Beati noi - Niente di… personale

10/09/2012 - di Stefano Toschi

 Ancora una volta, la mia attenzione è stata attirata da una definizione, da un problema che potrebbe sembrare solo linguistico, ma che nasconde un significato ben più profondo. Ultimamente, ho dovuto affrontare diverse pratiche burocratiche il cui oggetto, per un motivo e per l’altro, era sempre la mia disabilità. Nei documenti ero “affetto” o “portatore” di handicap. Francamente, non saprei dire quale termine mi abbia fatto più pensare.

“Portatore” mi richiamava la pesantezza di un fardello, come se l’handicap fosse non solo una mancanza di qualcosa, ma un carico troppo gravoso per le mie spalle. L’“affetto” richiamava l’ambito linguistico della malattia, mentre io non sono affatto malato. Al di fuori dei documenti, invece, ero una “persona con handicap”. Questa è stata la definizione che mi ha fatto pensare più di tutte. Anche se è una locuzione che mi sento attribuire da quando sono nato, ogni tanto si è più portati, vuoi per uno specifico contesto, vuoi per una particolare disposizione d’animo in cui ci si trova in un dato momento, a riflettere sulle cose. 

Persona con handicap: significa alla lettera persona con qualcosa in meno, o in più? Con qualche difetto? Chi non ha qualcosa in meno, o in più, degli altri? Questo pensiero mi ha indotto a riflettere sul concetto di persona. Questa parola, così abituale nel nostro linguaggio, nasconde una lunga storia di pensiero filosofico dietro di sé. Nell’antica Grecia, la “persona”, pròsopon, era la maschera che stava davanti al volto degli attori di teatro, che non solo ne alterava i tratti, ma ne modificava, amplificandola, anche la voce. Per gli antichi, dunque, la persona che siamo è semplicemente una maschera che indossiamo a favore del pubblico, di coloro che ci circondano. “Persona con disabilità” sembra una di quelle ben note definizioni aristoteliche, composte di genere prossimo e differenza specifica. Il genere persona è condiviso fra tutti, mentre l’handicap differenzia dagli altri. Appare paradossale, però, che ciò che differenzia il disabile dal resto delle “persone”, ovvero un qualche deficit, è ciò che genericamente, per contro, accomuna tutti i portatori di deficit fra loro, anche se ogni handicap, ogni caratteristica in più o in meno è diversa per ogni singolo individuo. Ma si sa, per la legge, ma anche per l’immaginario comune, la categoria “handicap” è un immenso calderone in cui finisce veramente un po’ di tutto. Se il genere “persona” ha la funzione di accomunare, la specifica “con handicap” o “con disabilità” è ciò che mette in relazione con l’altro, perché si riferisce non all’individuo in sé, ma a un confronto con chi, invece, non ha questa caratteristica, non “porta addosso” alcun handicap o mancanza. Per definire la “persona con handicap” si è scomodata addirittura la legge, la 104/92, che fornisce una simile definizione: “persona che, a causa del proprio stato, subisce una condizione tale da determinare un processo di svantaggio sociale, di emarginazione. Come cittadini a pieno titolo, le persone con disabilità hanno gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino e, in particolare, il diritto alla dignità, alla parità di trattamento, a una vita autonoma e alla piena partecipazione alla vita sociale”. Insomma, per la legge il cittadino con handicap è tale solo se viene discriminato ed emarginato. Posto che è faticoso per tutti far valere i propri diritti di fronte alla legge, handicap o no, non si capisce per quale motivo il soggetto disabile è tale solo se è socialmente emarginato. Ovviamente può capitare che avvenga questo, ma accade anche a chi non ha alcun deficit, mentre a chi ce l’ha, come nel mio caso, può benissimo non accadere.
