Si è sempre meridionali di qualcuno

20/09/2012 - di Roberto Parmeggiani

Ci sono sud e sud.

Ci sono sud molto lontani e sud molto vicini.
Ci sono sud che per alcuni sono nord e nord che per alcuni sono sud.
Gli eventi degli ultimi mesi che hanno sconvolto il nord Africa, stanno mettendo l’Italia al centro del mondo, nel bene e nel male.
La nostra politica, così impegnata a risolvere problemi personali oppure a trovare il nemico di turno, capro espiatorio di tutte le difficoltà o demagogico baluardo pro-elezioni, forse non si è resa conto di quello che sta succedendo. O forse lo sa, ma fa finta di nulla.
La nostra classe dirigente è riuscita anche a perdere quel po’ di prestigio e quel ruolo internazionale che ci era rimasto e che ci apparteneva, se non altro, per posizione geografica.
Restando legati al tema “geografia”, in Italia sta succedendo qualcosa di davvero singolare, che sta cambiando gli equilibri interni, politici e sociali.
Ormai non abbiamo più solo un sud, ne abbiamo due.
Mi spiego.
Fino a ora parlando di sud ci riferivamo ad alcune regioni che, nel bene e nel male, rispondevano a caratteristiche particolari, con peculiarità gastronomiche, ambientali e sociali tutte loro. Luoghi desiderabili e invidiabili, situazioni difficili e faticose. Confini specifici che, negli ultimi anni, sono stati il limite che i migranti hanno incontrato una volta deciso di cambiare vita.
Fino ad ora questo era il sud, l’unico.
Ora invece abbiamo scoperto di averne un altro.
Alcuni paesi dell’Europa stanno facendo sentire “sud” anche una parte del nord, nel momento in cui respingono i migranti che tentano di entrare nel loro paese.
L’Italia si riscopre violentemente al sud di qualcuno. Come se si svegliasse da un bel sogno non può far altro che fare i conti con la realtà e con una politica di governo incapace di instaurare relazioni forti con l’Europa, vittima di quei punti di forza che da sempre sono il baluardo della loro politica: il blocco all’immigrazione, la chiusura dei confini, il rifiuto di investire su politiche d’inclusione; punti di forza che ci si ritorcono contro in quanto strumenti dei governi dei paesi a noi più vicini.
 
Ormai è tardi, abbiamo perso tanti treni, ci siamo fatti scappare molte occasioni, da destra a sinistra lamentandoci degli errori del passato senza riuscire a realizzare azioni concrete.
Detto questo, però, non possiamo più ragionare secondo criteri di esclusione o di chiusura.
Ciò non vuol dire, allo stesso tempo, aprire le porte in maniera indiscriminata, creando una situazione che potrebbe portare svantaggi, oltre a chi vive nel paese che accoglie, anche ai migranti stessi.
Come fare allora?
L’esperienza di Lampedusa lasciata sola dal governo nell’accoglienza dei primi migranti, ma anche quella di Ventimiglia impegnata a gestire il flusso di migranti respinti dalla Francia, ci può aiutare a definire alcuni punti rispetto al tema dell’accoglienza e dell’integrazione.
 
Scriveva il poeta John Donne: “Nessun uomo è un'isola, intero in se stesso”.
Reinterpretando questo concetto alla luce della globalizzazione, dobbiamo accettare l’idea che nessun essere umano è un elemento scollegato dal resto dell’umanità e, soprattutto, dal resto dell’economia.
Cioè non possiamo ricordarci dei rumeni quando delocalizziamo, oppure dei libici finché ci permettono di usare il loro petrolio, per poi dimenticarcene quando mutano gli equilibri e quando anche loro, proprio come noi, desiderano avere qualche euro in più in tasca e una vita meno difficile e, quindi, decidono di arrivare a casa nostra.
 
Alcuni movimenti politici propongono uno slogan pro elezione che dice: “Meno immigrazione, più integrazione”. Non cito tali movimenti perché il problema è generale, di chi si riempie la bocca delle parole e di chi parla di respingimenti. In troppi ormai crediamo che il problema dell’integrazione delle diversità sia il numero troppo alto di persone straniere.
Beh, finché sarà questo il pensiero comune il problema non verrà mai risolto.
Per favorire una reale integrazione, infatti, non è necessario diminuire il numero di migranti bensì attuare politiche che agendo sui vari contesti (scuola, lavoro, cultura…) favoriscano la creazione di qualcosa di nuovo, di un nuovo modo di pensarci italiani, anzi europei. L’integrazione non è fare posto a qualcuno, accogliere con benevolenza lo sfortunato; integrazione è creare qualcosa di nuovo, un nuovo contesto frutto dell’apporto di entrambi, nel quale le diversità diventano ricchezza l’una per l’altra. Integrazione è non fare differenze tra “quelli là” e “questi qua”, definendo in questo modo esseri umani di serie A e di serie B.
 
Le parole hanno un senso e un peso. Dire che un atto di guerra è fatto per difendere i civili e poi trattare quelli che arrivano sulle nostre coste come clandestini, forse è segno di interessi altri rispetto a quelli dichiarati. Allora dobbiamo aprire gli occhi, per non farci ingannare da parole false che vendono una guerra come una missione umanitaria.
 
“Si è sempre meridionali di qualcuno”. Le parole di Luciano De Crescenzo si adattano perfettamente alla situazione vissuta dai cittadini di Ventimiglia, che scoprono improvvisamente di essere al sud di qualcuno. Scoprono, inoltre, cosa significa dover fronteggiare l’arrivo di tanti migranti, respinti da un paese confinante. Questo è un ennesimo esempio di come non possiamo più ragionare al singolare ma, soprattutto in Europa, è necessario pensare al plurale e lavorare, politicamente e culturalmente, per far sì che i privilegi e i problemi di ogni stato membro siano i privilegi e i problemi di tutta l’unione.
 
Concludendo, un’ultima riflessione.
Il nome di questa rubrica è davvero azzeccato, non si può infatti parlare di “sguardo dal sud” o “al sud”, ma è giusto dire “lo sguardo del sud”, quello che tutti dovremmo imparare a usare per guardare il mondo che ci circonda.
Lo sguardo del sud, di chi, cioè, vede il mondo dal punto di vista degli sfruttati e non degli sfruttatori, di chi prova a parlare di persone e non di categorie, di chi considera i punti cardinali non come misuratori di valore quanto come mezzo per riconoscersi dentro un contesto di diversità, di chi, infine, non fa del profitto economico l’unico parametro ma che prova a immaginare, forse sognare, una società, una politica e un’economia più giusta.
Perché in fondo di giustizia si tratta!

 

Pubblicato su HP:
2011/2
Parole chiave:
Cultura, Mondo e Terzo Mondo