Beati noi - A mali estremi, nessun estremo rimedio

19/09/2012 - di Stefano Toschi

 “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo. Questi sono giochi: prima bisogna rispondere”. (Albert Camus, Il mito di Sisifo, Milano, Bompiani, 2001)

 Da filosofo, le parole di Camus mi toccano molto. Mi sono tornate in mente leggendo del suicidio del grande regista Mario Monicelli. Persino a lui, a un certo punto, la vita non è sembrata più degna di essere vissuta. Eppure, dalla vita ha avuto tutto: fama, successo, una bella famiglia, la possibilità di esprimere il proprio talento e di eccellere in esso, che è quel tipo di realizzazione personale cui ogni uomo aspira.

Questa notizia è arrivata nel momento in cui la televisione, che ora ha centinaia di canali digitali da riempire di nulla, non sapendo più cosa proporre di nuovo, punta sulla sicurezza di ascolti data dai “fenomeni da baraccone”. Uso questo termine volutamente forte non perché io pensi che le persone sopra citate siano veramente dei “mostri”, seppure nel senso latino del termine, ma perché la falsa pietà o, ancora peggio, la falsa maschera scientifica con cui si affrontano questi temi rende ancora di più questi individui degni della mia com-passione (e anche in questo caso il termine è usato in senso letterale). Primo canale satellitare: si parla di gemelle siamesi, attaccate dalla nascita in modo assai invalidante. Secondo canale: la storia di un giovane che vive senza la parte inferiore del corpo. Terzo canale: malattie devastanti deturpano l’aspetto di giovani fanciulle in fiore. Lo spettatore medio guada con insana curiosità – e anche un certo disgusto – questi strani individui. Non pensa che siano persone in tutto e per tutto: la curiosità per la stranezza della natura fa accantonare nella mente di chi guarda il pensiero della condivisione della stessa umanità con queste persone. Al mio occhio di spettatore con deficit, invece, non sfugge l’aspetto più nascosto dell’animo di questi individui. Seppure diversi, seppure talvolta costretti a esibire la propria deformità in cambio di un compenso, guardano l’obiettivo della macchina da presa a testa alta. Sono consapevoli della propria diversità, ma sono fieri di essere le persone che sono. Hanno una vita difficile, ma proprio per questo sono più abituati a lottare. Le difficoltà della vita non spaventano chi è avvezzo dalla nascita alla lotta per l’auto-affermazione. Queste persone si esibiscono anche per essere di esempio agli altri, perché sanno che la loro vita è degna di essere vissuta e vogliono ricordarlo anche a chi, dalla vita, ha avuto tutto, pertanto si abbatte alla prima difficoltà.

Certo, il suicidio è un atto disperato, almeno nella cultura occidentale. Oggi, persino la Chiesa concede i funerali religiosi ai suicidi, perché di questo gesto ha pietà, non vi legge un rifiuto o un segno di dispregio alla vita, ma un’azione disperata di chi ha la coscienza alterata. Io non dispenso giudizi morali, non è nemmeno questa la sede appropriata, ma il suicidio di Monicelli mi ha colpito per vari motivi. Egli non era un “artista maledetto”, un giovane tormentato da pene d’amore, una coscienza alterata da abusi e dipendenze, uno sconfitto dalla vita, un povero, un derelitto, un perdente. Era un uomo di successo, uno di quelli che hanno avuto tutto dalla vita. Era sempre stato sereno, dicono i famigliari. Poi, alla soglia del secolo di vita, una malattia. Non troppo grave, non troppo aggressiva, di quelle che a oltre 90 anni concedono una certa serenità per gli ultimi anni di vita. Però, è una malattia. Un cedimento, un’imperfezione, un piccolo ostacolo in una esistenza di quelle da metterci la firma per averla uguale. Ecco, allora, la scorciatoia per non soffrire: una finestra aperta, la capacità a quasi 100 anni di scavalcare agilmente un alto parapetto. La via più breve, quella che pone fine a sofferenze appena iniziate. Ecco, Monicelli non ha la mia com-passione. Chi, come me, non è in grado di scavalcarla da solo quella balaustra, spesso rende qualcun altro complice di questo delitto contro il grande dono della vita. Questo è il suicidio assistito, questa è la scelta dell’eutanasia. Rendere altri complici del proprio suicidio è un atto ancora più egoistico del suicidio stesso. Nella cultura orientale, il suicidio ha un alto valore di onore, di lealtà che, condivisibile o meno, non ha niente a che vedere con la viltà del non voler affrontare le sofferenze della vita e le debolezze della nostra natura umana.

Tutti siamo spaventati dalla malattia, dal dolore, fisico e spirituale. Se un giovane Werther si uccide, la consapevolezza del suo alterato stato di coscienza mi rende assai compassionevole nei suoi confronti, tuttavia rimane quella rabbia di fondo per chi ha scelto la via più breve verso la tranquillità dell’anima. Da quando sono nato (e non per questo la mia condizione di deficit è per me più facile da accettare, come molti sarebbero portati a credere!) convivo con la mia diversità, col giudizio degli altri, con gli sguardi compassionevoli, con le umiliazioni, con la dipendenza da tutto e da tutti, con la totale non autosufficienza. A queste, si aggiungono le sofferenze comuni a qualsiasi persona: le malattie, la perdita dei genitori, le difficoltà quotidiane che sono tali per tutti, deficit o meno. Eppure, non un solo giorno ho pensato che la mia vita non fosse degna di essere vissuta così com’è. Come scriveva Spinoza, quando l’uomo libero pensa alla morte, la sua è una meditazione sulla vita.

Nonostante la carrozzina che mi tiene ben ancorato a terra, io sono un uomo libero. La mia libertà mi è data dal pensiero, dall’intelletto, dal libero arbitrio. Ogni uomo ha la sua libertà, anche quando è in catene. Tuttavia, la libertà di autodeterminarsi non passa per la decisione sulla propria vita o sulla propria morte. Quando uno sceglie di togliersi la vita non è mai libero. Non è un atto della libertà ma della schiavitù: il timore della sofferenza, della malattia, la paura, il dolore ci rendono schiavi. Nessuno di noi è stato libero di scegliere se venire al mondo: questo significa che non possiamo autodeterminare la nostra esistenza. La compassione nei confronti di chi agisce contro la propria vita è umana e naturale, ma la condivisione non lo è.

 

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