Quattro racconti

Quattro racconti in cui lo stile narrativo descrive storie di persone , il punto di vista di un educatore , lo sguardo di un viaggiatore che esplora e incontra quattro mondi diversi , soggettività afflitte o euforiche , ma non perché inscritte nelle classificazioni delle disabilità, semplicemente perché umane

Zorro

Ho iniziato il mio lavoro di Educatore , in un centro che accoglie diverse persone con deficit di ogni tipo, in modo organizzativamente confuso. Queste persone di età compresa tra i 12 e 40 anni vivono insieme assistiti da Educatori ed Oss, differenziati nei ruoli ma non nelle azioni.
Francesco, diventò “Zorro” dopo un episodio casuale ed illuminante per la mia fresca esperienza professionale, durante la quale mi interrogavo sulle sottili differenze tra l’imputarsi un ruolo professionale con un senso e quando invece come un distintivo da mostrare.
All’epoca seguivo, in “rapporto individuale”, un ragazzo, Andrea, con diagnosi di Psicosi Autistica e molto aggressivo. Sembrava che ogni cosa potesse sovvertire un suo equilibrio interno e scatenare lunghe e pericolose crisi. Nel periodo di massima acuzie, ci sembrava che anche un rumore improvviso o il semplice nulla potessero provocare crisi interminabili.
In realtà, quando ancora non si conosce l’altro e se stessi nella relazione, ogni cosa sembra pericolosa.
Perciò, io e altri due colleghi turnisti, eravamo confinati in un’ area “tranquilla” dell’ istituto ubicata davanti ad punto di passaggio, un vano scale che conduce negli altri reparti.
Nei momenti di tranquillità , avevo iniziato a fare conoscenza con uno degli ospiti , Francesco, sordastro, piccolino di statura, capelli ricci neri, occhi pieni di emozioni, camminava come un pinguino a causa di un deficit connatale.
Venni a sapere che aveva un fratello gemello sano, rimasto in famiglia.
Mi colpì molto questa notizia, ma non giudicai .
Il suo mutismo contrastava con un gioioso caos, la sua voce era l’allegro sbattere di porte o le sue urla di gioia, di rabbia o di approvazione, sonorità mutevoli delle emozioni (mutismo?). Era uno dei pochi che potevano muoversi senza accompagnatori. Aveva una grande passione per i giornalini di Tex, che aveva imparato a leggere da solo,seguendo la sequenza logica delle immagini, non avendo avuto scolarizzazione, ma interventi educativi fatti dalle colleghe del centro. Francesco aveva allora 19 anni ma, piccolo di statura, dava l’idea di un bambino di dieci.
Nel periodo di carnevale, Andrea ebbe crisi fortissime. l’ultimo giorno di quel mese, al cambio turno, nell’appartamentino che lo ospitava, parlavo con il mio collega a bassa voce, come fossimo davanti al capezzale di un morente, poi….con fragore, la porta si spalanca di colpo e con un urlo di felicità immensa , Francesco vestito da Zorro e mulinando orgoglioso la sua spada di plastica, mi presentava la sua gioia mentre io e il collega atterriti guardavamo la stanza dove Andrea riposava , temendo il peggio. Ma il peggio non avvenne.

Il mutismo di Francesco aveva trovato la sua voce, attraverso i suoi interessi, le sue identificazioni. Forse allora Tex o Zorro, sono stati davvero dei mentori senza paura, a differenza di me educatore, preoccupato anche dell’aria che respiravo, o forse alla mia paura,ancora dovevo dare un senso. La relazione vuole coraggio, come la porta che si apre e non ne entra una crisi psicotica , ma l’allegro disordine che imbarazza l’istituzione , perché l’istituzione è muta e rende muti, se non si è attenti a non farsi chiudere la bocca da tante “ prudenti raccomandazioni “ o definizioni dell’altro che non ci permettono di incontrarlo. ( vedi anche di Rossini “ tutti gli altri come me “ ed. feltrinelli )

