Il mantello di Bartimèo, Il messaggero di Sant'Antonio, Gennaio 2013

30/01/2013 - Claudio Imprudente
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Ormai panettoni e pandori sono stati tutti spolverati, inghiottiti nelle nostre sale da pranzo durante le festività natalizie, mentre le stelle e i fuochi d’artificio hanno accompagnato, ancora una volta, i nostri desideri, i bilanci e i buoni propositi per il 2013. «Quest’anno sarà diverso», siamo soliti dirci, mentre, un po’ in disparte, sorseggiamo sognanti un bel calice di spumante, felici e rafforzati dall’atmosfera chiassosa, gioiosa e frizzante che ci circonda. Il Natale, pensavo spiluccando le ultime briciole di panettone, è una festa davvero inclusiva, non solo per chi ha la fortuna di passarlo in un comodo e caldo salotto, ma anche per chi normalmente trascorre la sua vita sotto i portici, ai semafori, nei parchi, insomma sul ciglio della strada. A Natale, si sa, siamo tutti più buoni, le persone cominciano più facilmente a muoversi e a mettersi in gioco, il contesto si fa più accogliente.

Ma una volta finita questa felice parentesi, che cosa accade? Tutto, nella maggior parte dei casi, torna alla normalità, i contesti che si erano aperti a nuove possibilità ricominciano a chiudersi in loro stessi e i «fuggitivi» ad abitare le suddette strade. Qualcosa del genere lo insegna anche una storia di circa 2 mila anni fa, protagonista un certo Bartimeo… «Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”» (Mc 10,46-48).
A mio parere, una delle cose più interessanti di questa scena è, innanzitutto, il luogo da cui si alza la voce di Bartimeo: egli è seduto per terra con il suo solo mantello, in una posizione debole e depressa. Come se non bastasse, anche la gente lo zittisce, andando così a sottolineare e aumentare la precarietà della sua condizione.

Avviene però un fatto. «Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada» (Mc 10,49-52).
Mi piacerebbe ora osare un po’ con voi nell’interpretazione di questo passaggio di Marco e riconoscere l’intervento miracoloso di Gesù non tanto nell’annullamento del deficit di Bartimeo e nel suo recupero della vista, quanto piuttosto nel ribaltamento di contesto che il Nazareno opera. Quello che Gesù riesce a fare è, infatti, portare l’interesse della gente su Bartimeo, spostando così la scena da un contesto oppressivo a un contesto di fiducia. È solo in questa mutata situazione che Gesù potrà realmente domandare a Bartimeo un sincero: «Che cosa vuoi?». Dovrebbe succedere sempre. Prima di chiedersi che cosa fare per chi ci domanda aiuto o per chi, ogni giorno, incontriamo per strada, è necessario operare una trasformazione di contesto, proprio come ci insegna a fare la storia di Bartimeo. Solo così potremo smettere di far coincidere i termini «integrazione» ed «eccezionalità».
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