Lo sguardo del sud - Inclusione e lotta alla mafia: se un pizzico di follia è la chiave del futuro

10/09/2012 - di Nadia Luppi
 
Il Sud e il Nord non sono un semplice fatto di latitudine o di mappe Onu. Il Sud e il Nord sono prospettive, culture, logiche d’azione che convivono l’una nell’altra e si scontrano nella medesima battaglia. Lotta alla mafia e sfide dell’inclusione sociale sono tematiche cruciali a ogni latitudine, soprattutto se consideriamo la mafia qualcosa di ben più complesso di un insieme di simboli mutuati da una obsoleta pellicola hollywoodiana e parlando di inclusione facciamo riferimento a un percorso complesso che ha a che fare con l’individuo e con la comunità. 
Casa Caponnetto, via Crispi 56, 90034 Corleone. Qui, dove abitavano i Grizzafi, nipoti di Salvatore Riina – grazie alla legge sull’uso sociale dei beni confiscati – oggi batte il cuore pulsante della Cooperativa Lavoro e Non Solo, meglio conosciuta dai corleonesi come la “Cooperativa dei Pazzi”. “I Corleonesi ci chiamano così – spiega il presidente Calogero Parisi ai giovani volontari dei campi di lavoro – perché da oltre dieci anni siamo impegnati in progetti di inserimento lavorativo di persone con disagio psichico, ma anche – precisa con sorriso sornione – perché è difficile distinguere tra noi chi è matto da chi è normale”. Gli fa eco Salvatore, socio da sempre in prima linea accanto agli utenti inviati qui dal Dipartimento di Salute Mentale di Corleone: “Se non sei un po’ matto, non ci puoi lavorare qui!”. Perché Corleone, nonostante il grande fermento di associazioni e gruppi giovanili, a dispetto dell’impegno congiunto di amministrazione, sindacati e parte della società civile per cambiare le cose, resta terra di mafia, ogni corleonese ha una precisa idea del potere di Cosa Nostra e prendere posizione è molto più difficile qui che altrove. Lavorare i terreni confiscati ai mafiosi equivale a sfidare il potere a viso aperto, subire minacce, furti e atti vandalici affrontando difficoltà e ostacoli che forse senza un pizzico di follia potrebbero apparire insuperabili, tanto più che all’inizio in molti erano sicuri che questo fosse l’ennesimo inutile progetto strampalato di un gruppo di matti destinato a fallire. E invece la Cooperativa è cresciuta costantemente, la rete di collaborazioni è sempre più ampia, e con l’andare del tempo anche l’atteggiamento della comunità corleonese è cambiato, poiché la Lavoro e Non Solo, coi suoi 150 ettari di terreno, si conferma come una realtà capace di crescere e di dare lavoro dove la disoccupazione dilaga.
 
I percorsi di inserimento lavorativo iniziano nel 2000, anno in cui vengono assegnate le prime terre. Da allora sono stati diversi gli utenti del Dipartimento di Salute Mentale di Corleone coinvolti nelle attività, alcuni dei quali sono oggi – dopo un percorso riabilitativo – soci a tutti gli effetti. Carmelo Gagliano, dirigente medico del DSM responsabile delle attività riabilitative fino al 2009, ricorda come fino al 2006 la cooperativa si facesse carico di ogni utente senza poter contare su alcun finanziamento. “Questo denota con chiarezza come piccole realtà dalla grande capacità inclusiva come la Lavoro e Non Solo si dimostrino all’avanguardia”.
A Casa Caponnetto la sfida dell’inclusione sociale della diversità si mescola all’azione di contrasto del sistema di potere dominante, quello mafioso. Viene da chiedersi se le due cose possano andare avanti di pari passo, o se invece l’una tenda a escludere l’altra, minandone la buona riuscita. Non sarebbe più facile, per chi soffre di un disagio psichico e deve inserirsi in un contesto sociale tanto complesso, appiattirsi semplicemente sullo status quo come fanno tutti gli altri? Non sarebbe più semplice per chiunque, e a maggior ragione per chi sembra avere meno diritto degli altri a essere parte della comunità, raccontare che si coltivano ceci, lenticchie, grano e melanzane senza dover aggiungere che lo si fa lavorando quelli che erano i terreni dell’uno o dell’altro boss?
“Mi chiedo se abbia senso parlare di integrazione – si interroga Gagliano – quando ci si limita a prendere quattro o cinque pazienti con disagio psichico, a dar loro un capo e mandarli a lavorare la terra o se invece non si tratti di ulteriore ghettizzazione. Al contrario chi trascorre un periodo in borsa lavoro qui si trova immerso giorno per giorno in un gruppo di persone che portano avanti un’idea, che si riconoscono in quegli ideali di giustizia, di legalità, di uguaglianza dei diritti di ciascuno che a Corleone come altrove finiscono per essere meno importanti di un nome, di una minaccia o di un ragionamento”. Ed è stato proprio respirando quell’atmosfera e sentendosi parte di un gruppo che qualcuno ha superato il disagio e adesso ha una vita propria, qualcun altro ha preso coraggio, ha puntato sulle proprie competenze e ha trovato un lavoro più adatto a sé, dimostrando a se stesso e agli altri di potercela fare. Ripenso al mio arrivo a Corleone, al sorriso con cui Gaetano (nome di fantasia), incontrato lungo la strada, si offrì senza quasi conoscerci di portare in auto le nostre valigie fino a Casa Caponnetto, a Gaetano che ha trascorso l’estate con centinaia di volontari da tutta Italia, che ha insegnato a chi non sapeva nemmeno cosa fosse una zappa a lavorare la terra, cenava in silenzio e rideva con noi, perché era uno di noi. Questo è riscatto.
 
