Il laboratorio teatrale nei centri di riabilitazione: l’espressione del confine, l’esercizio maieutico, la poesia come luogo dell’essere

01/09/2014 - di Simona Garbarino
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
augurati che la strada sia lunga
ricca in avventure ed esperienze.
Non temere la furia di Nettuno
non lo incontrerai 
se il tuo pensiero resta alto
e un sentimento fermo
guida il tuo spirito e il tuo corpo.
Non incapperai nell’irato Nettuno
se non te lo porti dentro
se l’animo non te lo mette contro.
Sempre devi avere in mente Itaca:
raggiungerla deve essere il tuo pensiero costante.
(Kostantin Kavafis, Aspettando i barbari. Poesie civili, Firenze, Passigli editore, 2005)
Si svegliò, aprì gli occhi. La stanza gli diceva poco o niente, profondamente immerso com’era nel non-essere da cui era appena affiorato. 
Se l’energia di accertare la propria collocazione nel tempo e nello spazio gli mancava, gliene mancava anche il desiderio.
Sapeva soltanto di esistere, d’avere attraversato vaste regioni per ritornare dal nulla.
(Paul Bowles, Il tè nel deserto, Milano, Garzanti, 1989)
 
Mi sono spesso chiesta dov’è la persona disabile quando incontra noi, l’esercito degli educatori, la schiera dei riabilitatori.
Mi chiedo, talvolta, se conserva un ricordo di tutti coloro che si sono occupati di lui, connotando la sua storia di persona disabile.
A volte fantastico sulla qualità dei suoi ricordi, sulle traduzioni del suo mondo interno e mi domando se, in tutto questo, la storia riabilitativa abbia lasciato tracce significative.
Forse i miei interrogativi risultano troppo prepotenti, inutilmente interpretativi, forse anche vacui: certo è che se dovessi individuare la genesi del mio fare educativo, la farei coincidere con una curiosità semplice ma profondamente radicata.     
Quello che mi ha mosso all’interno di territori “al confine” è una curiosità “verace”, squisitamente antropologica: un’attenzione alle peculiarità dell’individuo, alle sue infinite e finite possibilità, alla sua mutevolezza, alla sua sorprendente originalità.
L’uomo nel mondo, l’uomo nella sua finitudine.
Ancor più affascinante è, per me, sfiorare la complessità quando questa è dettata da destini incoerenti e incomprensibili: esistono uomini e donne cui il “fato” ha assegnato percorsi impervi e, spietatamente, ingenerosi.
Mi ha sempre colpito il coraggio, tinto di mille sfumature, con cui certe persone affrontano stati esistenziali così complessi.
Tanti gli interrogativi e le cautele quando si è al cospetto di un “portatore di storia altra”: nessuna certezza ci accompagna, checché ne dica la clinica e la testistica a disposizione. 
Nessun risultato può indicarci come incontrare l’altro nella sua insondabile multiformità.
È comprensibile, pertanto, la scelta di cercare strumenti che facilitino un percorso di conoscenza altrimenti tracciabile. 
Possiamo dirlo con una certa tranquillità: non sono molte le occasioni per ritagliarsi spazi di pensiero e ricerca, dove lasciar emergere parole e corpi disabitati, desideri sopiti, gesti misurati e antichi.
Siamo così allenati a intervenire in vece della persona disabile, così certi della nostra utilità da non immaginare la possibilità di poter “stare” in attesa al cospetto dell’altro.
Ma cosa cambierebbe se ci domandassimo se è innamorato? 
Se è stanco di quel corpo da tutti manipolato, ripulito, rivestito, rimpinzato, condiviso, osservato?
Se ci domandassimo se anche lui, di tanto in tanto, è sconvolto dal male di vivere, oppure si accontenta degli accadimenti con pacata rassegnazione?
Quali pensieri lo confortano, quali tristezze e disperazioni lo dilaniano?
Quali occasioni ha di incontrarsi, ascoltarsi, placare l’accavallarsi dei movimenti interni? 
 
