Un sacco bello - La banalità della bellezza

10/09/2012 - di Claudio Imprudente e Roberto Parmeggiani

Scena prima.
Ufficio Postale, interno giorno.
Ore 11:45
 

Sono in fila alla posta, devo pagare una bolletta.
La fila è lunga, aspetterò un po’, ci sono solo due sportelli aperti e una delle operatrici deve gestire anche quello per la spedizione lettere.
Tocca a un ragazzo evidentemente straniero che chiede di poter aprire un conto corrente.
L’operatrice gli dice di aspettare, senza spiegare il perché e per quanto tempo.
Il ragazzo non capisce bene, ma aspetta. Intanto l’operatrice si sposta nell’altro sportello per inviare un pacco. Passano dieci minuti, un altro signore viene atteso. Altri cinque minuti.
Il ragazzo straniero chiede delucidazioni, sottolineando il fatto che due persone gli erano passate davanti. L’operatrice, indossata la maschera dell’italiana offesa dallo straniero che non rispetta le regole, risponde piccata che deve aspettare l’altra operatrice. Il ragazzo straniero (com’è insistente!) vorrebbe capire come funziona e insiste per avere una risposta chiara. A quel punto, alzando anche un po’ la voce, l’operatrice, poverina, adempie alle sue mansioni spiegando che per aprire un conto postale deve aspettare la collega che si occupa di ciò, che gli spiegherà le caratteristiche del conto e esplicherà tutte le formalità. Il ragazzo ringrazia e chiede più o meno quanto dovrà aspettare, così, intanto, può andare a fare la spesa. Un quarto d’ora, risponde l’operatrice esterrefatta.
L’uscita del ragazzo straniero, però, non coincide con la fine della discussione. L’operatrice, alquanto contrariata, inizia a sproloquiare a voce alta circa la maleducazione del ragazzo, la sua arroganza e domanda alle persone presenti: “Una persona come questa vorrebbe diventare un nostro cliente. Secondo voi quanta voglia ho io di mettermi in relazione con lui?”, chiosando con un: “Sono vecchia ormai e non ho più pazienza!”.
 
Scena seconda.
Parco pubblico, esterno giorno.
Ore 14:30
 
Sono con un gruppo di bambini di quinta elementare, stiamo aspettando di salire sul pulmino per andare a casa. Siamo al parco, giocano.
Da lontano li guardo, dopo una giornata di scuola hanno bisogno di muoversi, correre, hanno bisogno di fisicità, di contatto.
Forse un po’ troppo. Mi avvicino per controllare meglio e capire se la cosa sta degenerando.
Inizio a sentire cosa si dicono, a capire a che “gioco” stanno giocando, quali parole usano.
“Tu sei un rom”, “Tu sei un marocchino”, “Tu sei immigrato”, “Contro il muro, andate in prigione”.
Erano in cinque, due facevano i poliziotti mentre gli altri gli immigrati, poi, però, si cambiavano di ruolo perché nessuno voleva fare l’immigrato, fa schifo.
 
Storie, purtroppo, banali, avvenimenti quotidiani.
Banali come certe esternazioni ascoltate nelle settimane passate: il professore di musica che propone lo “sterminio” dei disabili, l’assessore di Chieri che vorrebbe le classi speciali, la scuola pubblica (pubblica?) di Adro con i simboli leghisti, un ministro della Repubblica italiana (Bossi) che chiama porci i romani, un senatore, sempre della Repubblica italiana (Ciarrapico), che paragona gli ebrei al traditore per eccellenza Giuda, il presidente del Consiglio italiano (Berlusconi) che racconta una barzelletta sugli ebrei.
 
Banali.
Banali e, purtroppo, non occasionali.
Banali e, a parere di chi le ha dette, fraintese, scherzi non compresi.
Come i bambini che si scusano dicendo che è solo un gioco o come l’operatrice delle poste che giustifica il suo comportamento con la poca pazienza.
Ormai, però, la quotidianità è fatta di scene come quelle raccontate, non fraintendimenti bensì idee, vere e propri modelli di pensiero.
 
