I trent’ anni di “zac zac zac”!

22 Luglio 2009

Il 4 agosto del 1977 è la “data storica” in cui è emanata la legge sull’integrazione scolastica degli alunni “in situazione di handicap”. Una data che ha lasciato il segno, come il bandito Zorro e il suo aiutante Bernardo

Claudio ImprudenteDi Claudio Imprudente

Come ogni sera, seduti attorno al tavolo della cucina, aspettando di vedere l’unico telegiornale della giornata, ci sintonizziamo su Rai1, e ci accoglie il faccione lampadato di Carlo Conti che ci introduce al gioco finale della ghigliottina. La prima parola, che senza alcuna ragione dimezza il montepremi della campionessa della serata è “4 Agosto “. Subito il mio cervello inizia a frullare, ma l’unico collegamento che mi viene è S. Nicodemo. Cala, spietata, la seconda parola: “77″, e io penso alle gambe delle donne. Ma che nesso ci può essere fra S. Nicodemo e le donne? Non ci voglio nemmeno pensare. La seguente è “cambiamento”… ancora non vedo alcun nesso logico. La quarta, che finalmente la concorrente azzecca (ma per pura fortuna secondo me) è “30″. Tombola!, penso spazientito, ma cosa sono tutti questi numeri stasera? Il 4 di Agosto, il 77, il 30… sono decisamente confuso.

Provo a fare somme e sottrazioni, cerco di ripescare nei miei ricordi un evento storico avvenuto il 4 Agosto, ma a scuola la storia non era la mia materia forte… ehi! Proprio la parola scuola mi fa intravedere un lumicino lontano lontano… che la parola segreta sia… Ma l’ultima delle cinque parole elencate da Carlo Conti mi ributta nel buio totale, perché è “Zorro”. Zorro?! Ma allora ero completamente fuori strada! Io infatti avevo pensato che la soluzione fosse “integrazione”, e fino a qui ci rientrava tutto. Vi interessa il mio ragionamento? Allora, tanto per cominciare il 4 Agosto dell’anno 1977 è stata emanata la legge sull’integrazione scolastica per gli alunni in situazione di handicap nelle scuole statali; trenta sono gli anni passati da quella data (già trenta?), allora è iniziato quel processo di cambiamento che sta diventando storia… ma allora è integrazione!

Sarebbe tutto più semplice se Zorro non scombinasse i miei piani. Dunque, Zorro era un bandito messicano che difendeva il popolo dalle tirannie del governo. Il suo stile dark con mantello, mascherina, cappello e cavallo nero mi ha sempre affascinato. Ancor più di lui mi ha sempre affascinato il suo aiutante: Bernardo era muto e con la gente faceva finta di essere anche sordo, solo Zorro conosceva il suo segreto così come solo Bernardo conosceva quello di Zorro. Quella di Bernardo era un posizione davvero strategica: fingendo la sordità egli poteva carpire dalla gente informazioni utili senza essere minimamente sospettato. Tra Zorro e Bernardo c’era quindi una grande complicità e una reale integrazione.
Un’altra cosa che mi piaceva molto di Zorro è che lui lascia il segno del suo passaggio … Giusto! Anche l’integrazione lascia un segno! In questi trenta anni l’integrazione ha lasciato migliaia di segni, ognuno dei quali è stato un fondamentale tassello per un cambiamento culturale e sociale. L’integrazione deve lasciare un segno, altrimenti è solamente “inserimento” (in effetti nella parola inserimento non c’è la Z!).

Ecco trovata l’analogia tra Zorro ed integrazione… allora io scommetto sulla mia soluzione! Dopo la suspance ecco Carlo Conti che tira fuori la soluzione dalla busta colorata, lentamente gira il foglio e… Avevo ragione! Peccato, avrei potuto vincere centomila euro!
E voi in questi anni quanti segni avete lasciato? Scrivetemi su claudio@accaparlante.it
Allora cavalcate il vostro nero destriero Tornado e… ZAC ZAC ZAC a tutti!

