Lettere al direttore - Risponde Claudio Imprudente

10/09/2012 - Claudio Imprudente

Caro Claudio
ti scrivo per commentare l’articolo “Solo soggetti asessuati” e in particolare questa parte:
"La mia follia, è uno stato depressivo che tengo accuratamente nascosto agli altri. È una lotta perpetua per dimostrare loro che sono qui, e che ci sto bene. Così tutti i rapporti sono falsi, perché vita esteriore e vita interiore non corrispondono. [...] Mi sforzo di nascondere tutto quello che potrebbe sconvolgere gli altri”.
(Tratto da “Babette, handicappata cattiva” di E. Auerbacher, Edizioni Dehoniane, 1991, Bologna ).

 Mi ritrovo molto in queste parole, non in particolare per quanto riguarda il rapporto con la sessualità, ma in generale nella vita di tutti i giorni. Mi succede spesso di sentirmi dire dalle persone che mi vogliono bene “Che brava che sei, io non ce la farei mai al posto tuo”. È un segno di affetto, di stima, ma palesa anche il fatto che forse non è così chiaro che non ho scelto io di stare male, anzi se potessi scegliere ne farei volentieri a meno, altro che brava! Oppure, parlando con chi fa volontariato a fianco di persone con disabilità, sento gli animatori o gli educatori dire quasi sempre che “loro (i disabili) sono più forti”, “loro sono più sensibili”, 2loro sono meglio degli altri” ... e tutta una serie di “loro”. Anche qui, è molto bello che ci siano persone attente, che notano gli sforzi di una persona che cerca di affrontare le difficoltà, ma questo “loro” non esiste. Non tutti i disabili sono più forti degli altri, non tutti sono sempre sereni e affrontano le difficoltà con il sorriso. Come non è vero che tutti i gay sono sensibili o tutti i ciccioni sono allegri e generosi. Ci sono gay insensibili e ciccioni noiosi ed egoisti. E per fortuna.

Tutti abbiamo diritto a essere un po’ stronzi ogni tanto. Anche i disabili. E invece il mondo intero pretende che siano SEMPRE sorridenti, che scherzino SEMPRE volentieri sulla loro condizione, che non si lascino prendere MAI da un momento di sconforto. Anche chi sta male ha diritto di piangere, di sfogarsi, di essere di cattivo umore magari per una cavolata. Sembra quasi che dobbiamo giustificarci agli occhi del mondo se ogni tanto cadiamo... Sembra che dobbiamo giustificare la nostra stessa esistenza. Come se a noi fosse concesso di esserci solo a patto che dimostriamo di essere sempre meglio degli altri. È una fatica. Anche io soffro di depressione e nessuno lo sa, è un mostro che mi divora dentro senza che nessuno se ne accorga. Eppure anche quando mi sento morire sfoggio il mio splendido sorriso perché nessuno se ne accorga, perché a me (in quanto invalida, in quanto donna, in quanto giovane) non è concesso essere triste, mentre chi sta davvero bene, chi ha davvero tutto, non fa altro che lamentarsi, e senza nemmeno doversi giustificare per questo. Grazie per lo sfogo, è bello avere qualcuno che ti capisce.
Ti abbraccio forte. Elena
 
Cara Elena,
grazie mille per la bellissima lettera che mi hai scritto.
Anni fa, quasi all’inizio di un incontro in una classe superiore, una ragazza mi chiese se, a mio avviso, i disabili fossero destinati “direttamente” (questo il termine usato dall’interlocutrice) al Paradiso. Avevo in mente di parlare d’altro, in quell’occasione, ma ci soffermammo per tutto il tempo dell’incontro di formazione a discutere di questo argomento e, a cascata, di tanti altri correlati. Cercando, io, di smontare quest’immagine molto limitante (per quanto possa essere consolatorio anche per me pensare di non dover attraversare strade intermedie prima di raggiungere San Pietro…). Immagine consolatoria e limitante, spesso le due caratteristiche vanno a braccetto ed entrambe evidenziano una concezione di base che, come ho scritto spesso, risulta caratterizzata da semplificazione, pietismo e un bisogno, forse anche involontario o inconscio, di marcare una differenza tra un noi e un loro, un dentro e un fuori.
Quell’episodio mi è tornato in mente leggendo la tua lettera (di commento a uno scritto inserito all’interno di una bella monografia di “HP-Accaparlante”del 2001, dedicata alla sessualità delle persone disabili, Le passeggiate sono inutili, di Cristina Pesci e Donata Lenzi, N.d.R.).
Mi sembra che tu affronti un argomento simile rispetto a quello che avevo sviluppato confrontandomi con gli alunni di quella scuola superiore, da un punto di partenza diverso, ma giungendo a conclusioni affini ed egualmente demistificanti.
Forse già lo sai, ma il termine “persona” deriva etimologicamente dal greco pròsopon, “maschera”, quella utilizzata dagli attori teatrali, che serviva a dare all’attore le sembianze del personaggio che interpretava. Nel tempo, poi, ha assunto il significato e le sfumature che intendiamo oggi e che distinguono profondamente tra i due termini. Ecco, è come se invece alle persone disabili il termine “persona” venisse ancora attribuito nel significato originario, con un limite in più, ovvero che questa maschera deve avere sempre la stessa espressione, recitare sempre la stessa parte. Quello che voglio dire è semplicemente che, come tu scrivi in maniera così intensa, diretta e autoironica, se vogliamo confrontarci con delle vere persone disabili dobbiamo riconoscerne anche il “diritto a essere tristi”. E poi imperfette, inaffidabili, impreparate, volgari…
Così come Elena, anzi, prendendo spunto dalle sue parole, vi invito tutti a collaborare a questa opportuna azione di… smascheramento collettivo!
 