Secondo noi c’è qualcosa che non va, stiamo raccogliendo il frutto di troppi anni persi a dire più che a fare.
A dire che il diverso è pericoloso, che lo straniero è un invasore, che una difficoltà è un limite, a dire che l’integrazione è buona solo per chi si integra.
Avremmo dovuto fare invece, incontrare i diversi, accogliere lo straniero, affrontare la difficoltà come un’occasione, costruire un’integrazione reale ed effettiva fatta di contesti, leggi e conoscenza.
Purtroppo non lo abbiamo fatto e ora ne paghiamo le conseguenze.
 
Vi starete chiedendo: “Ma sto leggendo la rubrica giusta? Questa non dovrebbe parlare di disabilità e bellezza?”.
Tranquilli, voi non avete sbagliato.
E nemmeno noi!
La nostra è una scelta consapevole, dettata dalla necessità di esprimere un parere e offrire una riflessione importante in un momento sociale e culturale che tende alla regressione.
Ci spieghiamo.
La bellezza, in quanto tale, è fatta di diversità.
Se tutto fosse uguale, non si potrebbe dire che una cosa è bella o una è brutta.
Purtroppo la globalizzazione, oltre che un sacco di vantaggi, si porta dietro l’omologazione del gusto e il tentativo di definire in modo univoco la bellezza.
È bello (e quindi ci piace, lo riconosciamo come amichevole, non ci fa paura, ci appare più comodo…) ciò che più ci assomiglia.
Non ciò che conosciamo ma ciò che ci assomiglia.
Al contrario, ciò che appare diverso, diventa brutto (e quindi non ci piace, lo riconosciamo come pericoloso, ci fa paura, ci appare scomodo…), sia che si parli di diversità legata alla cultura o al colore della pelle sia che si parli di disabilità, sia che si tratti di differenze di genere che di modi diversi di vivere la sessualità.
Per questo crediamo che lavorare per l’integrazione sia lavorare per la bellezza e viceversa, perché una realtà che si arricchisce di contaminazioni artistiche o culinarie, di esperienze politiche o musicali altre, è una realtà destinata a diventare più bella, oltre che più comoda per tutti.
Non un’integrazione basata sulle somiglianze ma un’integrazione che stabilisce le sue fondamenta sulla conoscenza, sulla scoperta di ciò che la diversità porta come ricchezza nella mia vita e, allo stesso tempo, di ciò che il mio mondo può offrire come ricchezza a un mondo differente.
 
Le analisi che non portano a proposte concrete, però, diventano inevitabilmente sterili.
Un ideale deve poi diventare un’idea, altrimenti rimane un sogno.
Se è vero quindi che in questa Italia sta prendendo piede un’idea culturale che propone e crede di poter realizzare una vera integrazione con l’esclusione di chi è diverso e, allo stesso tempo, promuove una sempre maggior chiusura con l’innalzamento di barricate dietro le quale difendere il proprio orticello da attacchi di non si sa bene quale nemico, è anche vero che l’integrazione va costruita.
Non con le belle parole o il richiamo a un buonismo pseudo-cattolico.
L’integrazione e, quindi, la bellezza, vanno costruite con investimenti culturali ed economici.
Culturali: offrendo spazi e momenti di incontro e conoscenza, idee forti, regole di convivenza…
Economici: investendo! Mettendo risorse economiche al servizio di tali obiettivi culturali, per i giovani come per gli anziani, per i bambini e le loro famiglie.
È necessario riconoscersi dentro un mondo reale che non è più fatto di limiti geografici o doganali ma che, nel momento in cui esporta lavoro (a basso costo) importa speranze e desideri, passioni e sogni.
Questo mo(n)do di vivere che esporta un nuovo colonialismo scambiando materie prime con guerra e povertà, importa, inevitabilmente, il desiderio delle persone di sperare in una vita più dignitosa. Speranza della quale dobbiamo iniziare a farci carico.
 
All’operatrice dell’ufficio postale, ci verrebbe da dire che purtroppo la fatica dell’integrazione e, quindi, della costruzione di una società più bella, non è solo dello straniero che arriva ma anche dell’italiano che accoglie. Ci rendiamo conto che, in una società che ripudia la fatica e l’impegno molto più che la guerra, questo sia un discorso impopolare.
Ma è l’unico che può davvero permetterci di costruire una realtà migliore della presente.
E comunque si può anche perdere la pazienza, semplicemente, prima di farlo, consideriamo chi abbiamo di fronte come uomo e non per il colore della sua pelle o l’accento delle sue parole. 
Come si sarebbe comportata, infatti, con un italiano?