La macedonia dell’educatore

22 Luglio 2009

Un giorno di febbraio ero a Catania per una conferenza e mi son ritrovato a pranzare in un ristorante tipico della città, che aveva una splendida terrazza con vista sul mare. Dopo aver gustato pesce di ottima qualità, non ho resistito alla tentazione di ordinare una bella macedonia!

Claudio ImprudenteUn giorno di febbraio ero a Catania per una conferenza e mi son ritrovato a pranzare in un ristorante tipico della città, che aveva una splendida terrazza con vista sul mare. Dopo aver gustato pesce di ottima qualità, non ho resistito alla tentazione di ordinare una bella macedonia! Quella che mi è stata servita era un vero e proprio trionfo di sapori: c’erano pezzi di mela, pesca, arancia, fragola, kiwi, banana, e poi mango, papaia, anguria, mapo e ananas. Mentre i vari gusti si intrecciavano e si mescolavano tra loro, dando gioia alle mie papille gustative, mi sono accorto della presenza di un ulteriore frutto, che non mi era mai stato servito prima in una macedonia, ma che dava alla portata un sapore particolare e decisamente inaspettato: le noci. Chi aveva preparato quella macedonia doveva tenere davvero tanto alla qualità del suo lavoro. Quanta professionalità! Una macedonia qualunque funziona benissimo anche senza noci e si prepara anche in maniera più celere! Le noci non sono succose come un’arancia, non si sbucciano facilmente come una mela e bisogna rompere il loro guscio resistente. Per di più, una volta aperte, alcune sono anche da buttare. Quel giorno, però, la macedonia che ho mangiato a Catania, grazie all’aggiunta di quell’ insolito ingrediente, ha surclassato tutte le altre nella mia personale classifica…. E dire che ne ho mangiate a migliaia, di macedonie!

Da questo piccolo e semplice particolare ho riflettuto sull’importanza… di essere dei buoni educatori.
Molti educatori che lavorano nell’ambito scolastico con ragazzi diversamente abili affetti da deficit, vengono spesso relegati in uno stanzino, in una dimensione parallela, separata dal resto della classe, perché non interferiscano con il regolare svolgimento della lezione e, di conseguenza, dei programmi didattici. Si presuppone così, che i ragazzi diversabili non disturbino le lezioni, e di certo non lo possono fare così distanziati dal gruppo classe! L’insegnante, dal canto suo, potrà portare avanti il programma molto più facilmente, rispetto a quanto non farebbe con la presenza di un bambino con deficit; forse il resto della classe imparerà a leggere e scrivere un po’ più velocemente.

Un buon educatore deve, allora, avere una grande professionalità, proprio come colui che mi ha preparato quell’ottima macedonia, nel senso che deve riuscire a mescolare le varie realtà e le loro potenzialità con creatività, azzardando anche l’aggiunta di un ingrediente in più, senza accontentarsi del gusto abituale delle cose.
Solo così si potrà costruire un contesto di reale integrazione, dove ogni persona potrà esprimere le proprie abilità e mettere a disposizione degli altri la propria identità e diversità. Insomma, un educatore avrebbe qualcosa da imparare dal cuoco che ha preparato quella succulenta macedonia: con frutti di diversa provenienza e differente sapore si può creare un nuovo gusto, piacevole non solo ai sensi, ma anche all’umore…

Già il piacere del palato si sposa perfettamente col clima di festa che anima un pranzo; figurarsi quando questo si conclude con un’eccellente macedonia con tutti i colori vivaci dei frutti che la compongono. Se, poi, il cuoco ha l’accortezza di aggiungervi quel non so che di particolare, come le noci, allora riesce a dare un vero e proprio tocco di qualità all’intero pranzo. Lo stesso tocco di qualità, che potrebbe dare un educatore, nel momento in cui saprà apprezzare le doti del bambino che si trova in una situazione di handicap o di disagio. Chissà quante volte avrete mangiato una macedonia senza aver notato quel tocco speciale, ma se ve ne siete accorti cliccate pure su claudio@accaparlante.it e…buona macedonia a tutti.

