Un diario per rivivere il teatro

a cura di Alessandra Pederzoli
tratto da A. Cicalini, Progetto Teatral – Mente. Un pretesto: il postino di Neruda, Legatoria della Nuova Serra, Porto Sant’Elpidio (AP), 2007

“Era un tardo pomeriggio d’inverno. Stavo camminando verso casa, persa, come mio solito, in oziose considerazioni”.

Così comincia il diario scritto da Alessandra Cicalini, giornalista professionista, sull’esperienza del laboratorio teatrale “Teatral – Mente” che ha coinvolto la Comunità San Girolamo, il Servizio riabilitativo residenziale Asur 11 di Fermo, la Comunità di San Claudio e il Centro diurno “La Serra”. Già, perché in quel tardo pomeriggio d’inverno, bastò uno squillo al suo cellulare perché Roberta Fonsato, amica e regista teatrale, le proponesse di lanciarsi a occhi chiusi in quell’impresa assolutamente sconosciuta e nuova per lei. Si trattava di seguire un laboratorio di espressione teatrale presso la Comunità di San Girolamo: un luogo di accoglienza e riabilitazione del disagio psichico. E così da quel primo “sì” di Alessandra, oggi possiamo sfogliare un attento e coinvolgente diario di un’esperienza d’arte che ha dato vita a uno spettacolo teatrale vivace, movimentato e pieno di contenuti, frutto di un elaborato percorso con gli ospiti di San Girolamo.
È un diario, un racconto, che porta il lettore a immaginarsi seduto in quel cerchio in cui si disponevano i partecipanti all’inizio di ogni appuntamento di laboratorio, la cui continuità ha portato in scena Un pretesto: il postino di Neruda (titolo anche del libro di Alessandra Cicalini) al Teatro delle Api di Porto Sant’Elpidio (Fermo), il gennaio scorso.
Eccone un collage di alcune giornate, capaci da sole di spiegare natura e pienezza di questa esperienza.

Il diario
di Alessandra Cicalini

15 febbraio
Si parte dal vissuto

Roberta ci spiega qual è il suo piano: in questa prima fase del laboratorio vorrebbe partire dalle “intenzioni sceniche che evocano certe situazioni”. Nel caso specifico, l’ambientazione che si
cercherà di creare è la piazza di un paese. Le azioni che avverranno su questo spazio saranno “incastonate” nelle scene dello spettacolo. Io la guardo ammirata con sguardo presumo non
molto intelligente mentre cerco di decodificare le sue parole. […] Camminiamo, dritti, in diagonale, in tondo, come capita, Roberta cambia più volte la musica di sottofondo, mentre ci esorta a guardarci l’uno con l’altro, tenendo lo sguardo alto. È sempre appagante incrociare gli occhi degli altri: inevitabilmente s’instaura un clima di complicità dato dall’essere parte di un’esperienza comune. […] Quindi lancia l’ipotesi: “Siamo in piazza, diciamo in una piazza di un paesino del Sudamerica, mettiamo, in un villaggio di pescatori. Ogni tanto questa piazza è animata dall’arrivo di qualche personaggio strano, che magari cammina e si muove in modo strano... Proviamo?”.

5 aprile
Il mestiere dell’attore

Roberta ha spiegato al gruppo che siamo in una piazza di un villaggio di pescatori, su un’isola dell’America Latina. Nel paese vive un personaggio strano, di nome Mario, che di mestiere fa il
postino. Nell’incontro di oggi si proverà a definire alcune battute.
Laura legge il brano introduttivo: Isla Negra è una piccola isola dell’America Latina, un’isola di pescatori. La sua caratteristica è di essere molto vivace: ad animarla, ci sono i suoi abitanti. La chiamano l’isola delle piccole cose, perché accadono solo piccole cose, ma ai suoi abitanti
sembrano grandi.
Salvatore: “Ma se tutti i pescatori pescassero tutto, finirebbe tutto il pesce!”. Seguono diverse battute, alcune a doppio senso, che rischiano di confondere un po’ le acque. Il fatto è che tutti si rendono conto di quanto sia complesso interpretare un ruolo. Illuminanti le parole di Salvatore: “È difficile fare l’attore, ridere quando non vuoi, piangere quando non ti viene da piangere, ricordarsi tutto il copione!”. Salvatore non può saperlo, ma queste parole entreranno a far parte del testo dello spettacolo.