Perché lui li ha, li possiede, li esplora di tanto in tanto, nei momenti più impensati: talvolta può capitare a tavola, nella concitazione della mensa, appartarsi con la mente, non sentire più nulla se non un lontano ronzio sullo sfondo.
Lì, forse, si astrae, si allontana dalle sollecitazioni dell’educatore di turno e si isola con un’idea, un bagliore, un ricordo, un odore, un frammento: il corpo si congela per trattenere quell’istante di lucidità intensa mentre gli altri, tutti intorno, lo richiamano al mondo della Grande Mensa. 
Altre volte è trasportato, sollecitato, incalzato come se per qualsiasi cosa non ci fosse tempo sufficiente.
 
Si va al cinema ma di corsa, si fa una gita ma di corsa, si va, si va nella vacuità del fare perché “non si sta senza fare niente”, perché l’ozio è un cattivo consigliere.
Non diamo tempo alle parole di esprimersi, non concediamo spazio alle coreografie della mente, non lasciamo che l’indagare abiti zone interne; manteniamo un concetto di esplorazione esterna concitata, che mal si attaglia alle esigenze di chi è abitato dalla necessità di sostare per meglio comprendere o per meglio sentire.
Dove sono i luoghi che ascoltano, che amplificano le voci che ci abitano, che fanno indovinare la possibilità di appartenersi nonostante, di aspettare nonostante, di fermarsi nonostante, di camminare sul precipizio perché ci diverte, consapevoli della ineffabile bellezza del rischio?
Tutto ciò fa parte dell’agire umano da millenni, è parte del nostro bagaglio genetico eppure dimentichiamo questa necessità antropologica, filosofica: la dimentichiamo nel quotidiano esistere e, talvolta, non la riconosciamo alla persona disabile.
È un processo creativo quello di cui stiamo parlando che interessa tutti, interessa il genere umano nella sua differenza, nella sua unicità.
È una pedagogia del rispetto (come dice Demetrio), una pedagogia della differenza, una pedagogia che attende, una pedagogia del riverbero: occorre sempre aspettare perché il suono riverberi.
La fretta uccide la magia del ritorno, la magia del presentarsi in forme inattese. 
La pedagogia dell’ascolto e dell’attesa.
Esiste allora la possibilità di intraprendere un cammino connotato dal desiderio unico di inoltrarsi senza disegni, con animo libero, disposto all’inusitato, all’indecifrabile, all’inatteso?
È possibile immaginare percorsi il cui obiettivo sia connotato dal desiderio di scoperta, terreni in cui gli uomini si sperimentino ad “armi pari”?
Dove le categorie di giudizio sono bandite, dove la regola si esprime attraverso la possibilità di espressione libera e cosciente, dove la creatività e la poesia sono considerati bagagli essenziali?
Non è difficile immaginare quali possano essere le vie da attraversare, equipaggiati dei rispettivi bagagli essenziali: le arti, da sempre, hanno accompagnato l’uomo nel difficile compito di attraversare la vita, senza dimenticare di attribuirvi un senso.
 
La ricerca di senso! Quale tema più appropriato, più illuminante e nello stesso tempo più dimenticato del nostro agire professionale.
È la ricerca inesauribile di assegnare un senso alle nostre azioni e ai nostri processi esistenziali che spinge a lavorare su progetti orientati all’esplorazione di sé, alla crescita personale, al riconoscimento della pluralità e dell’originalità di ciascun individuo, nella speranza che la ricerca alimenti consapevolezza, curiosità, energie sempre nuove.
 
Il tempo sembra passare.
Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela.
C’è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia.
In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei.
(Don DeLillo, Body Art, Torino, Einaudi, 2008)
 