La disabilità nella terra dei cachi (con ironia)

22 Luglio 2009

Una riflessione sull’ironia (e sull’autoironia) come modalità per raccontare la vita della persona disabile. L’ironia, e la comicità in genere, si basano sul ribaltamento delle regole su cui si fonda un “sistema”: ecco perché sono proprio il mezzo principe per scardinarlo

Claudio Imprudente con Elio

Non è un fotomontaggio. Qualche settimana fa io, Elio e la “sua” band, rimasta nel fuori campo della fotografia, siamo stati invitati a Prato per parlare davanti a centinaia di ragazzi di disabilità ed affini. In particolare, il tema dell’incontro era: “Disabilità: sfiga o sfida?”…il gioco di parole del titolo doveva fare il “gioco” o stare al gioco (scusate il gioco di parole) di Elio, per far capire che l’incontro si sarebbe mosso su dei binari a lui consoni. Si sarebbe giocato in casa sua, dove i significati comuni dei termini sono ribaltati di continuo, le parole non sono mai quello che sembrano, e se ne fa l’uso che si preferisce. A volte sono gli accostamenti di parole a stravolgerne il senso, altre volte l’attenzione al solo “significante” portata all’estremo crea scivolamenti di significato esilaranti. Altre volte ancora…etc etc..

La questione è da sempre aperta, e mai si chiuderà: è giusto affrontare temi così delicati con lo strumento dell’umorismo? Non si rischia di fornire una versione edulcorata, superficiale ed ottimistica di situazioni davvero difficili e rispetto alle quali, letteralmente, ci sarebbe “poco da ridere?”, e via di seguito. Domande mal poste, a mio avviso, e non perché ingiustificate (mai vorrei banalizzare un discorso importante come quello sulla disabilità, tanto più perché un discorso su di essa è un discorso sulle persone concrete con disabilità), ma perché non colgono il nesso stretto tra disabilità ed ironia e, ancor più, autoironia.

Queste sono tecniche cui ricorro spesso, un po’ per indole, un po’ perché servono a sdrammatizzare argomenti piuttosto critici e tutt’altro che leggeri, un po’, ancora, per attirare con più facilità l’interesse del lettore. Ma c’è una ragione in più, ed è proprio qui che volevo arrivare: l’ironia, e la comicità in genere, si basano sul ribaltamento delle regole su cui si fonda un “sistema”: ecco perché sono proprio il mezzo principe per scardinarlo, rimetterlo in discussione, farne emergere i lati più nascosti. Una persona diversabile quotidianamente è chiamata ad affrontare una realtà le cui regole andrebbero puntualmente ribaltate: sono le sue necessità quotidiane ad imporglielo.

Spesso la comicità, una persona disabile la esercita proprio nell’agire quotidiano, ad un livello, per così dire, preverbale, ovvero prima ancora di fare della sua disabilità strumento o oggetto “ragionato” di ironia. Una volta ero al ristorante con alcuni amici, tra cui Stefania, una collega anch’essa in carrozzina. Arriva il cameriere con una pirofila ricolma di patatine fritte, si avvicina a Stefania per servirla e lei, proprio in quel momento, ha uno spasmo tale che ribalta tutto il vassoio. Il cameriere, esterrefatto, non sapeva che fare: pulire, raccogliere, scusarsi…o mandare tutto in vacca? Ammettiamolo: o lo si vede come un problema, con sensazioni di rigetto o impazienza o, peggio ancora, con atteggiamento pietistico, così da vivere e far vivere la situazione con un enorme imbarazzo, o si ci fa una bella risata su… Una risata liberatoria, che aiuti ad alleggerire i pesi che possono gravare su situazioni apparentemente così drammatiche e difficili da gestire. Ma non a rimuovere quelle situazioni. Ecco perché difendo così spesso la chiave della comicità, dell’ironia e del divertimento per “aprire la porta” della diversabilità e della relazione con essa.

