Il piano nazionale sulla disabilità in Kosovo

21/05/2014

di Mina Lomuscio (*)

Il Kosovo è un progetto particolare, perché nasce da un gruppo di persone che ci hanno creduto sul serio e che hanno lavorato dando la loro disponibilità a livello volontario. Normalmente abbiamo degli esperti che selezioniamo per le missioni in loco, per dirigere il progetto e per tutta una serie di aspetti. In questo caso abbiamo avuto invece una componente volontaria che è stata in parte l'elemento di successo del progetto. Sono state coinvolte persone con disabilità e persone che ogni giorno lavorano con i disabili o su queste tematiche a livello nazionale e internazionale. Ci siamo avvalsi di Giampiero Griffo del DPI, di Marco Nigoli del Disability Development Team della Banca Mondiale, di Antonio Organtini, avvocato che difende i diritti delle persone con disabilità, di Fabrizio Fea che è dell’ EASPD (European Association of Service providers for Persons with Disabilities).

L'obiettivo era di redigere il piano nazionale sulla disabilità in Kosovo. Le autorità del Kosovo si sono avvalse di Halit Ferizi, un rappresentante della società civile che purtroppo nel 2008 ci ha lasciato, una di quelle persone che una volta conosciute non si dimenticano, che è riuscito a portare la questione del Kosovo sul piano internazionale, a riunire la società civile nelle sue diverse istanze e le varie ONG. E' diventato interlocutore dell'Ufficio Diritti Umani e del Primo Ministro del Kosovo. Questa è stata per noi una situazione favorevole da cui partire. Quello che però abbiamo fatto, ed è risultato vincente, è stato che, quando siamo giunti in Kosovo, abbiamo deciso di condividere questo progetto fin dallo stadio di formulazione. Abbiamo incontrato tutte le organizzazioni internazionali e le associazioni di persone con disabilità internazionali, le istituzioni kosovare, i Ministeri e le Municipalità.

Dopo la stesura di una prima bozza iniziale sono stati organizzati ben trentasei gruppi di lavoro partecipati da tutti i gruppi coinvolti. In questi gruppi abbiamo redatto il piano. Tutto questo non è molto usuale. La redazione di un progetto per la cooperazione ha diverse fasi: l'identificazione, la formulazione, la gestione, il monitoraggio e la valutazione. Di solito si collabora con i partner che però non sono mai completamente partecipi fin dall'inizio del progetto. Questo ha permesso a tutti gli interlocutori presenti di parlare, di mettersi in relazione, di confrontarsi e scontrarsi fino a tirar fuori un ottimo piano nazionale e imparare una metodologia di lavoro, su cui noi abbiamo svolto il ruolo di facilitatori. Abbiamo fatto formazione anche su quello che significa la Convenzione Onu, che il Kosovo non ha potuto firmare. Politicamente ciò è stato molto importante e ai Ministri non è sfuggito. Il paese mira a un proprio riconoscimento e il fatto di non poter firmare ma poter essere il primo paese a tutti gli effetti ad aver redatto un piano nazionale sulla disabilità rispetto agli standard della Convenzione Onu ha rappresentato un vero e proprio gioiello e lo è stato anche per noi.

La Commissione Europea ha lavorato con noi, così la World Bank, siamo stati più volte citati e abbiamo ricevuto numerosi complimenti. I gruppi di lavoro poi avevano al loro interno persone con disabilità di vario tipo, c'era inoltre un interprete del linguaggio dei segni. Il piano è stato redatto in braille, in lingua kosovara, serba e italiana per poi girare nelle biblioteche delle varie municipalità. Abbiamo anche creato un cd audio sempre per gli ipovedenti e un dvd per i sordomuti. Per la prima volta abbiamo così creato un progetto fruibile anche per le persone con disabilità. La cosa più bella è che dopo un anno, tornati in Kosovo, ci siamo accorti che molte persone della società civile avevano il documento, anche in braille e riuscivano a leggerlo tra loro. Il piano è così diventato uno strumento per far valere i propri diritti e che la società utilizza per fare delle richieste alle istituzioni.