 
Caro Claudio,
volevo aggiungere un commento al tuo articolo “Io, disabile totale, valgo un bel po’ di PIL” (pubblicato sul quotidiano online “Vita.it”, N.d.R.). Anch’io trovo comodo e superficiale far finta di non sapere, come fanno in molti, politici per primi, che i disabili non sono solo un peso o siano solo una minoranza, e usare queste scuse per legittimare certi comportamenti. Un esempio concreto: le barriere architettoniche. Sembra che fare le rampe per accedere ai marciapiedi sia un favore che la società ogni tanto magnanimamente concede a chi è in sedia a rotelle. In realtà le rampe sono molto utili anche per chi è anziano e fa fatica a camminare, o alle mamme che devono spingere un passeggino, o ad esempio a me che giro molto per il centro in bicicletta e ogni volta devo sollevarla di peso per metterla sul marciapiede. Oppure i bagni a norma nei locali pubblici, quasi introvabili: i maniglioni servono ad appoggiarsi per esempio anche a chi si è rotto una gamba, o a una donna incinta con il pancione che ingombra; lo specchio inclinato (a nessuno viene in mente che anche una donna in carrozzina possa essere vanitosa?) è perfetto anche per chi è di bassa statura o per i bambini. Gli audiolibri sono perfetti non solo per chi è non vedente, ma anche per tenere compagnia a tutti gli automobilisti pendolari che si fanno ogni giorno ore e ore nel traffico. L’elenco potrebbe essere infinito. Tutte queste cose sono state, è vero, inizialmente create per chi ha un qualche tipo di disabilità, ma se questi accorgimenti venissero sistematicamente adottati renderebbero più semplice la vita di tanti (prima o poi tutti, speriamo, diventiamo anziani e quindi meno agili). Anche se alla politica non interessa la ricchezza umana che un diversamente abile (come chiunque altro) può offrire, e vuole guardare solo al mero interesse, anche questo sarebbe sufficiente a giustificare scelte diverse in favore di chi convive con la disabilità, ma soprattutto iniziare a pensare che non sono i diversamente abili a dover essere grati al resto della società, ma il contrario.
Elena
 
Cara Elena,
sei sempre tu… Credo che dovrò proporti un rapporto di collaborazione professionale formale, dal momento che mi sei così d’aiuto…
Diciamo che queste tue due lettere mi hanno dato la possibilità di impostare la rubrica in maniera leggermente diversa, perché solitamente si tratta di rispondere ad alcuni “dubbi”, domande, incertezze… delle persone che mi scrivono e, così facendo, di affrontare argomenti che possano essere d’utilità e interesse più generale. Le tue invece posso utilizzarle come “risposte” a domande espresse tacitamente, nel senso che non sono state espresse in modo esplicito, ma sicuramente vagano nell’etere.
Quando si parla di deficit, diritti esigibili, diverse abilità, doveri, leggi, servizi, ecc., insomma, di tutto quello che può riguardare i vari aspetti della vita di una persona disabile (che non è un uomo a due dimensioni, ma vive in 3D come tutti gli altri) il rischio è quello di svolgere discorsi e riflessioni un po’ vaghi, alle quali sembra mancare un attaccamento concreto e tangibile con la realtà dei fatti. Soprattutto per chi non ha la possibilità di frequentare questo mondo con una certa regolarità, questa può essere l’impressione, almeno quella immediata. È un problema effettivo, ma ancor più grave nel momento in cui non consente di presentare alle persone normodotate delle evidenze incontestabili e, queste sì, di una concretezza pienamente condivisibile. Un problema di comunicazione che inevitabilmente si traduce in un difetto d’azione. La tua lettera, invece, ha il dono di quella concretezza e chiarezza che abbiamo descritto come mancanti in molti discorsi sui/dei disabili. Non sono tra quelli che ritengono che tutto andrebbe di necessità reso accessibile nel pieno e stretto senso del termine, o, almeno, credo che il termine accessibilità contenga al suo interno tante sfumature, tutte più o meno valide a seconda dei contesti (tra queste potremmo inserire, ad esempio, la premura e la disponibilità del gestore di un ristorante che magari ha un gradino prima della porta d’ingresso, ma sa come fartelo superare). Ma questo non significa rinunciare a perseguire un’accessibilità “universale”, in particolar modo se quello che viene pensato per una minoranza si dimostra così utile e “migliore” per tutti. Un ribaltamento davvero positivo e un allargamento di prospettiva esiziale.
Elena, di nuovo, grazie ancora. Un abbraccio,
Claudio Imprudente