Spazio Calamaio - Benessere, centri SPA e…?

10/09/2012 - di Patrizia Passini

 Centri wellness e relax, hotel SPA con beauty farm, centri benessere, vacanze termali, offerte hotel 4**** S con sauna, bagno turco, bagni di fieno, piscine con angoli idromassaggio, stone terapy, massaggi di ogni tipo e… Cosa ancora da aggiungere? Qualche nuova tecnica rilassante che arriva dall’Oriente o un innovativo strumento per trasformare come per magia la massa grassa in massa muscolosa!

 A questo ancora non siamo arrivati, ma l’imperversare di Centri SPA di questo tipo che ti offrono di tutto e ancor di più di tutto di quello che è già presente sul mercato, ci dà l’idea dei ritmi di vita che sosteniamo ogni giorno e del significato che ha per noi la parola “Ben-essere”, ormai sempre più spesso legata a hotel di lusso dove riposarsi e farsi coccolare.
E… la lettura di un bel libro all’ombra di una rassicurante quercia in un’assolata giornata d’agosto? E una bella e lunga dormita in una calda baita di montagna? E una deliziosa cena tra amici di cui da mesi non si gusta la compagnia? E un bel vestito nuovo che da tempo volevamo acquistare? E la parrucchiera dopo un mese che rimandiamo l’appuntamento per contrattempi di ogni tipo? Forse molti di noi hanno dimenticato il significato più schietto e sincero di questo termine che in fondo non significa altro che “stare bene”, trovarsi, essere in una situazione di bene. Prima di tutto con se stessi.
Poi anche con gli altri.  
È questo il tema della formazione interna che il Gruppo Calamaio ha voluto approfondire e su cui ha scelto di lavorare nell’anno lavorativo appena trascorso.
È stato un lavoro che ha permesso a ciascun membro di mettere in relazione i propri vissuti e modi di essere con quelli degli altri, di riflettere da soli e poi insieme al gruppo sul significato, il valore e la ricaduta emotiva e sociale che ha per ognuno la condizione di stare bene, volersi bene.
Inoltre questo articolato processo di relazione interna è stato fondamentale nella costruzione di un più saldo spirito di gruppo, utile, a sua volta, per affrontare in modo coeso e mirato i temi che vengono proposti alla società, ma che anche provengono dalla società. È una sorta di “do ut des” in un circolo che il Gruppo Calamaio si propone di far diventare virtuoso. E tutto questo perché non ha alcun senso parlare di cambiamento culturale dell’handicap, di riscatto delle persone con disabilità dal proprio ruolo di “seconda mano” se noi stessi non lo incarniamo.
 
Partendo dalla visione del film Si può fare di Giulio Manfredonia, molti sono stati gli spunti di riflessione per iniziare un più ampio dibattito. Innanzitutto è apparso evidente come l’autostima sia il motore trainante di ogni iniziativa umana. È ciò che sprona gli animi verso mete sempre più alte e nobili, è ciò che permette di pensare e poi attivare tutte le strategie possibili per rendere fattiva ogni aspirazione.
Lavorare in gruppo ci ha permesso di sperimentare come da ogni individuo, che sia disabile oppure no, è possibile ricevere stimoli costruttivi e positivi che, se ben coordinati e indirizzati, sono in grado di arricchire di contenuti tangibili e significativi l’intera collettività. Ci siamo accorti quanto è importante che l’ambito lavorativo sia per tutti il più gratificante possibile perché permette di esprimere le proprie potenzialità e abilità e al tempo stesso permette e favorisce l’inserimento relazionale e sociale. A questo proposito è essenziale avere, prima di tutto, una quanto più compiuta coscienza di sé, sia se tale processo si evolva in modo naturale e spontaneo sia che venga guidato da un esperto esterno, sia che riguardi la singola persona, sia che interessi un intero gruppo. Proprio per questo a ciascun membro del Gruppo Calamaio è stato chiesto cosa piacesse fare e cosa procurasse pieno piacere e godimento. Il dialogo aperto su questo argomento ha permesso la conoscenza reciproca su un aspetto a cui spesso si è accennato, ma che in questo caso si è voluto esplicitamente approfondire.
Un’attività da cui siamo partiti per potersi esprimere senza utilizzare la comunicazione verbale è consistita nel cercare immagini e fotografie su diverse riviste messe a disposizione che esprimessero e rappresentassero ciò che ci dà piacere. Ognuno ha ritagliato le immagini o, laddove la propria disabilità non lo permetteva, ha indicato a un collega le immagini da ritagliare. Le immagini di ognuno sono poi state incollate su un cartellone personale e infine a turno ognuno ha spiegato il perché della scelta di una certa immagine. È stato un importante momento in cui tutti, volontariamente o involontariamente, hanno espresso il proprio modo di essere e la propria visione del reale, del vivere, di ciò che personalmente dà una sensazione di piacere, ciò che lo/la fa stare bene.
Abbiamo poi affrontato tematiche legate al bisogno di indipendenza e di aiuto, a seconda della prospettiva da cui si analizza ogni caso concreto e, a tal proposito, si è cercato di ribaltare e scambiare i ruoli tra chi chiede aiuto e chi lo riceve. Quindi, la semplice frase “ho paura di….” è stata trasformata in “ho bisogno di…”. La richiesta di aiuto, nella sua formulazione, è stata così spogliata di ogni forma d’imbarazzo e di disagio psicologico, divenendo più naturale e distensiva. Si è aperto, per un istante, un universo attorno, prima celato agli occhi di tutti, più accogliente e rilassante.
Si ha un bisogno naturale di aiuto dal quale non si può prescindere e del quale non è bene avere vergogna perché fa parte di qualsiasi individuo. Trasformare ciò che ci fa paura in ciò di cui invece abbiamo bisogno ci ha permesso di riconoscere che per crescere, forse davvero, ci serve quella determinata situazione che ci spaventa.
Ad esempio: da “ho paura di essere di peso a qualcuno” a “ho bisogno di essere di peso a qualcuno”, da “ho paura che gli altri dicano di no a una mia richiesta” a “ho bisogno che gli altri dicano di no a una mia richiesta”; e questo per maturare come persona, per superare quella difficoltà, per imparare ad accettare i miei limiti e il fatto che con essi devo farci i conti io, ma pure gli altri, per acquisire insomma un’umiltà che mi fa riconoscere ciò che sono e il fatto che non c’è niente di scontato nelle relazioni che ogni giorno instauriamo nella nostra vita sociale.
 
