Sport agevoli - L’acqua immagine

19/09/2012 - di Tristano Redeghieri

Intervista a Cecilia Camellini, nuotatrice italiana, atleta non vedente

Venerdì 17 dicembre. Ottima data per fare la mia prima intervista a un’atleta plurimedagliata. L’appuntamento è alla Palestra Komodo di Rubiera (RE) dove Cecilia si allena. Nel tragitto da casa mia al luogo dell’appuntamento mi ripeto le domande che vorrei farle, ma mi accorgo che cambiano continuamente man mano mi avvicino al luogo dell’incontro. Arrivo con ben un’ora di anticipo per non farmi cogliere impreparato ma anche per vincere una scommessa con la sua accompagnatrice, sua madre, ma questa è un’altra storia. Eccola, è arrivata. Gli step ci fanno da sedie. Un saluto, una risata e accendo il registratore.

Descriviti. Chi sei, cosa fai, cosa non fai?

Ho 18 anni. Vado a scuola, frequento il quinto anno del Liceo Classico, quindi mi sto ammazzando di studio. Vediamo, cosa ti posso raccontare di interessante? Ah sono stata a Pechino alle Paralimpiadi e ho vinto due medaglie d’argento. Ho fatto i mondiali in Olanda e anche qui ho portato a casa un po’ di soddisfazioni: due medaglie d’oro e due d’argento.

Ok, ma descrivi il tuo carattere...

Ah ah, impresa difficile. Spesso lascio dire agli altri cosa pensano di me, alcuni dicono che sono determinata, altri invece dicono che sono dolce, ma evidentemente non mi conoscono molto bene... Quello che so di certo è che mi piace chiacchierare con le amiche di qualsiasi cosa e in genere riesco a mantenere qualche segreto.

Cosa ti piace fare? Oltre a nuotare?

Adoro leggere e ascoltare musica. Suonavo il pianoforte ma negli ultimi tempi lo sto un po’ trascurando perché ho altri impegni. E se alla domenica non ho gare, il sabato sera è dedicato agli amici.

Ora ti faccio una domanda che nessuno mai ti ha fatto, come quando a me chiedono, chiamandomi Tristano, “Ma e Isotta dov’è?”. Perché hai iniziato a nuotare?

Ho iniziato perché nuotava mio fratello e volevo conoscere l’ambiente della piscina. Mi diceva che c’era tanta acqua e si nuotava e io gli chiedevo come si faceva a nuotare. Mi ha fatto provare. Ho fatto tutto il percorso natatorio che fa ogni bambino: dalla vasca piccola con acqua calda molto invitante, alla vasca grande dove si nuotava veramente nel vero senso della parola. Poi a 11 anni ho incontrato il mio allenatore Ettore Paccini, che mi ha preso sotto le sue ali.

Mi ricordo come eri a 11 anni perché appunto ti vedevo in piscina a Reggio Emilia e Ettore già a quei tempi mi spiegava quali erano le tue qualità sportive. Perché adesso fai nuoto e non fai qualche altro sport?

Qualcuno potrebbe suggerire che lo faccio per i soldi, ma non è il mio caso! Per ora mantengo ideali puramente romantici del nuoto.

E quali sono?

A parte gli scherzi, nuotare ormai fa parte della mia vita. È una cosa sentimentale, spirituale. Nuoto due ore al giorno e senza nuotare mi sento persa e senza nulla da fare. Mi dà la possibilità di sfogarmi e essere in costante lotta con me stessa.

Quanto ti fa mettere in gioco come persona questo sport?

Dunque, vediamo… Facendo attività agonistica e andando a scuola ci si alza al mattino presto, devo studiare sottraendo tempo al nuoto. Il nuoto stesso occupa una parte della giornata. Faccio fatica a volte e vado a nuotare senza voglia. A volte è dura sopportare allenatori. Magari vorrei andare alle Hawaii ma invece devo andare in piscina. Faccio sacrifici tangibili ogni giorno.

Scusa, ma da cosa vengono ripagati questi sacrifici? Chi te lo fa fare? Dopo tutto hai 18 anni e molti tuoi coetanei vanno a ballare, o in viaggio con gli amici… E l’amore, il divertimento?

C’è chi si diverte a ballare, io mi diverto facendo le gare! È chiaro che frequentando la piscina così spesso, molti miei amici nuotano anche loro e quindi condividiamo gli stessi sacrifici e lo stesso stile di vita. Quando ci sono grandi competizioni e possibili risultati in gioco, fare qualche rinuncia in più costa fatica, ma poi porta grandi soddisfazioni. Quest’estate, ad esempio, mi alzavo presto per essere in acqua alle 8.30 per allenarmi e ammetto che sarei rimasta volentieri a poltrire a casa; ma poi in agosto sono stata ampiamente ripagata in Olanda!

Sei pagata per nuotare? Sei una professionista o ti pagano solo se vinci?

Dunque facciamo un confronto con la nazionale inglese: gli atleti inglesi sono allenati da allenatori che allenano (visto che gioco di parole!), sia la nazionale disabili che quella dei normodotati e gli atleti disabili prendono uno stipendio per allenarsi. In Italia, non per criticare, questa cosa non accade ancora in quanti i professionisti disabili per il loro allenamento giornaliero ricevono ben poco. Per fortuna, dopo Atene, si è mosso qualcosa e adesso almeno pagano le medaglie paralimpiche, perché prima di allora non si vedeva nulla nemmeno per le medaglie vinte. Quindi potrebbe diventare il tuo lavoro? Non me ne vogliate ma penso di no!

