Disabilità e Organizzazioni Non Governative tra Onu, UE e Italia

20/05/2014

a cura di Nicola Rabbi

Intervista a Gianpiero Griffo di DPI Italia

Dopo l’approvazione della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e il suo recepimento da parte dell’Unione europea e dell’Italia come è cambiato il modo di lavorare delle ONG sul tema della disabilità?
La CRPD, Convention on the Rights of Persons with Disabilities, ha riconosciuto che le persone con disabilità sono parte della società e vanno rispettati nei loro diritti umani. In particolare l'art. 32 (sulla cooperazione internazionale) ha sottolineato che “ la cooperazione internazionale, compresi i programmi internazionali di sviluppo, includa le persone con disabilità e sia a loro accessibile”. Inoltre ha riconosciuto il ruolo che possono giocare le organizzazioni di persone con disabilità nel partenariato con gli stati e le ONG. Anche nel campo degli interventi di emergenza umanitaria (art. 11) bisogna prestare dovuta attenzione alle persone con disabilità. Purtroppo rimane ancora una pesante disattenzione delle ONG rispetto alla nostra inclusione e la piena partecipazione. A livello internazionale le Nazioni Unite hanno promosso convegni e seminari che sollecitano una maggiore attenzione al problema. Vi sono documenti internazionali, come la Carta di Verona del 2007 sulle situazioni di emergenza; esistono risoluzioni dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che hanno collegato la disabilità agli obiettivi del Millennio, esiste una consorzio europeo di ONGs e DPOs (organizzazioni di persone con disabilità) che si occupano di cooperazione allo sviluppo e disabilità (IDDC).

Nel complesso però i maggiori donors sono lontani dall'includere nei programmi e nei progetti le persone con disabilità, alcune agenzie nazionali di sviluppo (soprattutto dei paesi nordici) destinano una piccola parte dei fondi a progetti verso questa fascia di cittadini, ma secondo calcoli della World Bank siamo al disotto del 5% delle risorse complessive. In Europa l'European Disability Forum e DPI, attraverso azioni di lobbying insieme all'IDDC, sono riusciti ad inserire nella Strategia sulla disabilità della Commissione Europea (2010-2020) il tema della disabilità nelle relazioni esterne dell'Unione (finanziamenti a paesi terzi). Il nostro obiettivo è quello dell'approccio a doppio binario (twin track approach): aumentare le risorse destinate alle persone con disabilità (l'Unione Europea è il maggior donatore mondiale) e realizzare il mainstreaming della disabilità in tutti i programmi. In Italia, purtroppo, solo poche ONG si occupano di persone con disabilità, spesso con una visione prevalentemente medica.

Nel complesso le circa 130 ONG italiane che si occupano di cooperazione internazionale ignorano le persone con disabilità. Dal 1999, su iniziativa di DPI-Italia, si è costituito un gruppo di lavoro nazionale sul tema della disabilità a cui erano state invitate tutte le ONG italiane. Il lavoro comune (seminari, incontri ...) ha fatto emergere che solo poche ONG erano interessate. In particolare con l'AIFO, DPI-Italia ha costruito progetti in comune, sperimentando forme di empowerment delle DPOs in alcuni paesi (Mongolia, India), che saranno trasferite in altri paesi (Liberia, Vietnam). Ne è scaturito un manuale sui diritti umani e l'applicazione della CRPD, un lavoro comune sulla riabilitazione su base comunitaria, attività di ricerca comuni.

Per consolidare questo lavoro si è costituita l'anno scorso una rete di ONGs e DPOs (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo) formata da AIFO, EducAid, DPI-Italia e FISH, che ha messo insieme le esperienze italiane più avanzate in questo settore. La rete infatti riconosce la pari dignità e il partenariato tra ONG e DPO, sviluppa una serie di impegni progettuali basati sulla applicazione della CRPD, sull'empowerment delle DPOs dei paesi in cerca di sviluppo. Tra gli altri obiettivi, vorremmo far crescere la partecipazione di esperti con disabilità nei progetti: l'anno scorso abbiamo iniziato una’attività formativa in questa direzione.

