"Non dà soddisfazione essere guardata come una cosa strana"

di Luca Baldassarre

Lemlem Ghebray è una donna eritrea che vive in Italia dal 1993. È emiplegica. Ha acquisito la sua disabilità nel 1982, a seguito di un ferimento in battaglia, durante la trentennale guerra di liberazione che ha interessato il suo Paese. La sua storia di vita in Italia fa emergere molti spunti interessanti, alcuni inaspettati, soprattutto in riferimento a servizi di prima accoglienza, corsi di formazione professionale e universitari, accesso a servizi sociali e sanitari e, in generale, alla capacità di generare sani rapporti interpersonali.

Dove sei nata?
Sono nata ad Asmara, in Eritrea. Mia madre era proprietaria di un negozio di alimentari; mio padre faceva l’autista di camion. Tutti e due erano grandi lavoratori. A noi figli (eravamo 9) hanno trasmesso molta pace. Mia mamma era molto brava anche ad amministrare il denaro. È anche grazie a questo che tutti noi figli siamo riusciti a studiare in una scuola privata; anche perché loro erano convinti che questa scuola, evangelica, fosse la migliore. L’ho frequentata fino alle medie, insieme ai miei fratelli. Poi ho voluto a tutti i costi cambiare, e sono riuscita a convincere i miei genitori a trasferirmi in quella governativa. Lì sono andata per due anni, fino a quando sono scappata da casa per andare al fronte a combattere la guerra di liberazione del mio Paese.

Sei diventata disabile durante la guerra?
Sì. Mi sono arruolata nel Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea, fin dal 1974. Sono stata nelle forze armate ma non ho solo combattuto. Ho insegnato ai miei commilitoni; sono stata maestra per i bambini, ho insegnato storia ai prigionieri di guerra e, dopo il ferimento, ho lavorato anche come bibliotecaria fino alla grande giornata di liberazione, nel 1991. Nel 1982, durante un’offensiva, sono stata colpita alla parte sinistra del cervello: ho avuto un’emiplegia e perso l’uso della parola. Così sono diventata disabile. Mi sono curata nel mio Paese: sono stata 5 mesi all’ospedale. I medici dopo molti controlli per verificare le mie condizioni, mi dissero: “Se vuoi affrontare la vita, vai! Il nostro lavoro è finito”. Dopo la liberazione, nel 1991, in due anni ho terminato il mio percorso di studi di scuola superiore. Poi ho partecipato al referendum che ci ha permesso di chiudere con l’Etiopia per sempre. Poi volevo vedere il mondo. Quello che c’era fuori. Allora sono partita per la Svizzera.

Quando sei arrivata in Italia?
Sono arrivata in Italia, a Parma, l’8 novembre del 1993. Nei primi mesi sono stata da alcune mie cugine; in seguito, l’associazione “Pozzo di Sicar”, che fornisce ospitalità a donne straniere, mi ha dato un alloggio per sei mesi e vita. Poi sono andata dal Vescovo di Parma [attuale Vescovo di Modena, Ndr] che mi ha aiutato a trovare una stanza a Ferrara, vicino all’ospedale San Giorgio, dove ancora oggi faccio riabilitazione.