Sentirsi parte di una rete che va ben al di là del proprio piccolo paese e che coinvolge i giovani di tutta Italia significa imparare da un lato a rapportarsi non solo con gli stessi colleghi di lavoro, ma con centinaia di persone dalle storie più disparate, viaggiare verso altre città dove intrecciare nuovi legami, sentendosi protagonisti di un mondo che è pronto a riconoscerti come parte di sé e non come “diverso” o “minoranza”.
Ma a prova del fatto che schierarsi non è mai una scelta facile, né indolore rimangono i casi di utenti che potrebbero aver rinunciato a lavorare qui proprio per evitare di prendere posizione, per vincoli parentali o per timore di subire ritorsioni. Ma molto più spesso i risultati sono stati più che positivi anche sul piano delle relazioni familiari e amicali. “Quando in passato a Casa Caponnetto abbiamo organizzato iniziative pubbliche, insieme agli utenti partecipavano anche le loro famiglie e i loro amici, che avevano così l’opportunità di toccare con mano cosa significasse stare assieme, vivere esperienze di inclusione socio-lavorativa e portare avanti una cultura di legalità e di lotta alla mafia”, ricorda lo psichiatra.
Ecco perché a buon diritto si può parlare – come fa lo stesso Gagliano – di un doppio traguardo: “Attraverso questi percorsi, volti all’inclusione e all’emancipazione delle diversità, da un lato si danno al singolo gli strumenti per scegliere da che parte stare e dall’altro si riesce a portare avanti anche un’opera di penetrazione culturale che coinvolge l’intera comunità, obiettivo primario di quelle cooperative che lavorano i terreni confiscati”.
 
Esperienze come queste dimostrano che la cultura e il potere mafioso – che si reggono su logiche individualiste e di privilegio volte a mantenere lo status quo – possono subire duri colpi da azioni di contrasto basate sulla logica dell’inclusione della diversità come valore, che guardano al futuro, a un cambiamento possibile. A prova del fatto che siamo davanti alla messa in campo di un potenziale di rinnovamento che può far paura, ci sono da un lato i campi bruciati, gli atti vandalici e i furti subiti, e dall’altra l’atteggiamento distaccato e sufficiente di parti della comunità che ancora stentano a riconoscere l’importanza di questi progetti. “Credo che tutti qui siano convinti dell’importanza dell’integrazione – precisa Gagliano – ma temo che il taglio delle risorse o certe scelte in fatto di riabilitazione tradiscano il timore che l’integrazione della diversità si trasformi in autonomia decisionale, in capacità critica e nel coraggio di contrastare certe situazioni di marginalità sociale. In altre parole credo che ci sia il rischio che progetti all’avanguardia come questo possano non essere compresi in un contesto culturale che è tradizionalmente più propenso a riservare a chi è affetto da un disagio psichico attività molto più banali e immediate, lasciando certe opportunità a chi può esser considerato ‘normale’”.
 
Ma come rendere replicabili queste esperienze? Come evidenziare il loro valore formativo e fare in modo che vengano riconosciute come qualcosa di diverso e di peculiare che va sostenuto? “Come esistono linee guida per la chirurgia o l’integrazione scolastica dei disabili – ipotizza lo psichiatra –
vorrei che ne fossero stilate anche in materia di disagio psichico, in modo che i progetti non debbano essere più valutati solo in termini di costi. Dobbiamo sostenere quelle esperienze che per quanto complesse, possono rendere la persona capace di decidere cosa è giusto e cosa non lo è, insegnandole a contare su se stessa e non su favori e privilegi, dandole la possibilità di essere o tornare a essere un cittadino integrato”.
 

“Da quando siamo qui – ripete Calogero ai gruppi di volontari che arrivano a Casa Caponnetto ogni estate – chi abita in via Crispi si è rimpossessato del proprio balcone perché ora può affacciarsi liberamente senza temere più di essere additato come uno scomodo testimone di traffici poco chiari”. Oggi, affacciandosi da quei balconi come dai terrazzini di Casa Caponnetto si può guardare un po’ più lontano, a patto che si sia pronti a riconoscere che l’inclusione sociale, l’uguaglianza dei diritti di ognuno e la lotta alla mafia vanno nella stessa direzione, verso un futuro migliore e possibile.