La mia formazione filosofica mi ha indotto a riflettere anche sul concetto di persona. In questo periodo in cui la bioetica e la medicina si interrogano continuamente su chi sia “persona” e chi no, se l’embrione o l’ammalato in fin di vita siano persone oppure no, questo concetto è messo a dura prova sotto diversi punti di vista. Tutti i filosofi si sono interrogati su quali fossero i criteri per definire la persona. Alcuni hanno ideato teorie fantasiose, altri hanno posto l’accento solo su alcuni aspetti. I primi filosofi che hanno inteso la persona come noi oggi sono stati i filosofi medievali, su tutti Boezio e Tommaso d’Aquino. Essi, profondi conoscitori delle dottrine aristoteliche, criticavano la scelta dello Stagirita di parlare dell’uomo come un’anima razionale unita a un corpo. Per loro non era possibile definire persona l’uomo in generale, ma solo un individuo concreto, unico e irripetibile. I filosofi antichi privilegiavano l’universale rispetto all’individuale, basti pensare all’importanza che avevano le Idee per Platone e le categorie per Aristotele. La filosofia cristiana medioevale, invece, sposta l’attenzione sull’individualità. Tommaso risolve l’aporia aristotelica del dualismo corpo-anima col principio di individuazione: quest’ultimo è la materia, ma l’individualità dell’uomo non consiste nel suo corpo. Infatti, ciò che dà essere e determinazione a un corpo è l’anima (forma): è quest’ultima che, unendosi a una certa materia, si individualizza. Forti di questa certezza, essi avevano innalzato la persona a ciò che vi è di più perfetto nell’intera natura. Celebre è la definizione di Boezio: la persona è sostanza individuale di una natura razionale. Secondo il filosofo, era proprio questo il significato dell’imperativo socratico “conosci te stesso”, ciò che definiva, appunto, il “te stesso”. Infatti, tutti noi ci sentiamo persona, ci sentiamo diversi e divisi dagli altri, ma accomunati dall’essere persone. L’identità personale è sempre stata di difficile definizione per la filosofia. Cartesio la risolve nel pensiero: penso, dunque sono. È questo che mi dà la certezza del mio essere persona. Locke, invece, circoscrive il problema della natura del soggetto nella continuità della coscienza: la persona, secondo lui, è un essere intelligente e pensante, che possiede ragione e riflessione, e può considerare se stesso in diversi luoghi e tempi. Da queste parole si evince il cambio di prospettiva con cui Locke guarda alla res cogitans. Secondo Locke, non è la persistenza della sostanza a far sì che un essere umano sia una persona, bensì è la continuità della coscienza (la memoria) a ricoprire il ruolo principe per poter parlare di persone. Dunque le persone prive di memoria? Non sono più persone o non sono più le stesse persone? Per ovviare alla possibilità paradossale che una persona senza memoria non sia più tale, Hume pone l’accento sulle sensazioni attuali, non solo su quelle ricordate: “quando mi addentro più profondamente in ciò che chiamo me stesso m’imbatto sempre più in una particolare percezione: di caldo o di freddo, di luce o di oscurità, di amore o di odio, di dolore o di piacere. Non riesco mai a sorprendere me stesso senza una percezione e a cogliervi altro che la percezione”. Da qua in poi, la concezione della persona prende sempre di più la direzione dell’autocoscienza, dell’introspezione. Un concetto così intuitivamente forte come quello di persona, che distingue e individua come nessun altro, non è facile da manifestare col linguaggio. Ora, tanta filosofia contemporanea ha cercato di sminuire la dignità di persona di tanti individui che non avevano determinate caratteristiche sensoriali, di autocoscienza, di memoria di sé. Eppure, chi può dire quale sia la percezione di sé che hanno certe persone affette da handicap anche molto gravi? Spesso, semplicemente, non sono in grado di esprimersi, ma è evidente che quello che fa la persona non è solo una sua caratteristica visibile come un deficit qualsiasi: se quest’ultimo la individua, ecco allora che anche un deficit fa la peculiarità di un individuo. Come tutte le persone, anche quella con un qualche handicap si distingue dalle altre, non importa per cosa: in fondo, non abbiamo tutti gli occhi azzurri e nessuno si sente meno persona se non li ha.
 

 

Parole chiave:
Cultura, Emarginazione