Francesco aveva trovato me, aveva incontrato me, lui era Tex e Zorro, era la voce non fatta di parole ma di senso, lui mi stava insegnando come incontrare Andrea, chiuso nel suo terrore eguale al mio e a quello dei colleghi. Mi insegnava ad osservare liberandomi dalla paura.
Mi diceva che Andrea non poteva essere solo crisi aggressiva, ma anche altro….mi insegnava ad essere più attento a quello che non stavo osservando , perché occupato ad interpretare, a dare ragioni a cause che rimanevano prudentemente fuori dal contatto relazionale.
Penso che anche oggi , le distorsioni date dal tecnicismo o da nuovi miti, ci fanno dimenticare che il coraggio dell’essere ed esserci, richiede una similitudine con Zorro, che ci mostra due facce, quella del conformismo prudente della professionalità, dell’istituzione, delle classificanti rassicurazioni e poi quella della sperimentazione, della ricerca che comprende comprendendosi, di essere storia insieme alle altre storie.
Devereux, come Zorro, ci offre sul piano metodologico una strada di riflessione nell’appropriazione del nostro ruolo di operatori, di una voce educativa che sia realmente nostra e non presa a prestito, rendendoci muti assemblatori di caos.
Prima di chiedere la voce dell’altro, dovremmo saper mostrare la nostra , saper emozionare anche davanti all’incertezza, facendo dell’incertezza il nostro mantello di Zorro e presentarci all’altro senza ingannarlo, ma stupendolo di come possiamo essere e fare insieme a lui.

 

Urla

 

Giovanni sta attraversando la strada, ha 45 anni, alto, sempre serio, distinto, lavora come dirigente in una nota azienda.
Attraversa la strada sulle strisce pedonali , in pieno giorno, viene investito da un auto l’uomo che la guida è ubriaco.
Ora Giovanni è seduto sul bordo del letto , è stato in coma , trauma cranico frontale, lo sguardo fisso, la bocca piegata in una smorfia , non può più tornare al lavoro.
In testa un berretto da baseball, stonato nell’insieme della corporatura e dell’abbigliamento , non più da uomo di vertice.
Urla, per ogni cosa,per ogni gesto. Le sue urla sono spaventose per il dolore pieno che trasmettono.
Non sopporta che nessuno entri nella sua stanza, agita il tripode come un ascia , maledice Dio e in ogni persona vede un torturatore, un nemico.
Non si guarda nello specchio, non lo tollera, come non tollera i risvegli , ogni nuovo giorno è un nuovo incubo.
Nella sua stanza non c’è niente di “prima”, non foto non ricordi. La moglie si è separata, la bambina di otto anni, non vede più da tempo il padre.
Lui urla , ogni movimento è rallentato. Gli chiedo cosa vorrebbe fare , se c’è qualcosa che non riesce a dire o che desidera. Mi guarda come fossi un patetico samaritano, mi manda al diavolo e altro ancora, le sue urla sono ruggiti d’angoscia. Cerco di mangiare con lui, per il suo comportamento è stato isolato da tutti. Ogni boccone è un improperio, una nuova maledizione, stare con lui è faticoso, difficile.
E’ difficile ma continuo ad andare da lui , è faticoso, le sue urla si sentono sino in strada, tuttavia nel suo dolore c’è un lamento per la vita.
Cerco quel sinonimo in mezzo alle bestemmie che distribuisce a tutti, proviamo a uscire è primavera, mi stringe la mano con forza ,cerca di farmi male, ma stiamo uscendo, ogni passo, ogni persona che a parer suo lo guardi male è scintilla esplosiva di rabbia.
Ma fuori l’aria è tiepida.
Raggiungiamo una panchina e ci sediamo, lo guardo di traverso senza farmi notare, il berrettino da baseball è ridicolo , ma gli protegge gli occhi dal sole.
E noi siamo fuori.

American Ailrines

Gli piace raccontare dei suoi viaggi, ha girato il mondo , ne ha conosciuto i colori e i sapori.
Si muove sulla carrozzina come su un trespolo, in realtà non la usa, pur paraplegico si fa spingere da tutti come una primadonna in convalescenza.
Gerardo indossa un panama bianco con delle piume da un lato, il viso truccato sul modello di una Drag Queen, mi ricorda un grottesco dipinto di Goya.
E’ decisamente eccentrico per i miei gusti, le persone esibizioniste mi hanno sempre irritato.
In seguito ad una neuropatia ha perso l’uso delle gambe e non solo di quelle.
La sua stanza è ha dir poco come il “ Vittoriale”, libri ovunque, film, dipinti, cappelli, scialli colorati, incensi e foto…….le foto possono essere immagini o ricordi.
Penso che la parola ricordi e sepolcri , in greco si scrive nello stesso modo, ma diversi sono i significati, una vita l’altra morte.
Nelle foto guardo gli occhi di Gerardo, non ha maschere, chiudo gli occhi e non sento irritazione.
Gli domando con prudenza, perché ora indossa maschere , lui non dice nulla, gli chiedo perché si fa spingere se può spostarsi da solo, perché si fa servire come una regina.
Continuo a non capire e lui a non rispondermi, le persone possono scegliersi molti modi di vivere o forse di sopravvivere. Penso a questa dualità e mi dico che non c’è niente di peggio dei dualismi.
Lo guardo mentre dipinge, lo fa quando è triste o è allegro,quando si emoziona, dipinge in modo incredibile,usa anche la terra, persino i profumi, i suoi quadri raccontano dell’Africa, di Cuba e di molti altri viaggi, mentre dipinge mi parla, si racconta, nei suoi dipinti occhi dappertutto e mare e sole, un sole strano bello come la luna,cerco dei segni, lo guardo.
Mentre dipinge non si trucca, non ha maschere.
Guardo i suoi occhi , li riconosco, ……. come quelli delle foto.

