Risponde Claudio Imprudente

20/09/2012 - Claudio Imprudente

Ciao Claudio,
mi chiamo Emanuela, sono una sibling di Torino.
Ti scrivo perché ho necessità di un po’ di aiuto, di confrontarmi innanzitutto.
Mia sorella Donatella di 27 anni è affetta dalla nascita da tetraparesi spastica, causata da un’asfissia neonatale provocata da una gestosi di mia mamma negli ultimi giorni di gestazione e purtroppo mal seguita dal medico curante. Quasi due anni fa si è laureata presso la Facoltà di Economia. Ci vogliamo uno strano gran bene: unite, ma disunite e quasi mai in con-fidenza. Quello di un sibling con il proprio fratello disabile è un rapporto che ti mette costantemente davanti al bivio di portare avanti la costruzione della propria vita e nel frattempo pre-occuparti, più o meno concretamente ed esplicitamente, del futuro di tuo fratello/sorella. Abbiamo sempre condotto vite piuttosto differenti, mia sorella e io. Ovviamente? Non so. Sta di fatto che è stato così.
Oggi sono preoccupata per mia sorella. Sta cercando lavoro da quando si è laureata ma quando va a fare colloqui per le categorie protette spesso concludono dicendole che è troppo scolarizzata per il profilo che ricercano, mentre, quando fa colloqui “normali”, le dicono che le faranno sapere, ma spariscono in un battibaleno. Io vorrei che si “reinventasse”, che cercasse di trovare delle alternative.
Ti chiedo, devo insistere? Come posso fare per aiutarla? Un grazie di cuore in anticipo.
Cordialmente
Emanuela
 
Cara Emanuela,
alla tua domanda ho già risposto privatamente, ma la tua lettera mi dà la possibilità di parlare del tema del sibling, un tema sicuramente affascinante per molte ragioni. Avere un rapporto con un fratello/sorella con disabilità offre spesso la possibilità di esplorare orizzonti inusitati nella relazione, così come nella ricerca di sé. 
A questo proposito mi viene in mente un’immagine, quella dello sbarco sulla Luna. Tu mi dirai, che cosa c’entra? C’entra con la voglia di scoprire nuovi mondi, di aprire nuovi fronti e di riappropriarsi di nuovi scenari. Mi sono sempre chiesto infatti che cosa Neil Armstrong abbia pensato quando ha messo piede sulla Luna, quali emozioni ha provato, quali dubbi, la paura di non tornare indietro… A pensarci bene credo che, in fondo, la tua situazione non sia tanto diversa.
Intanto, come per ogni fratello/sorella, l’altro è sempre un pianeta tutto da scoprire ed è una cosa, bisogna imparare ad accettarlo, che richiede molto tempo, ma è anche una bella sfida, una sfida per alzare la qualità della vita, proprio come ci siamo allunati per migliorare la qualità della nostra esistenza (anche per questo…). Io ti auguro che tua sorella non sia un satellite che gravita attorno a te, ma un pianeta in cui ci sono tante risorse da scoprire. Che dire? Three, two, one… go!
 
