Spazio Calamaio - Il modello Calamaio

19/09/2012 - di Roberto Parmeggiani

Negli ultimi anni il Progetto Calamaio ha tentato di declinare la propria azione educativa mettendosi in gioco in contesti differenti da quello più classico della scuola. Il desiderio è, da una parte, quello di ampliare il campo di azione, dall’altra quello di tentare di condividere con altri gruppi la metodologia propria del nostro gruppo di lavoro, composto da persone disabili e non, che sceglie un’organizzare secondo una logica orizzontale che pone tutti sullo stesso piano, con ruoli diverse ma identiche responsabilità.

Al contrario, spesso si finisce per scegliere un’organizzazione verticale nella quale si definiscono ruoli di gestione e altri subordinati, impegnati solo nel mero agire.

Forse perché il Progetto Calamaio nasce ed è cresciuto grazie all’idea di un gruppo di persone con disabilità di proporsi come cittadini attivi, pronti a rispondere alle istanze della società e, quindi, non restare solo oggetti assistenziali, pronti a ricevere e porre quesiti.
Forse perché il contesto creatosi nel tempo ha sempre privilegiato la relazione rispetto all’azione, consentendo quindi un confronto continuo e garantendo la messa in discussione di certezze e ruoli preconfezionati.
Forse perché gli educatori che, nel tempo, si sono alternati all’interno del gruppo hanno accettato la sfida di superare una certa idea di ruolo educativo che li poneva al di sopra della relazione e hanno scelto un modello che permettesse una co-conduzione della dinamica lavorativa.
Forse per queste e molte altre ragioni, il Progetto Calamaio si è costruito, nel tempo, un modello di azione e organizzazione differente, che si pone l’obiettivo di portare ogni membro a costruirsi una propria professionalità animativa ed educativa, capace di rendere attivo il proprio ruolo all’interno della società, intendendo con questa la famiglia, la scuola, il tempo libero e il mondo lavorativo in genere.

Il ruolo sociale attivo
Per una persona normodotata è chiaro cosa significhi avere un ruolo sociale attivo, come esercitare i propri diritti e come rispondere ai propri doveri, sia sulla carta che nella realtà quotidiana.
Per una persona con disabilità il rischio che i diritti e i doveri rimangano solo belle parole, è molto alto, non solo per impedimenti dovuti a carenze legislative o handicap diffusi, ma anche per un atteggiamento proprio della disabilità: la pretesa di risoluzioni al posto di un impegno in prima persona.
Lo so, sto generalizzando e il discorso è ben più complesso, ciò non toglie però che per poter esercitare un ruolo sociale attivo è necessario che, per prima, la persona con disabilità entri in campo e si impegni, secondo la pedagogia, delineata dallo studioso brasiliano Paolo Freire, dell’oppresso che educa l’oppressore, dell’assunzione, cioè, di chi vive una situazione di svantaggio della responsabilità di proporre modelli e soluzioni alternative a quelle comuni.
Come dice Tatiana Vitali, un’animatrice del Progetto Calamaio: “È indispensabile, però, che siano le stesse persone disabili, uomini e donne, a darsi da fare allo scopo di contribuire alla modificazione di certi modi di pensare, perché dobbiamo essere noi stessi gli artefici di questo mutamento. La maggior parte delle volte, infatti, ci aspettiamo che siano gli altri gli autori dei miglioramenti della nostra vita mentre siamo proprio noi che dobbiamo assumerci in prima persona le nostre responsabilità”.

Il modello Calamaio
Quello che a noi piace definire modello è innanzitutto un’esperienza maturata grazie a continue prove e confronti con persone, esperienze e esperti; un’esperienza che ci porta oggi a tentare di strutturare una modalità operativa che, oltre a essere replicabile, possa favorire quel cambiamento culturale che a noi sta tanto a cuore. Ci sono alcuni elementi che costituiscono le fondamenta del modello.

L’accoglienza, come conoscenza del gruppo e di se stessi.
Il primo passo, fondamentale per la costruzione del gruppo, è la conoscenza che crea un clima di benessere relazionale, che consente a ognuno di sentirsi accolto e a proprio agio e di mostrarsi per quello che è e che sente, senza giudizi o imposizioni. Un’accoglienza fatta in cerchio che permetta a tutti di guardarsi negli occhi, di esprimere il proprio pensiero, di mettersi in gioco e, allo stesso tempo, di ricevere, come si fosse davanti a uno specchio, la propria immagine attraverso il punto di vista dell’altro.

