Alicia faccia di mostro

15/02/2017
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Intervista a Nicola Brunialti che ci racconta perché ha scritto un libro su come le parole possono diventare delle armi pericolose, soprattutto quando ad essere preso di mira è un ragazzino o ragazzina con qualche difetto fisico.
 Raccontaci chi sei e come hai cominciato a scrivere libri per ragazzi.
Mi chiamo Nicola Brunialti e sono nato a Roma nel 1972.
Per vent’anni mi sono divertito molto a fare il pubblicitario scrivendo spot famosi come quelli del Paradiso Lavazza, dello scimmione del Crodino o del vigile urbano della Tim.
Sono anche autore teatrale e radiofonico ma soprattutto televisivo (“Chi ha incastrato Peter Pan”, “Ciao Darwin” e “Music”). Ma soprattutto sono un autore di libri per ragazzi: finora, infatti, ne ho scritti quindici.
Scrivo per loro perché mi piace l’ottimismo con cui i ragazzi guardano alla vita: sono gli unici ancora disponibili a immaginare un lieto fine.
Gli adulti invece, credono solo a quello che vedono. E siccome più invecchiano meno ci vedono, alla fine non credono più a niente.
 
Da dove ti è venuta l’idea per la storia di Alicia?
Dalla mia storia. Io mi sono operato otto volte alle ginocchia, le mie gambe sono piene di chiodi e di cicatrici, segni con cui ho fatto un po’ di fatica a fare pace. Nel libro provo a descrivere la difficoltà di vivere con un “difetto di fabbrica” e racconto il mondo degli ospedali in maniera ironica e divertente, un mondo che anche io, purtroppo ho dovuto frequentare.
 
Hai scelto di scrivere un libro rivolto a ragazzini piuttosto giovani e hai utilizzato un linguaggio “leggero” anche se affronti temi importanti. Perché proprio questa fascia di età?
Perché volevo spiegare ai miei lettori il peso che hanno le parole, quanto dolore possono causare le offese e le prese in giro. Quelle parole che fanno ridere i nostri amici, per chi le riceve invece, diventano un peso terribile da sopportare.
Spesso ci concentriamo sui difetti degli altri per non vedere i nostri. E invece sarebbe bene accettare serenamente gli uni e gli altri. Anche perché non serve una cicatrice evidente come quella di Alicia per sentirsi dare del “mostro”. Basta qualche chilo di peso in più, qualche centimetro di altezza in meno, un paio di occhiali o l’apparecchio per i denti. Ma ancora meno serve per sentirsi da soli un “mostro”: chi di noi durante l’adolescenza non ha odiato quell’immagine brufolosa e sgraziata che appariva nello specchio? Ecco perché ho scelto di rivolgermi ai ragazzini più giovani: prima cominciamo a parlargli di queste cose, meglio è.
 
Nel libro si intrecciano realtà e fantasia, la clinica dei mostri è un modo divertente di raccontare cosa capita ad Alicia, che permette però di parlare di difetti fisici, di degenze in ospedale e di accettazione di sé. Hai avuto riscontri dai ragazzi e di che tipo?
Il mio desiderio è quello di portare il mio libro soprattutto ai ragazzi degli ospedali. Ma per ora ancora non ci sono riuscito. Intanto ho ricevuto decine di commenti entusiastici dai ragazzi che l’hanno letto e mi scrivono alla mia email o sulla mia pagina di Facebook. Qualche commento arriva anche dai genitori che mi ringraziano per essere riuscito a far sentire i loro figli un po’ meno “mostri” di quello che pensano di essere. In fondo, come dice Alicia, “A che ti serve un viso perfetto se sai ballare come una farfalla?”.
 
Un altro tema che emerge dal romanzo è il bullismo: un fenomeno ancora diffuso e difficile da combattere perché spesso i ragazzini non ne parlano. Scriverne può aiutare chi non ha il coraggio di denunciare. Che esperienza hai in questo senso?
“Alicia faccia di mostro” è il mio secondo libro dedicato, anche se solo in parte, al tema del bullismo. Il primo era stato “La maledizione del lupo marrano”. Quello del bullismo è un argomento non solo molto attuale ma è un argomento che conosco bene. Anche io in fondo ne sono stato vittima. Ma anche carnefice.
Come ti dicevo prima, spesso per riuscire a non vedere i nostri difetti di concentriamo su quelli degli altri. E io, con l’apparecchio per i denti prima, e le ginocchia difettate dopo, mi sono concentrato moltissimo sulle imperfezioni degli altri.
In questo modo sono passato da essere quello “preso in giro” a quello “che prende in giro”. Un bullo, quindi, anche se non ho mai usato la violenza fisica. Ma sappiamo benissimo di quanto possa essere ancora peggiore la violenza delle parole.
È per questo che oggi, a quasi 45 anni, ho voglia di spiegare ai bambini che c’è un altro modo di confrontarsi con se stessi e con gli altri. Perché ognuno di noi è unico e meraviglioso così com’è. Perché al mondo non ce n’è un altro uguale a noi.
L’unica cosa che conta davvero è non essere brutti dentro.
 
Hai altri progetti? Quale sarà il tema del tuo prossimo libro?
Progetti ne ho sempre moltissimi. Proprio in questi giorni sto buttando giù le idee per il mio prossimo libro. Ma per ora desidero che resti un segreto. Puoi stare certa, però, che non vi deluderò!