Ciao Franco Bomprezzi

18/12/2014 - Valeria Alpi
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La contea dei ruotanti: è con queste parole che Franco Bomprezzi entrò nella mia storia professionale. Mi piacque subito la parola ruotanti, mi ricordava i personaggi mitologici, come i  centauri, mezzi uomini e mezzi qualcos’altro. E d’altronde la carrozzina, per chi la usa, non è solo un ausilio, è una parte di sé, un’identità imprescindibile. Ero alla fine del mio percorso universitario e avevo deciso che, pur avendo una disabilità motoria, mai e poi mai mi sarei occupata di disabilità nella vita lavorativa. Volevo fare la giornalista, però, e la giornalista "di commento": avevo voglia di dire la mia su alcuni fenomeni sociali che ogni giorno vedevo o vivevo. E come sempre nella vita, quando si dice "mai e poi mai", le cose accadono: e mi ritrovo al Centro Documentazione Handicap di Bologna, dove da oltre trent’anni portiamo avanti la cultura della diversità.

Essere un redattore sociale non è semplice: la retorica e il pietismo vanno lasciati a casa, occorre essere convincenti sui fenomeni e nello stesso tempo portare rispetto per le parole, per le altre culture e le altre identità. Oggi, all’annuncio della morte di Franco Bomprezzi, tutti lo ricordano come giornalista disabile che ha saputo trattare la disabilità con il linguaggio giusto, con intelligenza, ironia, arguzia. Ma Bomprezzi era un giornalista e basta, un redattore sociale, uno che si è "sporcato le mani" con il linguaggio sociale a 360 gradi, e il linguaggio ha provato a cambiarlo.

Ero abituata che ad ogni nuovo "evento" sulla disabilità o sulla comunicazione sociale in genere, mi dicevo: "Andiamo un po’ a vedere se Franco Bomprezzi ne ha già scritto e cosa ne pensa". Poi si potevano condividere oppure no i suoi pensieri, però una riflessione la accendeva.

E ora continuiamo a occuparci di comunicazione sociale e a cercare di portare avanti la cultura della disabilità, sperando di tener fede al suo ultimo articolo: "È possibile che il nostro mondo non riesca a elaborare con fantasia, ironia, leggerezza, coraggio, incoscienza, qualche altra chiave di comunicazione? Possibile che l’alternativa, orrenda, sia stato solo quel “diversamente abile” che tuttora invade e inquina ogni ragionamento sensato sulla pari dignità, sui diritti, sull’inclusione sociale? Forza giovani, scatenatevi. Io vorrei riposarmi".