26 aprile
Il concetto di stranezza

Roberta ci parla dei messaggi nascosti nel lavoro che stiamo costruendo. In particolare, ci invita a riflettere sul concetto di stranezza. Per lei è un nodo centrale. Chi è lo strano? A saperlo, mi dico. Incalza di nuovo, con gli occhi sgranati, tipici di quando parte per la tangente: “Mi piace confondere il pubblico, sbaragliarlo”, aggiunge sorridendo. Noi rimaniamo in silenzio anche se siamo divertiti: che vuoi dire, cara la nostra funambolica regista? “Voglio instillare il dubbio: chi sono i diversi?”, s’interroga Roberta. E già, chi sono i diversi? Da quando sono arrivata in questo posto la domanda mi frulla costantemente nella testa. Mentre siamo lì, che camminiamo, ci prendiamo per mano, ci gratifichiamo con reciproci applausi, che differenza c’è tra tutti noi? Chi potrebbe dire chi è il “matto” e chi il “normale”? Roberta mi riporta sulla terra ricollegandosi alle scene che abbiamo già provato: “Quando Mario il postino dice che c’è Neruda non viene creduto: questo è un nodo molto importante”. Dice la verità ma nessuno gli crede. A volte i pregiudizi accecano. Direi che capita molto spesso, più di quanto anche la mente più aperta potrebbe credere.

10 maggio
La festa di paese

Il gioco insistente sui “tipi strani” è cioè frutto di premeditazione. Anche stavolta, poi, il finale sarà scelto dagli attori, però in maniera differente: nell’opera di Skármeta c’è Matilda che è innamorata di Mario, ma la madre ostacola l’unione perché Mario è strano. Roberta ha intenzione di chiedere agli attori di stabilire se ha ragione Matilda o sua madre. Se questo matrimonio, insomma, s’ha da fare o no. Tutto questo, cioè, prima di costruire lo spettacolo: gli attori non lo sanno (anche se qualcuno, come Laura, l’ha capito), ma stanno contribuendo anche loro alla stesura del copione. […] Poco alla volta, quasi tutti partecipano al ballo; come capita spesso, le donne decidono di ballare anche tra di loro e l’atmosfera è davvero gioiosa. Mentre le coppie danzano, ogni tanto Roberta stoppa la musica e tutti devono rimanere immobili: in quei momenti, prima Paloma e poi Danilo leggono la poesia di Neruda sull’amore:

Amore mio,
andiamo al cinema del paesino.
La notte trasparente gira
Come un molino,
muto, elaborando stelle.
Noi, amore mio,
finché saremo vivi
faremo nostra tutta la vita vera
ma anche i sogni:
tutti i sogni
sogneremo.

Stefania guida il giro di commenti finali. Com’era questo ballo?
Aldo: “Per me è tutto un macello!”.
Marco: “La musica è divina”.
Gualtiero: “Tutti i giorni così sarebbe festa nazionale”.
Laura: “Ci siamo divertiti da matti!”.
Non è finita qui. L’incontro di oggi prevede anche il dialogo tra Matilda e la madre: la ragazza le rivela di essersi innamorata di Mario. La madre si arrabbia. Provano superbamente la scena Laura, che fa la madre, e Giusy, Matilda. A un certo punto Giusy s’inginocchia persino, mentre Laura continua ad aggredirla: “Ma come ti viene in mente? Ma sei ammattita?”. Mentre Laura s’infervora e Giusy resta china implorandola di darle il suo consenso, Roberta alza il volume della musica per consentire alle due attrici una via di fuga dalla scena. Giusy e Laura, allora, si tirano su intrecciandosi in una specie di saltarello a due, e tra gli applausi e le risa generali si allontanano verso il fondo del palcoscenico.
L’improvvisazione funziona così bene che sarà di sicuro inserita nello spettacolo.