Ciò non significa che tutto venga messo in atto ma che c'è stata di certo una grande opera di sensibilizzazione e comunicazione, un aumento delle conoscenze anche da parte dei ministeri. Questo progetto rispecchia appieno un progetto di tipo inclusivo e partecipativo per tutti i soggetti coinvolti. Il documento prevede ovviamente che ci sia anche un piano di monitoraggio che rientri in quello della cooperazione internazionale. Adesso siamo entrati in un'altra fase che è quella di supporto per il monitoraggio del piano. Molte cose si sono già mosse, le istituzioni hanno già promosso molte leggi, direttive sull'accessibilità degli edifici sulla base di un codice standard che ancora non c'era. Da questo punto di vista questo piccolo paese è molto avanzato, pur con tutti i suoi problemi politici. L'averli coinvolti dall'inizio li ha resi responsabili e partecipi e capaci di difendere i propri diritti. Per le istituzioni è stata fatta formazione sulle indicazioni che vengono date dagli standard europei. Pur essendoci pochissimi soldi alcune cose vengono già messe in atto. Resta a nostro parere la necessità di mettersi in rete.

Quando abbiamo redatto insieme il piano di monitoraggio ci siamo chiesti chi lo stesse già facendo e ci siamo coordinati puntando sulle differenze dei vari aspetti. Il principio che ci ha mosso non è stata la solita visibilità. Per esempio a Gijlian, municipalità dove oggi interveniamo, c'era già un progetto di Caritas e World Bank che abbiamo subito voluto incontrare. Alla fine c'è un tornaconto per tutti, l'utilità è condivisa. Ci siamo così divisi i compiti. Il risultato non è un prodotto schizofrenico in cui tre ONG fanno contemporaneamente la stessa cosa. Le ONG sono qui ovviamente molto presenti e da loro il paese ha acquisito molto in termini finanziari ma non dal punto di vista delle conoscenze e delle competenze. Spesso girano addirittura documenti firmati dai ministeri senza che questi ne abbiano conoscenza diretta. Nei gruppi di lavoro abbiamo lavorato anche sull'identificazione, partendo da domande come: “Dove li prendo i soldi?” E soprattutto “Ho bisogno di soldi?”.

Alcune attività sono a costo zero, emanare una direttiva significa semplicemente scrivere una legge. L'ausilio degli altri paesi in questo senso deve essere a costo zero. Adesso stiamo seguendo un altro progetto che cerca di dare alle persone con disabilità una formazione imprenditoriale, legata all'inserimento nel mondo del lavoro, per stimolarli a far nascere da loro stessi la voglia di essere leve di un cambiamento che in questo paese è ancora lento e difficile, perché da troppo tempo pilotato da un lato e agevolato dall'altro dalla presenza internazionale. Alla fine del nostro progetto abbiamo regalato loro dodici carrozzelle da basket, abbiamo riadattato e reso accessibile una palestra ma è stato un gesto simbolico, un messaggio, non un ausilio, sta a loro adesso a lavorare affinché i disabili escano da casa e facciano attività ricreative; a quel punto abbiamo acquistato un pullmino, sempre un gesto simbolico però!

E' stato necessario più volte sottolineare queste risorse a partire da piccole cose. Nei municipi così come al Teatro di Pristina o mancavano le rampe o se c'erano, erano bloccate. Questo immobilizza le persone, già prive di lavoro, che si ritrovano segregate in casa. Quello che abbiamo fatto sono state piccole cose, come l'aggiunta di rampe nei luoghi della socialità, interventi nelle scuole di musica, asili, scuole professionali. La vita creativa, su questo abbiamo battuto molto, è fondamentale per l'accrescimento della propria consapevolezza e di quella forza che porta la persona ad agire e interagire concretamente con e nella società.

(*) Funzionaria della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo

Parole chiave:
Mondo e Terzo Mondo