 
Caro Claudio,
ti scrivo di nuovo dopo aver letto il tuo scambio di vedute con il sig. Marchese. E mi spinge a scriverti la convinzione che tipi come il Marchese sono pericolosi per l’inserimento dei disabili nella scuola, al di là dei risultati che sul campo possano raggiungere: tu stesso infatti affermi di non vedere una contraddizione insanabile tra il contenuto dei tuoi pensieri e dei suoi.
Cosa che, al di là del politicamente corretto, scusami mi sembra un’enormità, conoscendoti un po’.
Li conosciamo bene quelli come il sig. Marchese: è il tipo del signor “so tutto”, addirittura fa anche lo psicologo con le famiglie (e non si rende conto che le famiglie conoscono spesso molto bene le esigenze del ragazzo e vanno trattate su un piano di parità, non considerate come deficienti a cui ci si premura benevolmente di spiegare le cose (e quindi coartarle per fargliele accettare), e soprattutto che non hanno bisogno di pacche sulle spalle ma di interventi appropriati (oggi anche con internet spesso le famiglie sono competentissime loro malgrado...); ma non si rende conto (e questa è una cosa estremamente grave) che la realtà dell’handicap è molto diversa da come se la rappresenta lui. Anzi, dirò di più, non sa nemmeno cos’è una situazione di disabilità: non a caso infatti lui porta ad esempio il caso di un dislessico, che propriamente non rientra nella categoria della disabilità vera e propria. Patetica trovo l’affermazione dell’“insegnante di sostegno della classe”, in cui stravolgendo il senso della normativa che mira a considerare l’insegnante di sostegno come un insegnante non di secondo piano all’interno della classe, che affianchi il disabile per aiutarlo a superare le sue difficoltà, sembra invece nelle sue parole diventare un ulteriore insegnante della classe, al punto da non essere più distinguibile dagli altri e in tal modo avallando e giustificando la concezione che avere un insegnante di sostegno è una cosa di cui ci si deve vergognare di fronte agli altri, né tantomeno, mi sembra, presenta evidenti prove che dimostrino che il miglioramento di quel bambino sia dovuto a queste sue “strategie”.
Mi chiedo se questa strategia avrebbe potuto essere valida con un tipo come mio figlio tetraplegico o con un soggetto autistico che magari ti scappa da tutte le parti...
Quello che mi premeva sottolineare però è un altro aspetto più subdolo nelle affermazioni del sig. Marchese e cercherò di spiegarlo con un paragone che spero non sia considerato offensivo, in quanto serve solo a meglio esplicitare la mia critica. Il sig.Marchese ammette, dopo la tua beneducata risposta, che sì qualche problema con il sostegno esiste in questo paese, ecco le sue parole: “Sarei un’ipocrita se dipingessi solo una realtà rosea e felice: questi problemi sono oggettivamente riscontrabili e sotto gli occhi di tutti. Però, come ormai avrà ben capito, mi piace evidenziare anche le “cose che funzionano”, soprattutto quelle legate al lavoro dell’insegnante, e ritengo giusto farlo proprio per evitare che a far notizia siano solo le storture e le negatività, mentre non si dia rilievo a chi, ogni giorno fa (bene) il suo dovere”.
Se ho ben capito le affermazioni di Marchese partono dalla considerazione che c’è chi nella scuola fa il suo dovere in modo ottimale e pensa che, quindi, è sbagliato fare affermazioni critiche generalizzate sulla categoria! Scusami Claudio, ma a me queste affermazioni fanno immediatamente venire in mente le affermazioni che un tempo venivano fatte sulla mafia. Che la mafia non esistesse non erano i mafiosi a dirlo, erano soprattutto le persone perbene che non volevano che venisse infangato il loro territorio! Chi non pagava il pizzo, invece di farsi forte della sua dirittura morale e, quindi, denunciare apertamente il clima mafioso e illegale, era il primo a scagliarsi contro quei pochi che si affannavano a far capire la realtà all’opinione pubblica con lo scopo di ripristinare la legalità, in questo modo agevolando la cultura e la pratica mafiose.
Come ben sai, oggi c’è una critica aperta e diffusa al modo di concepire il sostegno (cito solo un caso che tu ben conosci, il libro Mio figlio ha le ali, ma ce ne sono tantissimi altri scritti da genitori – uno per tutti il sig. Genta – e da ragazzi disabili in prima persona) da parte della grandissima maggioranza dei genitori e ciò nonostante i buoni esempi: mio figlio, a parte gli anni delle Superiori, ha sempre avuto buoni insegnanti di sostegno e addirittura ottimi alle Medie. Ma proprio per questo, proprio perché sappiamo che è un lavoro difficile, ma che può essere svolto in modo egregio e dare un aiuto concreto ai nostri ragazzi, compito di tutte le figure che seriamente operano nella scuola deve essere quello di denunciare che il sostegno in Italia così com’è non va, e non per abolirlo, piuttosto per renderlo effettivo e pienamente rispondente allo spirito della Legge e alle esigenze dei nostri ragazzi.
 
Caro Angelo,
che piacere ricevere una lettera come la tua... Il mio scopo era di aprire un dibattito sull’integrazione e l’attenzione e il desiderio di esprimersi di tanti insegnanti (e non solo) lo hanno reso un dibattito acceso, vivo, a volte anche aspro.
Credo che in questo momento storico il nostro paese abbia bisogno di ritornare alle origini, nel senso di ritornare a quello spirito che negli anni Settanta ha smosso il clima culturale sull’idea d’integrazione. Mi è piaciuto il tuo paragone con la mafia, effettivamente questi sono meccanismi diffusi anche nella nostra quotidianità, scuola compresa. Bisognerebbe continuare a lottare per affermare il diritto all’integrazione senza ipocrisie ma partendo piuttosto dai problemi concreti che ogni giorno ci troviamo ad affrontare. Credo anche che bisognerebbe recuperare il concetto di popolo a cui ora sempre più si va sostituendo quello di pubblico. C’è una bella differenza. Il popolo lotta, combatte, il pubblico invece guarda e al massimo (tele)vota.
Credo che il signor Marchese (potete trovare la nostra discussione qui: www.accaparlante.it/articolo/cara-integrazione-ti-rispondocon-inclusione-e-sostegno-superabile-marzo-2011-2) abbia avuto la capacità di toccare punti sensibili e di esporsi in modo tale da stimolare molti interventi, spesso critici nei suoi confronti. È come se avesse teso una piccola trappola... Spesso queste critiche sono state troppo “spregiudicate”, ma hanno dato la possibilità di centrare ancora meglio il punto e, allo stesso tempo, di far partire delle tangenti di pensiero.
La rete si infittisce e le questioni si complicano. Bene così.
Un caro saluto.
 
 
 

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Testimonianze-Esperienze