Ancor più si è interagito all’interno del Gruppo Calamaio quando ognuno ha raccontato un proprio episodio di vita che, in qualche modo, era ricollegabile al tema del benessere. Si è poi sceneggiato alcuni episodi.
Il valore empatico dell’attività ha permesso di riflettere maggiormente sul tema dell’autonomia e della dipendenza dagli altri. Si è rimarcato il confine sottile tra “l’aver fiducia negli altri” e “le aspettative” più o meno alte di essere esauditi nelle proprie richieste. Nell’evoluzione spontanea del dialogo tra i partecipanti all’attività, è emerso il legame altrettanto vicino tra il concetto di benessere e il concetto di autostima. Infatti il benessere non può che partire da una conoscenza e consapevolezza di sé. Solo cioè chi conosce se stesso e i propri desideri è in grado di responsabilizzarsi e rapportarsi agli altri in modo più distensivo.
Un’altra attività di rilievo, soprattutto considerando la tipologia del nostro gruppo di lavoro, è consistita nell’intavolare una discussione su temi più strettamente collegati all’immagine dell’handicap, evidenziando cosa significhi cambiare l’immagine e la cultura dell’handicap e cosa concretamente ciascun membro del Gruppo Calamaio stia facendo o si proponga di fare per cambiarla. Dal dibattito scaturito si è innanzitutto evidenziato come l’immagine dell’handicap rifletta semplicemente i contenuti del diffuso immaginario comune. È facile, dunque, per una persona con disabilità imbattersi in quegli stereotipi che la vedono in una posizione di solitudine, sofferenza e privazione, oltre che di bisogno di aiuto e tutti hanno concordato sul fatto che la cura di sé, della propria persona, del proprio tempo, usato anche e soprattutto per coltivare i propri interessi, sono un ottimo punto di partenza. L’immagine viene così trasformata da coloro che la dipingono con le tinte del proprio essere, ed è possibile vivere esperienze di relazione con l’altro sensibili che, stando sempre nella metafora della pittura, assumono le colorazioni della creatività e della voglia di esprimere quello che ci piace e che vogliamo condividere con chi ci sta vicino. In questo modo si aprono le porte al senso delle parole e delle azioni.
Rifacendoci a una frase di Nelson Mandela, “Io sono il capitano del mio cambiamento”, risottolineiamo che il nostro comportamento influisce in modo sostanziale sul cambiamento che coinvolge in modo attivo tutte le persone che hanno un particolare bisogno di espandere la propria individualità, elemento indispensabile per stare bene, per crescere ogni giorno di più come persone.
A conclusione di questa nostra formazione interna tante cose di certo sono rimaste lungo la strada, ma quelle fondamentali ce le porteremo dietro per tutta la vita, con la consapevolezza che “benessere” non è solo andare in un albergo con sauna, piscina e stanza per i massaggi, ma parte prima di tutto da una condizione personale interna, di soddisfazione di sé e di autostima che nessun luogo e nessun servizio può fornirci, solo la nostra volontà di esserci in questo mondo e di esserci come persone complete e responsabili di tutto ciò che è in nostro potere cambiare e migliorare. Per noi stessi e per gli altri.