L’accoglienza porta necessariamente a un confronto diretto con il gruppo di lavoro, composto da persone con disabilità e non.
Un confronto che ti offre l’opportunità di conoscere la storia che ha permesso la formazione del gruppo stesso, gli strumenti e le metodologie che vengono messe in atto per realizzare le animazioni educative, le dinamiche quotidiane che creano momenti di confronto e di crescita comune.
Un incontro che a volte è scontro con un modo di pensare la disabilità piuttosto alternativo e che mette in crisi, che destabilizza quel tanto per poter ritrovare un nuovo equilibrio.

Da questo confronto con il gruppo nasce, ovviamente, l’incontro diretto con la disabilità, sia la propria, se parliamo della persona con disabilità, sia quella dei colleghi, se parliamo dell’educatore normodotato.
Il fatto che tutti i protagonisti del gruppo siano chiamati a confrontarsi con la disabilità, anche se in modo diverso, è un passaggio fondamentale del modello calamaio, che comporta un cambiamento culturale innanzitutto nei componenti del gruppo, secondo una logica di consapevolezza e, successivamente, di accettazione.
La consapevolezza è un obiettivo personale, che il gruppo può appoggiare e favorire, ma necessita di un percorso tutto proprio. Per la persona con disabilità consapevolezza significa incontro/scontro con ciò che è; vuol dire “fare i conti con” e “prendere le misure”, entrare in relazione con una parte di sé che, da una parte è estremamente speciale ma dall’altra è banale come lo sono i capelli o le unghie.
Per l’educatore normodotato consapevolezza significa liberazione dal sentirsi arrivato, dal pensare di avere tutte le risposte e da un ragionare fatto di stereotipi e preconcetti. Anche per lui è necessario un cambiamento di prospettiva e un nuovo modo di relazionarsi con la disabilità, non più intesa come “problema” dell’altro ma come strumento per il sovvertimento dei preconcetti e fondamento per una nuova cultura dell’integrazione.
Per agevolare questo processo di consapevolezza il primo strumento è il confronto con persone che il percorso lo hanno già completato, attraverso il dialogo e la condivisione di attività, di spazi non strutturati e di domande senza pregiudizi: ovviamente nel rispetto dei tempi di elaborazione necessari a ognuno per affrontare la disabilità.
Successiva alla consapevolezza è l’accettazione, passaggio fondamentale che permette alla persona con disabilità di rendere la disabilità una risorsa e non più un handicap.

Solo a questo punto si può lavorare sulla valorizzazione delle abilità esistenti e sull’acquisizione di nuove. Le abilità, in una persona con disabilità, rimangono spesso nascoste o poco valorizzate e, troppo spesso la persona con disabilità, si presenta, come ama dire Claudio Imprudente, con un biglietto da visita perdente.
Valorizzare le abilità non serve per negare la disabilità, anzi è proprio nel momento in cui ci scopriamo anche abili che accettiamo definitivamente la disabilità.
Questo processo di valorizzazione, infine, permette di raggiungere un alto livello di professionalità, cioè la possibilità di esplicitare il proprio ruolo sociale e, attivamente, godere dei diritti e rispondere ai propri doveri.
Attenzione, però, a non confondere professionalità con produttività, possono coincidere ma sono anche piuttosto diverse: la professionalità ha a che fare con la relazione che, agite in ogni ambito di vita rendono sociale il ruolo, mentre la produttività ha a che fare con le azioni, necessarie, invece, per rendere attivo il ruolo.

In conclusione è opportuno dire che il modello calamaio riuscirà nella misura in cui si realizzerà in gruppo, secondo una logica di corresponsabilità. Non è pensabile, infatti, un gruppo nel quale c’è chi ha responsabilità e chi subisce le scelte oppure dove c’è chi deve cambiare punti di vista e chi, invece, funge da modello. L’organizzazione è orizzontale, secondo una logica di stessa responsabilità con ruoli diversi.