Il corso di storia dell’arte

Paola è giovane, sfreccia con la sua carrozzina elettrica a palla, a volte si diverte a fermarsi bruscamente vicino ai talloni di qualche malcapitato, me compreso.
Dice che non ha tempo da perdere , vuole viaggiare e fare molte cose, si lamenta perché secondo lei non abbiamo iniziative, poi si gira e se ne va con la stessa rapida celerità.
Paola dipinge con una tecnica particolare, si fa preparare su dei cartoncini una base di gesso, poi quando sono secchi, disegna, fiori in particolare, palpitanti e luminosi.
Si fa mettere i colori sul tavolino per ordine di gradazione, con fatica usa la gomma perché non riesce ad estendere le braccia e ogni movimento le spinge il busto troppo in avanti, allora chiama perché qualcuno la aiuti e riesca a guardare il disegno e non a caderci dentro.
I suoi disegni sono il suo lavoro, quando riesce a venderli, ne approfitta per togliersi qualche capriccio di vanità, un profumo, un taglio di capelli alla moda.
Fa sempre più fatica, dice che la malattia è andata avanti, non riesce a respirare bene, le è stato sistemato un respiratore, altri guidano la sua carrozzina, lei ha perso l’uso delle braccia e delle mani, il suo respiro è troppo corto per una carrozzina a comando con la bocca.
Passo i polpastrelli su un suo disegno, ne sento i rilievi, credo che lei non volesse che i suoi disegni fossero piatti come i fogli,penso alle sensazioni , a come ci rimangono dentro , chissà allora se i quadri sono la memoria sensibile dei pittori.
Ma Paola non ha solo buona memoria , ma anche una buona volontà, ora mi dice, che non può più disegnare, mi chiede se posso rimediargli un corso di storia dell’arte , perché lei si, ha sempre disegnato, ma non ha una cultura dell’arte e vuole conoscerla, vuole sapere delle tecniche, dei pittori, del loro modo di rappresentare o descrivere o raffigurare la realtà, la fantasia.
Sfioro i miei polpastrelli e sento il corso di storia dell’arte di Paola.

Commento

Se il corpo è espressione e parola, cosa ci evoca un corpo diverso o un diverso modo di viverne le possibilità? I sensi sono dei campi di percezione e nella loro pluralità il soggetto percipiente ne sintetizza l’esperienza nella relazione.
Quando domandiamo a qualcuno..” hai mai provato questa sensazione “ ? di rimando mi vengono in mente le persone che durante colloqui o conversazioni mi hanno detto “ vedi tu non puoi capire come si sta o cosa vuol dire handicap “. Ma esiste una sensazione dell ‘handicap ? O può esistere qualsiasi cosa che non possa essere comunicata?
Io credo di no, credo che la stessa affermazione sia la dimostrazione della sensazione stessa. Questo perché l’analisi dialettica non è frutto di una intellettualizzazione, ma di una esperienza concreta di relazione o tentativo di stabilire una comunicazione.
Persino gli ausili che non sono parti del corpo, possono però nell’esperienza della persona “ farsi corpo”, nella mediazione con la realtà quotidiana.
Merleau Ponty ci parla delle sintesi provvisorie del in sé e per sé.
La nostra esperienza vissuta ci rende soggetti e liberi di partecipare al progetto di vita , nel momento in cui il mio essere nel mondo mi apre all’orizzonte sociale delle relazioni.

 

 

 

Iacobucci Leandro

Coord.re area educativa
Centro di Riabilitazione “ Luce sul Mare “
Bellaria Igea marina RN

l.iacobucci@lucesulmare.it