L’ironia e la comicità creano, peraltro, un rapporto di complicità tra me e il lettore. Credo sia anche questo a spiegare il numero delle risposte che ricevo: la voglia di confrontarsi su certi argomenti, certo, ma anche l’idea di non sviluppare questo confronto con una persona lontana ed estranea. Complicità, però, non significa accondiscendenza. Non è certo quello che cerco. Consapevole, infatti, della “parzialità” (non faziosità) di quello che scrivo, sento la necessità che siano altri, i lettori, a comporre insieme a me i pezzi, infiniti, di un discorso sulle cose. L’ironia facilita l’approccio a certi argomenti e stimola, a mio avviso, il desiderio del lettore o, nel caso dell’incontro con Elio dello spettatore, di collaborare alla creazione di una cultura dell’integrazione. Spero di essere riuscito a smuovervi, quindi: mi aspetto risposte numerose, come sempre a claudio@accaparlante.it o cercando il mio profilo su Facebook.

La disabilità è una brutta copia?

22 Luglio 2009

Il discorso sulla disabilità riguarda ciò che ci sembra estraneo ma non lo è, riguarda l’apparente estraneità e la reale partecipazione. Non è un problema di verità e falsita, ma di ricerca di un terreno comune

Claudio Imprudente

C’è una domanda che mi frulla in testa da tanto tempo: “Ma i disabili sono belli o brutti?”. Per risolverla, una volta, per la trasmissione “Screensaver”, ho girato tutta Bologna con la telecamera nascosta, curioso di sapere cosa ne pensassero i ragazzi che incontravo. Questa domanda non ha poi così tanto senso, perché: cosa vuol dire bellezza? E cosa abbiamo in mente quando pensiamo alla bruttezza? Siete sicuri che le idee a riguardo siano ben definite per tutti? Esistono una bellezza “vera” ed una “falsa”? Roberto Ghezzo, che lavora con me al Centro Documentazione Handicap ed è laureato in filosofia, ha detto più volte che l’uomo tende a considerare bello ciò che si caratterizza per originalità e integrità e brutto quello che a lui sembra una copia (imperfetta) dell’originale. E se il disabile è una “copia mal riuscita”…

La questione ruoterebbe, allora, attorno al concetto di vero (l’originale) e falso (la copia). Ma a me è sempre sembrata vera, ed estremamente umana, una cosa, ovvero che, se ci è impossibile tradurre il “falso” nel “vero”, possiamo invece tradurre ciò che ci è estraneo in ciò che ci è proprio. Perché su questo “terreno” umano è possibile lavorare: le estraneità alle cose sono in realtà apparenti, modificabili; alle cose estranee ci si può educare, si può convertirle in proprie. E’ ciò che si considera falso che difficilmente si può assumere partendo da un’idea di verità, è ad esso che ci è difficile riconoscere una parte di questa verità.

Il discorso sulla disabilità e le abilità diverse può essere affrontato come questione culturale proprio perché non riguarda un problema di verità e falsità, intraducibili l’una nell’altra, ma di ricerca di un terreno comune. Che poi in fondo non è che il riconoscere la diversità che caratterizza ogni manifestazione della vita, delle cose esistenti. Di più, riconoscere la necessità della diversità perché le cose siano vive e possano esistere.

Infatti il discorso sulla disabilità riguarda ciò che ci sembra estraneo, ma non lo è, riguarda l’apparente estraneità e la reale partecipazione attorno ad alcuni aspetti: i limiti, le abilità diverse, ecc… Riguarda cioè argomenti su cui può avvenire uno scambio comunicativo. La comunicazione, e la cultura più in generale e la bellezza, quindi, non sono il terreno dello scontro tra certezze, ma del confronto e dell’intreccio tra possibilità.

Senza negarle, dovremmo riconoscere la necessità e l’irriducibile presenza delle differenze e delle ambiguità come parte del tutto, come costituenti ogni cosa. Non possiamo scegliere tra luce e ombra, razionalità e irrazionalità, bellezza e bruttezza. L’ordine non nasce dall’esclusione e dalla selezione, a meno che non se ne voglia coltivare un’idea limitante e riduttiva.