7 giugno
La radio protagonista

Il primo a entrare in scena con la camminata strana è Giorgio: le sue sopracciglia sono sempre corrugate e gli occhi guardano lontano, mai in direzione di qualcuno. Magrolino, Giorgio è un ottimo “camminatore strano”: lo si vedeva già le prime volte, quando le improvvisazioni erano ancora del tutto libere. Segue Marco, un po’ dondolante, infine Daniela, che vibra come un uccello spaventato, ma alla fine partecipa sempre. Mentre passano i personaggi strani, si fanno commenti ad alta voce su di loro: Roberta ha stabilito che a turno, donne e uomini devono parlare prima male e poi bene di quelli che passano, alternandosi tra loro. Daniela sottolinea spesso la maldicenza della gente: mentre cammina, percepisce qualche parola di scherno e sembra offendersi, ma il tutto avviene così velocemente che non ci sono conseguenze negative. A dire il vero, anzi, Oscar nota una certa confusione nella piazza e mi bisbiglia se non sia il caso di far parlare una persona sola per gruppo. Io lo esorto a riferirlo a Roberta, ma non ora. Adesso è il momento di tacere e di osservare.
Mery introduce le chiacchiere del villaggio: "Le giornate scorrono tranquille a Isla Negra, tra le chiacchiere delle donne e dei pescatori. Nel villaggio abita anche Mario, un tipo che la gente dice sia un po’ strano…”.

13 giugno
Il laboratorio di scrittura

L’elenco di vocaboli e perifrasi è notevole.
Per gli attori l’amore è:
- due persone che si vogliono bene;
- due persone che si percepiscono, che si danno fiducia;
- sofferenza;
- fedeltà;
- viene dal cielo;
- accettare l’altro;

- timidezza;
- può essere la rappresentazione di chissà che cosa ma non si sa;
- una scoperta giorno per giorno;
- provare per credere;
- una cosa meravigliosa tra persone, popoli;
- passione;
- vi darà le ali;
- indebolisce;
- gioia;
- ansia;
- felicità;
- dirsi la verità.

L’esilio invece si identifica con:
- prigionia;
- sofferenza;
- solitudine;
- emarginazione;
- ricordi brutti di mio padre in guerra;
- povertà, assenza di risorse;
- una cosa costretta;
- come sa di sale lo scendere e lo salire le altrui scale;
- un portone chiuso;
- una cosa umana fatta senza violenza;
- distanza;
- stare agli estremi della realtà;
- vuoto, assenza;
- alternativa costruttiva.

La diversità è invece:
- arruso (gay in siciliano);
- sospensione;
- condivisione;
- accettazione;
- razzismo;
- inusuale;
- ricchezza;
- ognuno ha diritto alla propria diversità;
- disagio psicologico;
- non sentirsi uguali;
- la cosa più bella del mondo;
- una bella cosa;
- soggiogare l’altro;
- religioni diverse;
- né io né nessuno;
- inferiorità;
- amore-odio;
- bello e brutto;
- può esprimere tutto.

L’ipocrisia e l’indifferenza vengono abbinati perché non si riesce a riassumere che in questa maniera il concetto di “chiacchiere della piazza”, ossia quell’attività di taglia e cuci che impegna quotidianamente i pigri abitanti di Isla Negra, come succede in qualsiasi paese sperduto della provincia più anonima. Al tema doppio il gruppo abbina le seguenti espressioni:
- peggio dell’odio;
- peggior tortura fatta all’uomo;
- insensibilità;
- menefreghismo;
- la più brutta cosa al mondo;
- contraddizione odiosa;
- poca fiducia;
- insicurezza;
- chiacchiere;
- maldicenza;
- diplomazia politica;
- una cosa brutta;
- falsità;
- cattiveria;
- chiudersi in se stessi;
- invidia;
- alimento degli stupidi;
- egoismo;
- disonestà.