Tu sei una cittadina straniera che ha una disabilità. Ritieni che questa tua duplice condizione ti abbia condizionato in qualche modo, da quando vivi in Italia?
Devi sapere questo: per me è sempre stato importante creare legami con le persone. Credo nell’amicizia e negli affetti. Il mio cuore è sempre stato grande e al fronte ho imparato moltissimo: lì si divideva tutto. Tutto era di tutti. Eravamo tutti fratelli e sorelle. La cultura che ho respirato era molto diversificata perché era portata dalle zone di tutto il Paese. Quando sono arrivata in Italia ho dovuto confrontarmi con un modo di fare e pensare che spesso non capivo. Ancora adesso faccio fatica quando chiedo informazioni e le persone non mi guardano in faccia. Io dico sempre: “Scusi, perché non mi guardi?”. Così come non mi piace quando le persone mi scrutano, con lo sguardo pieno di compatimento. Quante persone leggono, sanno di attualità, si informano, come faccio io? A tutti quelli che mi guardano con questi occhi io dico: “Guardate a voi stessi con compassione! Maledizione!”. Faccio le mie cose con orgoglio e serenità; non voglio essere giudicata. Pensa che non mi sono mai sentita giudicata perché sono nera ma solo perché sono disabile. Per andare a camminare sulle mura di Ferrara mi alzo alle quattro del mattino, e torno a casa prima delle sei, così non vedo nessuno. Non dà soddisfazione essere guardata come una cosa strana! All’inizio di quest’anno mi sono anche riproposta di smettere di usare il triciclo con il quale giro la città. Così vado in autobus e la gente mi osserva meno. Io cerco di vestirmi sempre bene e di curare la mia persona. Ho notato che per questo mio modo di fare molte persone mi percepiscono non come disabile ma come una disabile che cerca di essere abile. Molti autisti non aspettano che mi sieda. Partono senza attendere. E io tutte le volte rischio di ribaltarmi [ride di gusto, Ndr]. A casa mia, in Eritrea, nessuno ti guarda. Chiacchierano con te senza giudicarti. Per fortuna ho tanti amici italiani che sanno farsi volere bene e farti sentire benvoluta.

Tu conosci i servizi che esistono in Italia per le persone disabili?
Alcuni sì. Ho potuto avere posti dove stare, i buoni taxi e il triciclo per spostarmi, il riconoscimento dell’invalidità; ho provato anche a studiare all’Università di Bologna.
Io leggo tantissimo e, quando sono a casa, ascolto moltissimo la radio e mi informo. Così imparo a conoscere le cose. In generale, non ho fiducia. Per la mia disabilità non pretendo di vivere nell’oro. Tu sai che dal 1869 fino alla Seconda Guerra Mondiale gli italiani sono stati colonizzatori del mio Paese. Credo di avere diritto a tutto quello che i miei genitori, i miei nonni, i miei bisnonni hanno pagato, non con i soldi ma col sudore della fronte, con la fatica e soprattutto col sangue. Ho tutto il diritto di vivere tranquillamente.

Dicevi degli studi all’Università di Bologna…
Siccome ho frequentato per un anno “La città del Ragazzo”, che mi ha dato la possibilità di studiare per imparare meglio l’uso del computer, da lì ho provato a capire se potevo iscrivermi alla Facoltà di Psicologia. All’interno dell’Università ho trovato un servizio che mi ha aiutato molto, il Servizio Studenti Disabili, però alla fine non sono riuscita ad avere il riconoscimento del titolo conseguito in Eritrea. C’era il trucco! Mancava un anno.

Tu pensi che qualunque migrante con una disabilità incontra le stesse difficoltà che hai incontrato tu?
Voglio dirti una cosa: quando uno parte dal proprio Paese per emigrare non lo fa per cambiare aria ma perché cerca di andare a stare meglio. Che Paese è un Paese che non sa fare stare bene i suoi cittadini disabili?
Grosso modo grazie alle mie amicizie, io non ho tante difficoltà. Molte persone sono state e sono importanti per la mia vita qui: dal Primario dell’Ospedale San Giorgio di Ferrara fino alle donne dell’UDI [Unione Donne Italiane, Ndr].
Fino al 2004 non avevo intenzione di rimanere in Italia perché avevo un progetto per aiutare le bambine disabili in Eritrea. Nel 2000, con alcuni amici, abbiamo creato un’associazione con questo scopo che purtroppo, proprio l’anno scorso, ha chiuso per mancanza di fondi.
Sai che io sono Protestante e spesso mi dico: “Dio, perché mi hai dato la forza di uscire dall’Eritrea? Adesso devi darmi la forza di andare avanti. In qualsiasi maniera”. E poi i miei mi hanno chiamato Lemlem. Sai che vuol dire? Verde. Segno di speranza.