Questo si cerca di perseguire nei laboratori a cui stiamo lavorando: cercare di individuare le nostre zone oscure o inesplorate, invecchiate, demolite, intimidite o soffocate.
Il laboratorio non ha nome, rifugge dagli specialismi, non si concede alle terminologie di categoria.
Non attribuiamo paternità agli “ismi” di maniera: è un laboratorio teatrale punto e basta, non c’è spazio per pensare alle particolarità dell’utenza.
Si lavora tutti con tutti, si lavora comunque, si lavora al nostro interno, si lavora con l’esterno, cerchiamo il confronto, lo scambio, l’incontro con altre realtà, con altre culture.
Ci affascina il mondo che ci circonda e lo cerchiamo. Abbiamo fame di altri linguaggi, di altre forme d’arte e di pensiero.
Desideriamo sviluppare una cultura della differenza che contraddistingua l’uomo in quanto tale e non in quanto uomo disabile.
Vogliamo che ci guardino e non solo per curiosità ma per sincera ammirazione... perché è difficile essere disabile e ancor più esserlo sotto i riflettori, grandi o piccoli che siano.
Vogliamo rompere la sottile ma resistente cartilagine che ci separa dalla vita vera, non più e non solo filtrata dall’ente, dalla famiglia, dai tecnici di turno.
 
Allora il laboratorio non è più unicamente un luogo dove si intrattiene, dove ci si diverte, dove si sperimentano cose inusuali e bizzarre ma diventa luogo dell’essere, luogo dell’anima.
Il luogo dove si celebrano l’unicità e l’alterità, lo spazio dell’esistere percepito.
L’esigenza di condividere un pensiero così costruito, ci ha spinti a tessere una rete tra operatori che lavorano con strumenti di matrice artistica, nonostante la consapevolezza di formare un atollo non sempre collocabile artisticamente, appena comprensibile dall’impianto riabilitativo.
L’intento di produrre cultura attraverso un contributo che arriva dalla pedagogia teatrale risulta, a tratti, destabilizzante perché non rispondente ai canoni, perché non verificabile con i consueti strumenti di rilevazione e perciò illeggibile.
Più semplice è incasellare lo strumento e relegarlo in una dimensione ludica, senza troppe ambizioni, disconoscendone il portato trasformativo, la valenza maieutica, generatrice. 
 
Il teatro come costellazione di beni rifugio (Demetrio). 
Il teatro che affronta una navigazione incerta e, nell’incertezza, affronta i marosi, il mare calmo, le tempeste incappando, con gratitudine, in un’abbacinante quanto inattesa giornata di sole, e di questa si cibi, riempiendo narici e polmoni. 
A questo proposito mi aiuta un pensiero di Elias Canetti (Il cuore segreto dell’orologio, Milano, Adelphi, 1987):
 
Dovrei mettere i pensieri nella culla della loro origine, perché appaiano più naturali.
Può darsi che così io dia loro un accento diverso.
Non voglio correggere niente ma voglio recuperare la vita che accompagna quei pensieri, richiamarla e farla rifluire in essi.
 
Il pensiero dominante che ci dovrebbe ispirare e sostenere non è tanto distante da ciò che Canetti ci suggerisce: dovremmo semplicemente riporre i pensieri nella loro culla d’origine e recuperarne la vita, farla rifluire in essi.
Non è forse questo un atto maieutico? Non è forse l’atto principe che sostiene la pedagogia fin dai suoi esordi?
La storia del teatro e della pedagogia o, più appropriatamente, la storia dell’uomo ci sostengono come operatori sociali nel tracciare una linea che ci conduca alla ricerca di senso, senza smarrire la forza.
Ci sostiene l’operato dei nostri compagni di viaggio, persone che portano con sé bagagli essenziali, come Tina che dopo un anno di laboratorio riesce a scrivere della propria rabbia:
 
Rabbia mi attanaglia lo stomaco
Rabbia che mi fa pizzicare gli occhi
Rabbia di sofferenza
di speranza e di tristezza
Rabbia di odio
Odio... un odio incontrollato
Rabbia di paura
Paura del tempo e di non averne abbastanza
per stare in pace con il mondo
Paura di una fine
Fine senza sogni
Fine senza speranza
Fine lunga e dolorosa
Rabbia di non essere me stessa
e di non sapere ciò che provo 
 
Il laboratorio può fornire la possibilità di amplificare i pensieri, abbellendoli di stoffe e monili preziosi: sta a noi vegliare e saper cogliere i segnali al momento giusto.

Non è una pratica immediata ma può rivelarci sentieri affascinanti.