Omino Macchino e la sfida della tavoletta

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Claudio Imprudente, Luca Giommi, Roberto Parmeggiani
Omino Macchino e la sfida della tavoletta.
La comunicazione e la logica della lentezza

(Edizioni Erickson, pp. 120, € 14,00)

Oltre che nelle librerie, è possibile reperire il libro sul sito internet della casa editrice: www.erickson.it

Omino Macchino è un personaggio nato dalla fantasia degli autori, è il padre di ogni forma d’espressione, una piccola macchia d’inchiostro che, insieme alla Parola, ha dato vita alle Lettere e all’Alfabeto. E’ lo “spirito della scrittura” e, in generale, di una comunicazione diversa da quella cui siamo abituati oggi. Da qui nasce l’idea del libro: analizzare alcuni aspetti del mondo odierno da sempre considerati pericolosi se troppo esasperati; in particolare, la velocità che caratterizza ogni rapporto comunicativo e che rischia di banalizzare la comunicazione in semplice trasmissione di informazioni, sacrificandone l’aspetto relazionale. Il libro cerca di affrontare questioni complesse con un linguaggio semplice e discorsivo, ironico e allusivo, con agganci alla realtà ed all’agire pratico. Questa storia fa volare la fantasia e allo stesso tempo cerca di dare contenuti relativi a problematiche attuali e in qualche modo vissute da tutti.
Cosa succederebbe se tutto d’un tratto, in questo mondo dai ritmi frenetici, vi trovaste di fronte ad uno specchio a parlare con voi stessi attraverso una tavoletta trasparente con delle lettere incise sopra? Lo potrete scoprire arrivando in fondo a questo libro…ma leggetelo con lentezza!

(Dal Prologo)
Si sta consumando anche la quinta candela sul tavolo marcito e la cera rappresa sta invadendo lo spazio che prima era interamente occupato dai fogli. Un signore dalla barba poco curata ed uno sguardo attonito, ben riconoscibile, nonostante la luce incerta e tremolante, gira scalzo per la stanza e, nervoso, getta a terra, uno ad uno dei fogli ancora bianchi, come le pareti. Quelli ancora sul tavolo non ospitano parole in bella forma, ma disegni assurdi e frenetici, tratti di inchiostro che si sovrappongono senza ordine e coprono frasi e parole che non riesco a leggere. Ma la scena mi incuriosisce, e avrei voglia di chiedere: “Signore, oh, signore, ma lei…”
-“Chi favella? Chi m’appella sire?”
-“Ops, dovevo stare più attenta…ma per una narratrice è difficile sussurrare…ormai ci sono, tanto vale….”
-“Orsù, palesati ai miei occhi. D’intorno quasi albeggia, li nerbi miei son tesi, la nebbia in cor mio è fitta tanto, quanto candidi li fogli novi…”
-“Non sono un corpo, io, ma una voce narrante…e curiosa. Cosa sono tutte quelle pagine intonse, e quelle altre con segni disordinati? E chi sei tu, che giri come un’anima in pena in qualche cerchio infernale? Senza offesa, ad occhio direi che sembri uno scrittore che non sfonderà mai…”
-“Io son Dante Alighieri, nacqui a Firenze da Alighiero II e mia mamma era Bella. Avrei tanto da dirvi, ma ora non posso: devo dar verbo alla Luce, un corpo al Verbo, narrare l’indicibile, parlar de’ meriti e premi de la virtù e de la gloria celeste. Tutto in terzine, endecasillabi e rime rigorose. E far credere a tutti ch’io là davvero son stato, ch’ero desto, che con li occhi del corpo ho visto, non con quelli dello spirito. Ma di questo già ho detto nel canto primo,
“Nel ciel che più de la sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire”.
-“Bello. Oscuro, ma bello…”
(Dall’Epilogo)
Quando Dante mi apparve in sogno, quasi a tirare le somme di tutti gli eventi narrati e i discorsi tentati, capii che davvero il libro poteva dirsi compiuto.
A volte ho temuto di non riuscire se non a balbettare i pensieri che si affollavano in testa; nel breve percorso tra quella e la mano dovevo evitare gli ostacoli che mi ponevo, che si chiamano incertezza e necessità di confrontare di continuo le mie idee con le obiezioni che io muovevo alle mie certezze. Poi, si sa, l’atto stesso di scrivere ci fa ragionare sulle cose: ancora si deve concludere una frase, che già siamo pronti ad un pensiero più profondo o di segno contrario, più definito, nella sua essenza e nelle parole che lo descrivono. Si scrive e spesso ci si volge indietro, a riguardare il percorso compiuto, gli oggetti dimenticati, quelli in eccesso, a cercare la conferma che quanto stiamo facendo ha un senso urgente. A sincerarsi che di ogni presenza abbiamo dato conto, che ogni assenza era voluta, che su ogni superficie abbiamo cercato di far luce.
Così, nel sogno, era come se Dante si fosse voltato a “rimirar” il sentiero insieme a me, ed avesse lasciato la sua opinione, impresso il suo “nulla osta”.