Cosa ne pensi delle linee guida della cooperazione italiana sulla tematica della disabilità?
La DGCS (Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo) del Ministero degli Affari Esteri (MAE) aveva già elaborato delle linee guida sul tema della disabilità nel 2003, senza coinvolgere le DPOs italiane. L'impostazione era centrata sui diritti economico-sociali. L'anno scorso il MAE ha riformulato quelle linee guida, aggiornandole sulla base della CRPD. E' il primo – e unico attualmente - concreto atto del governo in direzione dell'applicazione della CRPD, anche se non totalmente soddisfacente. Questa volta nel gruppo di lavoro erano rappresentate anche delle DPOs con esperti competenti in materia di disabilità e attenti al dibattito internazionale ed esperti con disabilità. Le linee guida individuano più livelli di attenzione: il livello di competenza del MAE, con lo scopo di applicare la CRPD e in particolare l'art. 11 e 32; il livello di competenza europeo e internazionale. I capitoli riguardano sia le azioni di raccordo con le politiche generali (collegamento con l'Osservatorio sulla condizione delle persone con disabilità, competente sull'applicazione e monitoraggio della CRPD, introduzione di un capitolo sul tema della disabilità nel rapporto annuale al Parlamento italiano), l'identificazione di politiche di mainstreaming (formazione, progettazione, approccio doppio binario, emergenza, direttive sull'accessibilità, raccolta dati), la collaborazione con istituzioni italiane ed estere (mondo imprenditoriale, istituzioni italiane competenti, ONG, Agenzie di cooperazione di altri paesi), il coinvolgimento diretto delle DPOs nella definizione dei programmi e delle politiche e loro empowerment nei paesi in cui si realizzano progetti di cooperazione del MAE. Purtroppo queste linee guida sono state licenziate in un periodo in cui il governo italiano ha ridotto (e ridurrà ancora di più) il budget a disposizione: ormai, invece dell'obiettivo dello 0,7% del PIL, siamo arrivati sotto lo 0,1%, fanalino di coda tra i paesi industrializzati.

Che ruolo devono avere le persone con disabilità in tutto questo?
La CRPD rappresenta uno standard internazionale universalmente accettato (sono ormai 100 i paesi che l'hanno ratificata). La sostenibilità reale della Convenzione però sarà possibile solo dove vi sia una rappresentanza forte e competente delle persone con disabilità. Per questo è necessario che le DPOs dei paesi in cerca di sviluppo siano tra i beneficiari dei programmi e degli interventi di cooperazione. Le DPOs dei paesi industrializzati devono premere sui governi e sui donors perché si occupino dei diritti delle persone con disabilità. Un dato esemplificativo: della rete delle 600 Fondazioni internazionali, solo due o tre di esse si occupano di questa fascia di persone. Eppure le persone con disabilità sono un settimo della popolazione mondiale, nei paesi del sud del mondo solo il 2% delle persone con disabilità gode di sostegni e servizi, più di 40 milioni di bambini con disabilità non ha accesso a sistemi scolastici ufficiali, la disoccupazione tocca percentuali superiori al 90%. Il sostegno delle DPOS occidentali alle loro sorelle di questi paesi è quello di rafforzarne le competenze sulla CRPD, favorire lo sviluppo organizzativo, accompagnarle nelle politiche di lobbying verso i loro governi e verso i donors. Un esempio significativo è stato il progetto del MAE in Kosovo, per definire un Piano di azione nazionale sulla disabilità partecipato e un sistema di monitoraggio. Altro elemento è quello di costruire alleanze con le ONG più attente ai diritti delle persone con disabilità. Esemplare è stato l'accompagnamento da parte dell'AIFO, attraverso vari progetti, alla Federazione mongola di associazioni di persone con disabilità nel processo di ratifica e implementazione della CRPD, in alleanza con la Commissione mongola per i diritti umani. Ancora innovativa è la ricerca “emancipatoria” che si sta sviluppando nel distretto di Mandya in India, che coinvolge le DPOs nella ricerca sulla condizione delle persone con disabilità, costruendo nello stesso tempo l'empowerment delle stesse persone con disabilità che diventano i realizzatori della ricerca. In questa direzione influenzare l'Unione Europea è un altro dei compiti primari, come previsto nel punto 8 della Strategia europea sulla disabilità. Cito l'intero capitolo per far capire i nuovi compiti da realizzare: “L'UE e gli Stati membri devono promuovere i diritti delle persone con disabilità nel quadro delle loro azioni esterne, tra cui i programmi di allargamento dell'Unione, di vicinato e di aiuti allo sviluppo. La Commissione opererà, ove necessario, in un contesto più ampio di non discriminazione affinché la disabilità diventi un tema essenziale dei diritti umani nel quadro delle azioni esterne dell'UE. La Commissione farà opera di sensibilizzazione sulla Convenzione dell'ONU e sui bisogni delle persone disabili, anche in materia di accessibilità, nel settore dell'aiuto d'urgenza e dell'aiuto umanitario; essa consoliderà la rete dei corrispondenti per la disabilità e sensibilizzerà maggiormente le delegazioni dell'UE alle questioni relative alla disabilità; essa assicurerà che i paesi candidati e potenzialmente candidati rinforzino i diritti delle persone disabili e farà sì che gli strumenti finanziari degli aiuti pre-adesione siano utilizzati per migliorare la loro situazione. L'UE sosterrà e completerà le iniziative nazionali finalizzate ad affrontare le questioni in materia di disabilità nel dialogo con i paesi terzi e, ove appropriato, a inglobare la disabilità e l'attuazione della Convenzione dell'ONU tenendo conto degli impegni presi a Accra in materia di efficacia degli aiuti. L'UE incoraggerà i forum internazionali (Nazioni Unite, Consiglio d'Europa, OCSE) a raggiungere accordi e a prendere impegni”. Questi impegni di principio dovranno esere sostanziati in politiche, azioni, programmi, progetti.