Tornando alle interviste per “Screensaver”, alla domanda “ma io, secondo voi, sono bello o brutto?”, una ragazzina mi ha dato la risposta che mi è piaciuta di più: “ma sai…sei un tipo”. Niente male, no? E voi cosa ne pensate? I disabili sono belli o brutti? E soprattutto, esiste una bellezza più vera di un’altra? Argomentate, scrivendo, come sempre, a claudio@accaparlante.it o cercando il mio profilo su Facebook.

Da Kunta kinte a Obama: una rivoluzione delle identità

22 Luglio 2009

Istruzione adeguata, superamento delle divisioni, necessità di ancorare le proprie vite a quelle degli altri. Una lettera rivolta al presidente Obama per lodare la capacità di entrare in relazione, in dialogo, di interessarsi alle differenze reciproche

fotografia di Claudio Imprudente

Caro Barack, mesi fa, poco prima di insediarti, hai scritto una lettera rivolta alle tue figlie e, idealmente, a tutti i figli americani. Forse non solo americani. Certe parti della lettera avevano un respiro troppo ampio per essere “contenuto” nei confini di una nazione, per quanto grande, come gli Stati Uniti. Mi è sembrata quasi un testamento, o meglio, una dichiarazione d’intenti. Meglio ancora, un’assunzione di impegni e responsabilità di fronte al mondo intero. Scusa se attribuisco a te interpretazioni ed intenzioni forse solo mie, ma non mi sembra di far torto al tuo pensiero allargando la platea dei suoi destinatari.

Scorrendo il testo, sono tre i momenti che mi hanno colpito maggiormente: il riferimento al diritto di tutti a godere di una istruzione adeguata; l’idea di spingere i limiti dell’uomo al punto di andare oltre le divisioni che caratterizzano, e troppo spesso feriscono, la società umana; il richiamo alla necessità di ancorare e collegare la propria vita e le proprie capacità a quelle altrui, perché queste possano dispiegarsi interamente, realizzarsi nelle loro effettive potenzialità.

Non ti sembri vanagloria, la mia: sono tre ambiti ai quali anche io ho dedicato, nel mio piccolo, tanti sforzi, tanti pensieri. E sono ambiti strettamente legati l’uno all’altro. La scuola stessa, quando non riesce ad interessarsi ed interessare rispetto alla dignità umana, alle differenze, alla necessità delle relazioni (gli altri due punti della lettera che segnalavo poco sopra), manca uno dei suoi obiettivi principali. La scuola, infatti, non deve ammaestrare i bambini da cittadini “perfetti”, riempirli di nozioni e trascurare la cura della loro creatività e delle loro emozioni, della loro capacità relazionale e dell’acquisizione di un “modello di vita” responsabile. La scuola e, ancor prima, la possibilità di accedervi, sono essenziali affinché possa concretizzarsi un effettivo superamento delle diseguaglianze e una compiuta idea di dipendenza reciproca tra gli uomini e tra loro e l’ambiente che li circonda. Mi auguro che davvero lavorerai perché a tutti sia garantita l’opportunità di misurarsi con questa imprescindibile “palestra” di vita.

Mi piace molto anche l’immagine che usi riguardo al superamento dei limiti umani, perché non prospetti qualcosa di “ultra-umano”, ma auspichi una piena realizzazione dell’uomo stesso. E come si compie questa realizzazione piena? A mio avviso, solo creando le condizioni per cui le differenze, le diversità non vengano vissute come elementi conflittuali, patologie da curare o inferiorità costruite ad arte da sfruttare, ma come la struttura sulla quale costruire un’unità. Quella dell’umanità. Interpreto in questo senso l’espressione “superamento delle divisioni di razza, genere, religione, etc.”: superamento nel senso del definitivo riconoscimento. Tanto si è scritto sull’elemento rivoluzionario insito nel fatto che un uomo di colore sia stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America: io credo nella rivoluzione che ciò ha comportato e può comportare, non ne do un’interpretazione minimalista.