Ti ho vista su una pubblicità, però eri su un cartellone e non in televisione, come mai?

Diciamo che risaltavo di più in foto che in televisione [risata]. A parte gli scherzi, questa cosa non la so. Possiamo rispondere che la gente è più abituata a vedere altri sportivi che non me. Anche se io ho vinto tanto! La gente è abituata a vedere e leggere dei risultati dei normodotati e non di noi disabili. Se ci pensi, c’è solo una trasmissione che fa vedere le nostre imprese.

Ma la trasmettono ancora? Un giorno ero in Svizzera da parenti e mi ricordo benissimo che i telegiornali avevano aperto il Tg con una notizia di un disabile che aveva vinto una medaglia. Non vuoi essere cattiva con la televisione italiana?

L’immagine di altri sportivi è più appetibile, forse.

L’immagine di sportivi famosi e vincenti, sì hai ragione è più appetibile. Sono dei modelli di vita. Un’immagine vincente, di soldi, di forza e bellezza ed eleganza nel nuotare, correre, saltare. Tutte cose che non sono spesso associate all’immagine della disabilità. Però tu mi pare che sia uguale in certi aspetti a loro, come in altri sei ben diversa, perché sei forte, vincente, bella ed elegante a nuotare. L’unica differenza èche tu sei cieca?

È un problema di cultura. Non si è ancora abituati a vedere le potenzialità che i disabili hanno, ma vedono solo le difficoltà che il mio deficit mi crea. Non riescono andare oltre. Finché la gente o la maggior parte della gente la penserà così, l’immagine rimarrà sempre quella della poverina, che fa sport solo per divertirsi o per fare una “gitarella”. Invece è vero che lo faccio per divertirmi, ma anche per vincere. Per arrivare dove sono arrivata sia nel campo dello studio e che in quello sportivo mi sono impegnata e allenata molto, facendo, come ho detto prima, enormi sacrifici. E non solo io li ho fatti io, ma anche chi mi è stato vicino in questo mio percorso. Non ho mai trovato tutto pronto, anzi, abbiamo sempre dovuto creare/trovare da soli ciò di cui avevamo bisogno (allenatori, spazi acqua, ecc).

Ma la tua immagine a scuola, tra i tuoi amici è cambiata? O rimani sempre la solita cieca che vince perché magari non sanno che fai dei sacrifici per raggiungere certi risultati?

No no, a scuola mi conoscono bene, anche perché il mio professore di educazione fisica mi fa sempre ottima pubblicità. I miei compagni di classe sanno cosa si nasconde dietro ai miei risultati, anche perché conoscono l’attività agonistica.

Io tengo dei corsi di formazione, assieme ad altri miei colleghi, ai docenti che insegnano educazione motoria, e a volte facciamo una domanda molto provocatoria: “Ma lo sport integra?”. Perché secondo me, in base alla mia esperienza che ho facendo l’istruttore di motoria ai bambini, molte volte proprio il gioco esclude automaticamente il più scarso.Quindi molte volte il gioco e lo sport allontanano le persone. Ti faccio un esempio concreto: le mie capacità natatorie sono appena sufficienti, si sto a galla ma vado piano, mi prendi in squadra con te? Dipende da che punto di vista lo guardiamo: se il gioco è costruito in base alle proprie capacità sia fisiche che mentali dove ognuno fa quello che sa fare e anche chi è più in difficoltà in qualche modo lo fa, magari adattando le regole alle sue capacità, allora penso che questa inclusione ci sia. A livello agonistico è vero che si tende a escludere chi non è portato, chi va più piano.

Quindi tu se fossi un’allenatrice mi escluderesti?

Dipende [risata]. Il povero allenatore se deve andare a fare una gara certamente non prende te, ma automaticamente chi va più veloce.

Ultima domanda (inviata via e-mail): Mentre stavo sbobinando la nostra chiacchierata mio figlio Samuele incuriosito mi ha chiesto chi eri. Gli ho detto che hai vinto delle medaglie alle Olimpiadi. Lui ha detto ‘forte’. Poi ho aggiunto che sei cieca e lui mi ha chiesto: ‘Ma come fa a non andare contro al muro quando fa la virata?’. Sai cosa mi fa venire in mente questa sua curiosità? Che la sua curiosità sia una delle tante armi vincenti a disposizione per far conoscere le varie diversità e le loro difficoltà, renderle giocose, e credo che questo aiuti a cambiare quella immagine di cui parlavamo prima favorendo l’inclusione. Sicuramente! Mi ricordo che quando ero alle elementari abbiamo fatto dei giochi in cui tutti eravamo bendati e così anche gli altri hanno sperimentato qualcosa di nuovo. Credo che la curiosità sia un efficace strumento per potersi conoscere meglio. Non c’è niente di più semplice che qualche domanda sincera per scoprire tante cose di tanti mondi che non si conoscono, e forse conoscendosi l’immagine che si ha di una persona potrebbe cambiare.