Che attenzione è data ai temi della comunicazione e dell’informazione nei progetti in atto nei paesi in via di sviluppo che riguardano le persone con disabilità?
L'informazione è un tema importante. In molti paesi in cerca di sviluppo la gran parte della popolazione vive in aree rurali e remote, dove la circolazione dell'informazione è problematica, specialmente per le persone con disabilità. In questo senso utilizzare lo strumento della CBR (riabilitazione su base comunitaria) diventa essenziale. Anche qui è necessario rafforzare la partecipazione reale e competente delle DPOs locali alle decisioni delle comunità. La circolazione delle informazioni in queste aree deve tener conto delle condizioni reali in cui vivono le persone con disabilità e le loro famiglie. Spesso queste persone sono analfabete e devono farsi aiutare per tutte le informazioni scritte. L'accesso all'elettricità e ancora alle tecnologie informatiche, è ancora problematico. La possibilità di spostarsi è spesso impossibile. Per questo le strategie devono partire da un'analisi dei territori in cui si opera.

Secondo te che tipo di esperienze (sul tema dell'informazione) andrebbero fatte?
Molto efficace è la costituzione di un sistema di self-help group, che operano nei villaggi per mantenere un contatto con le persone più escluse. In alcune realtà di programmi di CBR (Community Based Rehabilitation) la presenza di uno o più gruppi in ogni villaggio ha permesso di accrescere il flusso di informazioni e la capacità di autodeterminarsi. A volte basta offrire uno spazio d’incontro alle DPOs per creare immediatamente la circolazione delle informazioni, che è prevalentemente orale. La produzione di pubblicazioni piene di immagini, la costruzione di reti organizzate decentrate e collegate tra di loro, la creazione di campagne di sensibilizzazione utilizzando strumenti appropriati, risulta spesso più efficace di una centralizzazione delle informazioni in un infocenter, strumento efficace in aree urbane estese. In questi contesti piuttosto che centri informativi, funzionano i centri per la vita indipendente che offrono non solo informazioni, spesso legate a problemi pratici (accessibilità dei servizi, housing, risorse del territorio), ma anche servizi di sostegno (trasporti, servizi di aiuto personale, manutenzione degli ausili...).

Ti vengono in mente delle esperienze sul tema dell’informazione svolte da ONG straniere?
Particolarmente attento all'informazione è Handicap International, una grande ONG francese, che è una specie di multinazionale. Il suo progetto Source rappresenta la più grande banca dati mondiale sul tema della disabilità e salute legate alla cooperazione allo sviluppo. Per quanto operi prevalentemente in ambito sanitario, nei suoi progetti realizza centri informativi, che diventano centri di aggregazione e diffusione delle informazioni. Altro esempio sono i centri risorse, luoghi di sostegno alle comunità locali che si organizzano sulla base delle esigenze del territorio: operano sulle priorità identificate dalle comunità e quando includono la disabilità operano con metodologie di mainstreaming. Un progetto recente è quello della Global Disability Rights Library, promossa dall'agenzia nazionale americana (USAID), l'University dello Iowa attraverso il progetto WiderNet in collaborazione con l'United States International Council on Disabilities (USICD). Il progetto, partendo dalla difficoltà di accedere a internet nei paesi del sud del mondo, vuole costruire una biblioteca mondiale on-line dove è possibile scaricare i documenti e gli strumenti più importanti relativi alla promozione e rispetto dei diritti, alle soluzioni realizzate per promuoverli e applicarli e alle pratiche di empowerment delle DPOs e delle persone con disabilità.

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