Un Natale "smerlato", Il messaggero di Sant'Antonio, Dicembre 2014

04/12/2014 - Claudio Imprudente
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Spulciando tra le mie scartoffie ho ritrovato un vecchio articolo, datato 1986, a proposito dei sacchetti della Caritas destinati a raccogliere gli indumenti per i cosiddetti «bisognosi». L’autore dell’articolo, il mio caro amico Andrea Pancaldi, parlava a quell’epoca di «guerra del rusco» (dell’immondizia, ndr) e, riflettendo sugli aspetti culturali del riciclo degli indumenti, notava come essi «ricacciano le persone handicappate nel ghetto, anzi nel bidone del rusco, e alimentano pregiudizi e luoghi comuni dei “normali”». Io stesso ricordo che i sacchetti che alcune associazioni dedicavano alla raccolta degli indumenti usati avevano l’immagine di un barbone banalmente raffigurato nelle sue tipiche sembianze: bastone, toppe sui pantaloni, barba lunga e ciotola in mano. Al suo fianco un altrettanto tipico disabile, rappresentato con un classico plaid scozzese a coprire le gambe (per proteggerle forse dal freddo?).

Trent’anni fa si faceva presto a dire che qualcosa non serviva più a niente e a buttarlo nell’immondizia; nel pieno dell’era usa e getta, anche quello che veniva allora chiamato handicappato, aveva un destino simile, come soggetto che non produce e quindi inutile alla società. Pancaldi concludeva il suo articolo dicendo: «Tra rifiuti e rifiutati il passo è breve».

Facciamo con la bacchetta magica un salto al presente. In questi trent’anni si è ormai compreso come l’usa e getta nascondesse fin troppe controindicazioni. Ce lo dimostrano i cambiamenti climatici causati dall’erosione delle risorse che ci hanno portato a modificare la concezione di ciò che è rifiuto, inserendo quest’ultimo nella grande macchina del riciclaggio.

Ora riciclare è diventata una moda, non solo per quanto riguarda gli indumenti: negozi che vendono usato, siti che propongono idee per riusi e riutilizzi di ogni genere e via dicendo. Il riciclo, da necessità, è diventato dunque sinonimo di creatività. Così sta cambiando la prospettiva, per cui anche il rifiuto, e di conseguenza il rifiutato, non si presentano più in versione usa e getta, ma sono inseriti in un ciclo funzionale all’economia, alla natura e, più in generale, alla vita stessa.

Ma ritorniamo per un attimo a quei sacchetti pieni di indumenti; indumenti irregolari, smerlati, frastagliati, apparentemente brutti e inutilizzabili. Oggi, come dicevamo, qualcosa è cambiato. Così non mi sono sorpreso quando qualche tempo fa ho visto in riviera un negozio di abbigliamento che fa ormai da anni di quell’irregolarità e di quell’unicità il suo cavallo di battaglia. I suoi abiti, insieme agli accessori, altro non sono che pezzi di stoffa, apparentemente da buttare, riassemblati da giovani stilisti per creare opere allegre, utili e originali per la comunità.

Questo marchio e la sua politica di fondo mi sono sembrati rappresentare una metafora e un’immagine perfetta della disabilità. Quindi per questo Natale mi auguro che quella stoffa diventi per tutti il simbolo della propria originalità e della capacità di rinnovarsi. Perché la diversità è variopinta e in perenne trasformazione proprio come il nostro aspetto e le nostre personalità.

Buon Natale a tutti i miei lettori, e scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook.