Un paradosso sul tetto del mondo, Il messaggero di Sant'Antonio, Giugno 2014

04/06/2014 - Claudio Imprudente
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Forza Mario! Come quale Mario? Vi ricordo che tra pochi giorni partono i mondiali di calcio brasiliani e il nostro Balotelli, il Mario nazionale per l’appunto, avrà la responsabilità di farci ancora vivere e godere quelle notti magiche del 1982 e del 2006.

Balotelli: l’immigrato, l’attaccante, il mito. Un personaggio così discusso, sempre al centro di cronache mondane, gossip e chi più ne ha più ne metta, non sempre un esempio positivo, oltretutto, per i milioni di ragazzini che si identificano in lui. Quello che però mi ha sempre colpito della sua figura non è in realtà né il suo stile di vita né le sue bravate fuori dal campo né, in effetti, il suo naturale talento calcistico. È più una questione di paradosso. Balotelli è il simbolo vivente di come certi stereotipi possano essere abbattuti: un ragazzo, immigrato di colore, nato nelle difficoltà, simbolo italiano nello sport più famoso e seguito al mondo.

Una contraddizione vivente, che non dimentica di fare sfoggio di sé, nel tipico atteggiamento di chi, partendo da una situazione difficile, è arrivato al successo. Eppure ho imparato che sono proprio i paradossi gli esempi più concreti e immediati per cambiare un paradigma, una visione. Questo ragazzo italiano di colore, nonostante sia l’emblema dell’ostentazione in campo, credo infatti abbia molto in comune con il mondo dell’inclusione e dell’integrazione e, di conseguenza, della disabilità.

La sua storia ormai la conosciamo tutti. Mario Barwuah nasce il 12 agosto 1990 da una coppia di immigrati ghanesi che, per motivi economici e alcuni problemi di salute, lo affidano, con l’aiuto dei servizi sociali, a una famiglia del bresciano, la famiglia Balotelli appunto. Così è cominciata la leggenda che oggi è sotto i nostri occhi. Evidentemente nessuno allora avrebbe scommesso un centesimo su di lui, in piena linea con tutto ciò che facciamo rientrare nell’etichetta della «diversità».

Come sempre, però, la vita va per la sua strada e trova da sola un modo per dialogare con gli stereotipi che essa stessa ha creato, di solito estremizzando le reazioni di chi prima li fomenta e poi li ostacola.

La presenza di Mario in campo, infatti, palesa molto spesso nell’atteggiamento dei tifosi quanto, nonostante la fama e il successo ottenuti, l’integrazione reale del nostro calciatore sia ancora un work in progress. Già nello scorso gennaio avevo scritto su questa rubrica un pezzo sul razzismo, di come questo può diventare una pregiudiziale, un elemento forte di esclusione, proponendovi un ironico slogan: il pallone è rotondo, il razzismo è quadrato.

Il paradosso, insomma, è sempre in agguato. La nostra società tende a osannare ciò che al contempo emargina, dalle stelle alle stalle e dalle stalle alle stelle… Un ragazzo nero, vestito d’azzurro, con la coppa del mondo, la più ambita, tra le mani. Piazze e città italiane in festa. Questo per me sarebbe il «paradosso» più bello. E voi quale paradosso potreste portare sul tetto del mondo?

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