro, in quanto rappresenta una traccia che offre l’input alla modalità del nostro lavoro, che è quello dell’improvvisazione. Un pretesto, quindi, per dare al gruppo l’occasione di creare qualcosa di unico, in quanto frutto di un processo di lavoro comune.
L’intero percorso ha previsto infatti la realizzazione di tre laboratori e due fasi: oltre al laboratorio teatrale vero e proprio, si sono inseriti il laboratorio di scrittura, che ha visto prodotti una serie di scritti, alcuni dei quali sono poi confluiti nel testo dello spettacolo, e il laboratorio di scenografia, durante il quale è stata realizzata la scenografia dello spettacolo.
La prima parte del laboratorio teatrale è stata di lavoro sulla tecnica, rivolta al gruppo per creare delle “intenzioni sceniche”. Queste intenzioni sceniche venivano in un primo momento proposte al gruppo, successivamente si lavorava proprio su questi temi e non solo da un punto di vista strutturale e testuale, ma soprattutto sulla corporeità.
Gli attori in questo modo, si sono trovati, naturalmente, ad appropriarsi di quelle caratteristiche dei personaggi, sulle quali abbiamo lavorato in un primo momento; i personaggi, le situazioni si sono così inserite in una struttura scenica ad hoc.
Il contesto di San Girolamo è stato un importante passaggio per il gruppo di attori della Compagnia; sicuramente frutto di un lavoro teatrale che dura ormai da anni, ora il gruppo era pronto per un lavoro più strutturato e tecnicamente più avanzato, cioè passare dal generale per arrivare alla scena specifica, piuttosto che arrivare direttamente alla scena “strutturalmente imposta”. Importante ricordare come nel corso degli anni il gruppo si sia trasformato in una vera e propria Compagnia teatrale, intendendola in modo molto ampio come un gruppo di attori che lavorano insieme, si allenano, mettono in scena spettacoli, che talvolta producono. Il gruppo è variabile, ci sono attori che entrano e attori che escono, ciò che però è garantita è la continuità di lavoro. La compagnia di San Girolamo, è così: ha un carattere professionale, proprio perché gli spettacoli sono frutto di lunghi e articolati lavori di produzione. Credo che il laboratorio a San Girolamo non sia una delle tante attività delle strutture, quanto piuttosto il lavoro della compagnia “Teatral – Mente”, che proprio per la sua peculiarità e modalità è una compagnia teatrale vera e propria.
Vorrei fosse chiaro che i nostri spettacoli non sono la recita di fine anno, ma sono il frutto di un lavoro reale e serio. Professionale è l’emozione, l’attesa, la volontà di andare avanti, la creazione, il gruppo, tutti ingredienti presenti nel nostro laboratorio. Il teatro è fatto di sudore, di attese, di sbagli, rettifiche e dignità.
Massima ambizione: il pubblico sceglie di venire a vedere i nostri spettacoli, fra i tanti del cartellone, o almeno questo vorrei fosse lo spirito.
Mi ha fatto piacere, quando l’anno scorso, dopo il debutto di Novecento, una persona fuori dal teatro mi ha detto: “Mi ha fatto uno strano effetto, pensavo di venire a ridere e invece ho pianto”, oppure “Sul palco, in scena, non si distinguevano i pazienti dai normali”.
Non è strano, è il teatro... forse quello della vita.

Leggendo il diario di Alessandra, tra le altre cose, colpisce in particolar modo il lavoro sull’improvvisazione che sembra una costante nella costruzione di quello che poi abbiamo visto in scena. Da dove viene questa intenzione di raccogliere l’improvvisazione per la costruzione del copione?
L’improvvisazione è il mio metodo di lavoro oltre che l’ambito dove muovo la mia ricerca. La mia metodologia parte da un metodo de il “Teatro dell’oppresso” di Augusto Boal, che fa dell’improvvisazione la base del proprio lavoro. Credo che l’improvvisazione sia una delle forme teatrali più complesse, proprio perché è quasi come se non avesse tecnica: in realtà la tecnica è un tutt’uno con l’essenza di quello che si sta rappresentando in un preciso istante. Lavorando con la psichiatria, l’improvvisazione risulta essere per me il metodo reciprocamente più adatto; l’una per l’altra: non c’è bisogno di tecnica nella totale spontaneità, pensando alla psichiatria come campo di totale spontaneità. Attori famosi ed esperti, di grande rispetto, necessitano anni di espropriazione tecnica e spesso non raggiungono i livelli che un paziente psichiatrico ottiene al primo incontro.
Nell’improvvisazione ognuno porta il suo momento, quello che è in quel momento; il gruppo come momento creativo, di creazione appunto, stiamo creando un unicum, uno spettacolo del momento. Teatro e psichiatria a confronto, come facce della stessa medaglia. Un unicum è ogni volta uno spettacolo diverso, ogni improvvisazione è frutto di un processo creativo, stiamo creando qualcosa di nuovo, di straordinario, possibile solo per quel preciso momento, con quel gruppo, con le emozioni ed energie che concorrono a quel preciso istante. Necessario diventa “il parto-scenico”, la scena come realizzazione e superamento, in quanto e-dotta (condotta fuori, partorita) dall’emotività inconsapevole dell’improvvisazione. L’improvvisazione non lascia possibilità di predefinire, di guidare l’emotività, sono adesso perché sono così, mi muovo e dico questo o non mi muovo e non dico, perché il momento me lo suggerisce, “sento” questo, non penso. Stop. Il dopo è un’altra cosa.

Una cosa mi ha particolarmente colpito guardando lo spettacolo, un capolavoro, tra l’altro. Le lettere e quella buchetta della posta messa in scena, nate da un laboratorio di scrittura interno al lavoro teatrale. Come spiegheresti a chi non ha visto lo spettacolo questa scelta? Cosa fanno gli attori in scena che “si leggono” al pubblico?
La scelta della cassetta delle lettere è nata un po’ per caso dal gruppo stesso, un po’ come esigenza scenica, un po’ forse come significato intrinseco dello spettacolo... Lettere come messaggi che dovrebbero arrivare al cuore di chi lo guarda. Non dimentichiamo che:
“I primi protagonisti sono gli occhi della gente, che sbirciano dalle tende e chiacchierano di ciò che vedono.
Danzando tra l’indifferenza e la curiosità...
La provocazione è proprio questa: si parla tanto di chi è strano, di chi è normale, ma aldilà delle chiacchiere, dove sta il confine: il giudizio di vedere lo strano o il normale o il sentirsi l’uno o l’altro?
Il dubbio rimane, la scelta è personale.” [dagli appunti di regia di Roberta Fonsato, NdR.]
Direi quindi che il pubblico dovrebbe leggere tra le righe di quelle lettere.

Un’ultima curiosità, la scelta dello spettacolo e del tema. Il postino di Neruda. Da dove arriva questa scelta?
La domanda più difficile, benché la più ovvia per me: nasce da un impulso improvviso, da un’improvvisazione emotiva. La scelta dei miei spettacoli nasce da ciò che mi emoziona, leggo un libro, se questo libro mi emoziona sicuramente è buono per uno spettacolo e così spero che ciò che ha emozionato me, possa emozionare anche gli attori e il pubblico.
E poi c’è il mio amore per la poesia di Neruda, che non lascia commenti. Ora sto vivendo in Sud America, la terra di Neruda e come in un flashback penso a quando ho preso in mano il libro di Skármeta e ho pensato “vada per questo”, una scelta del “corazon” direbbero qua e, qua, questa parola fa ancora effetto.