Peraltro tu incarni nella tua pelle e nella tua biografia il presente e il futuro “meticcio” transnazionale e trans-culturale del mondo globalizzato. Anche in questo senso potenzialmente puoi parlare a tutti. La tua vicenda, che certo non è sufficiente a ricompensare secoli di esclusione e totale arbitrio nei confronti di varie minoranze (per quanto ancora, poi, minoranze?) dimostra, ancora una volta, quanto sia ottuso e poco lungimirante ragionare in termini di appartenenza, di identità da difendere, di diversità da allontanare ed uniformare. Errore sin troppo comune tra chi governa e rifugio solo apparentemente e momentaneamente consolatorio per chi ha certezze declinanti, in crisi. Spero che la rottura che la tua vittoria ha comportato non venga riassorbita nel giro di poco tempo: sta anche a te, però, dimostrarlo, non con quello che “sei”, ma con quello che “farai”.

Ti ho sentito affermare che gli Stati Uniti sono basati sulla diversità di razze, religioni, culture, ma cosa vuol dire questo? Credo che quello che auspichi sia una maggiore capacità di entrare in relazione, in dialogo, di interessarsi alle differenze reciproche e questa non è una cosa scontata, né semplice, perché la diversità ci mette in crisi. Ma è imprescindibile per definire in primo luogo noi stessi, per costruirci, direi.

Caro Obama, non credo che tu mi risponderai, ma sono certo che, almeno per consolarmi, i lettori mi scriveranno numerosi, come sempre a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina di Facebook.

La disabilità da raccontare e per raccontarsi

22 Luglio 2009

L’argomento scrittura, le favole e le fiabe, Biancaneve e il toto-nano, il principe azzurro “normodotato grave”. Nell’incontro con una persona c’è sempre l’incontro con il suo passato e vissuto personale, che ci comunicano la sua storia. Infatti scrivere è la migliore medicina che tira fuori la parte migliore di noi…

Claudio Imprudente

Spesso appunto su un foglio gli argomenti di cui mi piacerebbe scrivere, per non dimenticarli e, lo ammetto, per poter rimandare la stesura dell’articolo a tempo indeterminato, dedicandomi nel mentre ad altro… Altrettanto spesso però sono gli eventi che si presentano con una puntualità tale da eliminare ogni parvenza di casualità e quasi costringermi a riprendere in mano un argomento appuntato magari mesi prima.

Questo articolo nasce appunto da una coincidenza simile, l’incontro tra una vecchia idea, uno stimolo esterno ed un incontro recentissimo: l’idea di affrontare l’argomento scrittura; lo stimolo di una lettrice-ammiratrice, che mi invita a parlare dello “scrivere” ispirandomi ad una frase di Lucio Dalla: “Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico/ e come sono contento/ di essere qui in questo momento/ vedi, vedi, vedi, vedi,/ vedi caro amico cosa si deve inventare/ per poterci ridere sopra,/ per continuare a sperare”; la partecipazione, qualche tempo fa, ad un convegno a Roma, alla Camera dei Deputati, parte iniziale di un progetto ben più ampio e interessantissimo, dal titolo “Non può il silenzio - La disabilità da raccontare e per raccontarsi” (un laboratorio integrato di scrittura che porterà degli studenti, disabili e non, a confrontarsi con la scrittura e il fascino del racconto, pensato e realizzato dall’Associazione 2SMART e dall’Associazione Magic Pictures in collaborazione con l’Associazione Fuori Contesto. Per info sul progetto: Silvia Belleggia, Magic Pictures; belleggia@gmail.com). Insomma, ero costretto dai fatti e, ora, sono consapevole che lo spazio è poco per affrontare un tema così vasto. Lo avvicinerò comunque, in due modi.

Intanto vorrei raccontarvi una vicenda apparentemente banale, ma che, ripensata dopo tanti anni, ha forse rappresentato lo stimolo originario dal quale sono partito per scrivere fiabe e libri che parlassero di disabilità e diverse abilità. La prima volta che mi hanno raccontato la favola di Biancaneve, giocai al toto-nano: volevo indovinare quale dei sette nani l’avrebbe sposata! Ma le mie attese sono state deluse dall’arrivo del bel principe azzurro: era come se Biancaneve venisse salvata da una situazione “sbagliata”, “non perfetta”, ovvero dalla convivenza con l’inferiorità, rappresentata dai nani, per poi tornare a una situazione di normalità. Questo ha fatto sì che il principe mi risultasse sempre particolarmente antipatico, ingrato e superficiale, insomma, il prototipo del “normo-dotato grave”. Così, da scrittore, mi sono impegnato a smontare questo mito della normalità e la rigidità con la quale così facilmente dividiamo il mondo in categorie troppo definite: l’ho fatto attraverso racconti semi-realistici (quelli della mia vita…), racconti di finzione, articoli…