Conclusioni
Acqua e idee in un pomeriggio di inizio luglio

Nella mia cucina, tiriamo fuori copioni e idee. Roberta spiega che cosa significhi per lei un lavoro come quello che ha messo in piedi a San Girolamo. “Vorrei che fosse chiaro che i nostri spettacoli non sono la recita di fine anno, ma sono il frutto di un lavoro reale e serio”, precisa. Sarebbe un sogno, aggiunge, se i suoi allestimenti fossero accolti nel cartellone di una stagione teatrale e se la gente decidesse di venire a vederli al posto di qualcos’altro. Roby è cosciente di quanto la sua ambizione sia difficilmente realizzabile, ma non per questo smette di crederci. Per lei il teatro è “fatto di sudore, di attese, di sbagli, rettifiche e dignità”. Una roba grossa, insomma. Di tutt’altra natura, invece, il punto di vista di Stefania. Il suo è un parere professionale, non privo di profonda umanità. Alla mia domanda, banale, giornalistica, se il laboratorio teatrale possa aiutare a “guarire”, Stefy risponde con intelligenza e competenza: che cosa significa guarire? Chi e come stabilisce il confine tra “sano” e “malato”?. La psichiatria non è una scienza esatta, come ogni disciplina concepita dall’uomo; soprattutto, muta orientamento con il mutare della società, della storia. Con il tempo, ad esempio, sono stati vietati dalla legge i manicomi, una “parola brutta”, come ha detto qualcuno degli attori nel pomeriggio a Torre di Palme. Si è capito, in definitiva, che il “matto” è qualcuno che percepisce la realtà in una maniera diversa da quello che vi si è inserito più o meno bene (e in questo più o meno si potrebbe annoverare un intero campionario di esseri umani che tutto sembrano fuorché normali. Ma questo è un altro discorso). Tutto sta a cercare di valorizzare questi modi differenti di adattarsi al reale, al qui e all’ora. Sempre, naturalmente, che sia possibile. Un modo per stabilire un “contatto” con chi ha un rapporto inconsueto con la realtà è proprio il laboratorio teatrale detto, non a caso, nella dicitura completa, “laboratorio di espressività psico-corporea”. A chi vi partecipa, in sostanza, si dà l’opportunità di sperimentare modalità inedite di autopercezione circoscrivendole però alla durata ben delimitata nel tempo della lezione, senza dimenticare all’interno della medesima un necessario momento di rielaborazione. Perché non si può rischiare che qualcuno rimanga attaccato alla parte o all’esercizio corporeo che gli è stato assegnato: lo scopo è un altro, ossia indurre gli attori a scoprire che, sì, possono “errare nella persona”, come dice Stefania, sperimentando nuove maschere, ma solo perché protetti da un gruppo che vuole loro bene e che li incoraggia, e che soprattutto li aiuterà a tornare in loro stessi, una volta terminato l’esercizio, rinvigoriti, forse, da una grinta e un senso di catarsi inediti. Il teatro, in sostanza, non rimuove le sofferenze, non può né gli spetta farlo; però può infondere un coraggio mai sperimentato
prima, almeno lì, sulla scena, sotto il calore delle luci e degli sguardi del pubblico.

Dopo questa parentesi pseudo-impegnata, fortunatamente il nostro incontro prosegue su un piano più pragmatico: come cambierà il copione visto quello che è venuto fuori dal laboratorio di scrittura? Roberta sembra assai sicura di sé: alcune poesie del sommo Neruda (non se ne abbia a male) saranno sostituite dagli scritti degli attori. In particolare, salta la poesia sul “cammino errante”. Il tema dell’esilio è stato analizzato più volte durante l’anno, come si capisce dal testo che ne è venuto fuori:

Come sa di sale lo scendere e lo salire l’altrui scale
al termine dei miei giorni mi trovai esiliato
in un paese lontano
e nulla mi rimaneva nella mano
qui in esilio sto bene
ho gioia e poche pene
vagabondo in questo vuoto e nell’assenza dei miei affetti
trovo sempre dei difetti
lontano dall’amore mio
batte il cuore dell’amato mio
desiderio di solitudine ed isolamento
ciò a volte mi rende contento
ma… troverò un’alternativa costruttiva?

E chi lo sa? Verrebbe da dire: capita sempre qualche bivio durante l’esistenza davanti al quale non si sa cosa fare. Il brutto è quando ci si sente di essere arrivati in fondo. Ma lasciamo perdere la (mia) filosofia da quattro soldi. L’altra novità è invece al passaggio dei tipi strani, più o meno all’inizio del vecchio copione. I commenti malevoli e benevoli erano troppo confusi? Allora Ro ha ipotizzato il seguente stratagemma: al passaggio di ogni personaggio i due gruppi di uomini e donne pronunceranno alternandosi le battute della filastrocca sulla diversità composta durante il laboratorio di scrittura.
Eccola:

Amo le cose di diverse, pazzamente
amo il bello e il brutto
sono indifferente a tutto
né io, né nessuno
ci sentiamo uguali a qualcuno
gay, africano o musulmano
ateo, cattolico o sciamano
ognuno ha il diritto di sentirsi normale
ognuno ha diritto alla propria diversità
tu diverso non hai un difetto
esprimi tutto con grande affetto.

[…]

L’ultima innovazione è a monte del copione e di questo stesso volume. L’autore dell’aforisma degno del miglior Aristotele è Mario:

La diversità è informe infinito
poiché la forma
è limitante e finita.