In secondo luogo, ricollegandomi qui all’incipiente laboratorio di scrittura di Roma cui accennavo sopra, vorrei fare un cenno ad un aspetto che mi sta molto a cuore e che nel mio gruppo di lavoro abbiamo sperimentato con successo, ovvero quello di considerare l’aspetto biografico del singolo individuo come elemento narrativo che si può aggiungere ad una narrazione di finzione e fantastica, così rafforzandola. Nell’incontro con una persona c’è sempre l’incontro con il suo passato e vissuto personale, che ci comunicano la sua storia. Ovvero le sue storie personali ed inter-personali che fanno del protagonista un racconto di unicità e coralità ad un tempo.

Lo strumento narrativo-biografico è particolarmente potente proprio quando riesce a coniugare l’esposizione del proprio mondo interiore con la volontà di mettersi in comunicazione con il mondo esterno, rendendo visibile l’identità della persona, con tutti i rischi e le difficoltà che il “mettersi in piazza” può comportare. Questa è un tipo di visibilità ben diversa da quella mediatica: tanto quest’ultima recide i legami con il contesto per vivere di vita propria e si impone come protagonismo assoluto, quanto l’altra si alimenta di connessioni silenziose, di percorsi più sotterranei che arrivano in superficie dopo aver subito un profondo lavorio interiore.

La lettrice che mi proponeva un articolo sulla scrittura, aggiungeva nella sua lettera: “scrivere” è la migliore medicina…tira fuori la parte migliore di noi… se noti nessuno ha più voglia di scrivere…(nemmeno i propri sentimenti…)”. Se avete voglia di smentirla e di farmi conoscere quale è il vostro rapporto con la scrittura o i vostri risultati, rispondete come sempre a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

Uno, due, tre, dieci, cento…chiodi

22 Luglio 2009

Dal film di Ermanno Olmi “Centochiodi”, lo spunto per riflettere sulla scuola, “alla luce dei rischi che corre a seguito delle recenti disposizioni governative, ma anche in riferimento al corso, diciamo così, naturale dell’insegnamento. L’obiettivo di fondo: ammaestrare i bambini da cittadini “perfetti”, riempirli di nozioni trascurando la cura della loro creatività e delle loro emozioni, della loro capacità relazionale, dell’acquisizione di un modello di vita responsabile”

claudio imprudente

Tempo fa fece scalpore una scena del film di Ermanno Olmi, “Centochiodi”, nella quale si vedevano i libri di una biblioteca inchiodati al pavimento ed alle pareti della stessa. Lo sfregio veniva realizzato da un docente-ricercatore evidentemente insoddisfatto dell’esistenza dedicata, fino a quel momento, interamente agli studi, alla scrittura (e alle glorie da essi derivate). La critica, in modo piuttosto superficiale, volle vederci una specie di protesta contro le incrostazioni culturali dell’uomo, in nome di una presunto invito ad una vita sollevata dal peso delle convenzioni, delle lettere, delle letture, delle speculazioni, etc. e quindi più immediata, sincera, rispettosa. Altri ci videro un tentativo di contrapporre la cultura alta a quella “bassa” e di rivalutare la seconda a scapito della prima.

Più modestamente, e più saggiamente, lo stesso Olmi cercò di spiegare quale fosse l’intento di quella scena (peraltro molto bella, simbolica ed evocativa) e di altre parti del film: non un attacco alla cultura in generale, ma ad un certo modo di fruizione della stessa. Ad una possibile deriva dell’attività di fruitori. Un accorato “attenzione!” che, lungi dal colpevolizzare la produzione culturale in sé, piuttosto invitava ad avvicinarsi ad essa con altri strumenti, con altro spirito e con un approccio diverso. Un invito a vivere il libro e a non essere vissuti da esso.

Mi è tornato in mente questo film ragionando sulla scuola, alla luce dei rischi che corre a seguito delle recenti disposizioni governative, ma anche in riferimento al corso, diciamo così, naturale dell’insegnamento. Perché spesso si tendono a confondere apprendimento ed educazione con la somministrazione e l’acquisizione di concetti e di nozioni. Un fraintendimento pericolosissimo che sembra informare le scelte politico-economiche dei nostri governanti. Non so quale esperienza della scuola abbiano avuto; ma chi dentro la scuola lavora bene sa che l’equiparazione tra un sapere nozionistico ed educazione non è corretta nei termini e, se dà risultati, questi hanno un valore effimero ed in definitiva inesistente.

A seguito degli ultimi provvedimenti (e mi riferisco in particolare ai tagli ai fondi e al tempo pieno, all’insegnante unico, al ritorno del grembiule) sembra proprio questo l’obiettivo di fondo: ammaestrare i bambini da cittadini “perfetti”, riempirli di nozioni trascurando la cura della loro creatività e delle loro emozioni, della loro capacità relazionale, dell’acquisizione di un “modello di vita” responsabile. La scuola, infatti, dovrebbe essere un laboratorio sociale e di pratica di linguaggi nuovi, personali, non il classico imparare a “leggere, scrivere e far di conto”.

Lo scontro di idee, allora, è su questo che deve concentrarsi, per una scuola che sia anche scuola di vita e scuola di emozioni. Cosa significa, questo, tornando al punto di partenza, che la scuola deve insegnare a disinteressarsi alla cultura, alta o bassa che sia? No, ovviamente, perché la cultura è imprescindibile (e piacevole) strumento di educazione e perchè educare è fare cultura, in senso ampio. Significa, invece, che la scuola dovrebbe insegnare a muoversi nella cultura per farne una cosa propria, a viverla e non ad esserne vissuti, a problematizzarla, criticarla e produrla: in testi, immagini e soprattutto azioni ed emozioni.

Ad essere inchiodata, e credo che Olmi mi appoggerebbe, deve essere quell’idea imperfetta e svalorizzante della pratica dell’insegnamento. Con uno, due, tre, dieci, cento…chiodi.

Rispondetemi a claudio@accaparlante.it

Claudio Imprudente

CERRIE BURNELL E LA BBC

27 Febbraio 2009

Mi rimetto ad un sagace commento che potete trovare esattamente qui:

http://www.potamocheri.eu/blog/2009/02/26/disintegrazione-televisiva/

Buona lettura. Claudio Imprudente

Lettere da Mesagne

30 Ottobre 2008

Caro Claudio,

sono Marianna;ti ricordi? Sei venuto nella nostra scuola (a Mesagne) il 23 ottobre!

Come stai?Io bene. A proposito salutami Tristano e Patrizia.

Ti ringrazio per essere venuto qui a Mesagne; e grazie a te costruiranno l’ascensore per questo ti ringrazio molto.

Io ho capito che la diversità: non è brutta,bisogna conoscere la persona prima di giudicarla,la diversità è un bene prezioso(perché senza lei non si capirebbe chi è l’uno e chi è l’altro)ecc. ecc.

Io ti prometto che prima di giudicare l’altro lo conoscerò.

Sono J di averti conosciuto anzi :-]

Ti saluto

Un :-* Marianna.

Lettere da Mesagne

30 Ottobre 2008

Ciao Claudio,

sono Daniela della classe 4D della scuola G. Carducci.

Come stai? Io sto bene , a proposito come stanno Patrizia e Tristano.

Come va il lavoro spero che vada bene , il nostro lavoro va bene stiamo sopra tutto parlando di te e del giornale.

Ti voglio fare una promessa ,prometto che non giudicherò una persona dall’ aspetto ma la devo conoscere prima di giudicarla.

Il 31 andrai al cinema per vedere high school musical 3 io si ci vado.

Ciao da Daniela .