Lo sguardo del sud - L’Arsenale della Speranza: quando un luogo diventa un maestro

03/09/2012 - a cura di Roberto Parmeggiani
 
Il mio cane mi insegna ogni giorno che il processo di apprendimento non finisce mai. Ogni giorno ci sono cose che deve ripetere, riprovare, atteggiamenti da correggere, lezioni da imparare e novità da scoprire.
Ovviamente, ciò non vale solo per lui ma anche per gli esseri umani.
Perché il processo di apprendimento abbia successo è necessario un atteggiamento di umiltà, rispetto, fiducia e disponibilità nei confronti di chi riveste il ruolo di insegnante. 
È altrettanto vero, però, che chi impara ha bisogno di maestri saggi e autorevoli che sappiano in che modo condividere ciò che sanno e, soprattutto, aiutare a imparare dalle esperienze.
Quindi maestri non padroni.
Maestri non tiranni.
Maestri non giudici.
 
Mentre mi auguro che di maestri così si riempia l’Italia, volgo lo sguardo della memoria al passato e realizzo che i maestri non sono solo le persone ma anche i luoghi.
Ci sono luoghi infatti che non sono solo luoghi.
Ci sono luoghi che sono vita, costruiti con i mattoni della storia, con il cemento dei sogni e con il sudore delle speranze di tanti.
Ci sono luoghi che sono vivi, perché donano una vita nuova a chi vi entra.
Alcuni di questi luoghi sono anche riusciti a modificare la loro destinazione in modo radicale.
Pochi, però, sono quelli che da luoghi di dolore e sofferenza, si sono trasformati in luoghi di pace e speranza; da luoghi di reclusione a luoghi di integrazione.
Uno di questi è l’Arsenale della Speranza di San Paolo in Brasile.
Un luogo che è, indubbiamente, anche un maestro.
 
Si legge sul loro sito [traduzione dell’autore]: “L’Arsenale ha la sua sede negli edifici che ospitavano l’Hospedaria dos Imigrantes, un insieme di edifici destinati, a partire dal 1886, ad accogliere gli immigrati appena arrivati a San Paolo. Dopo un viaggio estenuante, gli immigrati rimanevano nell’Ospiteria dove dormivano, ricevevano pasti, visite mediche e venivano selezionati per lavorare nelle piantagioni di caffè. Questo servizio durò fino agli anni ’70.
Oggi, quindi, l’Hospedaria dos Imigrantes di San Paolo continua custodendo la storia dell’immigrazione, mantenendo viva la memoria della città. In questo spazio, l’Arsenale della Speranza essendo una ‘casa che accoglie’ mette insieme tanto le antiche installazioni dell’Ospiteria, quanto l’accoglienza delle persone di passaggio, che anche oggi arrivano con i loro pesi, le loro sofferenze e i loro progetti… qui possono incontrare una speranza.
L’Arsenale della Speranza è quindi una ‘casa che accoglie’, fondata da Ernesto Olivero e dal Vescovo Luciano Mendes de Almeida nel 1996 e tutti i giorni offre accoglienza a 1150 uomini che si trovano in situazione di difficoltà a causa, nella maggior parte delle volte, della mancanza di lavoro, casa, alimentazione, salute e famiglia. Chi entra in questa casa riceve un’accoglienza dignitosa e, soprattutto, l’opportunità di trasformare la propria condizione di vita”.
 
Un luogo, appunto, che per scelta diventa maestro.
Che offre la possibilità di imparare un nuovo modo di vivere, non solo a parole, ma con gesti concreti che permettono di superare stereotipi e paure e, una volta riempito la zaino con un po’ di vettovaglie, riprendere il cammino di una nuova vita.
 
Perché tutto ciò avvenga, a chi entra all’Arsenale viene data una nuova possibilità attraverso l’offerta di un posto letto, biancheria per l’igiene personale e una mensa interna che sforna buonissimi pasti, rigenerando in questo modo il fisico e la salute.
Oltre a questo vengono organizzati corsi di alfabetizzazione (è presente una biblioteca molto fornita), di informatica e di avviamento al lavoro perché la nuova possibilità di riscatto sia reale e possibile.
Un luogo che ama, con l’amore di chi educa, offrendo gli strumenti per ri-costruirsi, ri-generarsi, ri-provare a vivere.
 
Tra le tante iniziative messe in campo dall’Arsenale, una delle più interessanti è la Foresta che Cresce, un progetto semplicissimo ma di grandissimo impatto sociale, che permette nel concreto di lavorare sull’integrazione. 
Queste le parole del manifesto che presenta l’iniziativa: 
“Noi giovani vogliamo essere una foresta che cresce e non più alberi che cadono, perché siamo stanchi di veder cadere tanti nostri amici, vittime della violenza, del crimine, delle droghe e della mancanza di sogni e prospettive. È questo il grido che viene da tanti giovani brasiliani, coscienti della società in cui vivono e che si impegnano per la pace, la giustizia e la solidarietà…
Giovani di età e di spirito, diocesi, gruppi di giovani, scuole, università, chiese e ogni altra organizzazione interessata, sono invitati a promuovere azioni di solidarietà concreta per rispondere alle necessità più urgenti nell’ambito della propria realtà, comunità, quartiere… (es. Campagne di raccolta di alimenti, vestiti, medicine; aiuti per le vittime delle catastrofi naturali; donazioni di sangue; visite alle carceri minorili, agli ospizi, ecc.).
L’idea è di unire gli sforzi di tutti, giovani, uomini e donne di buona volontà, che non vogliono abituarsi al rumore dei tanti “alberi” che cadono e che scelgono la speranza, partendo da gesti possibili e necessari di solidarietà e giustizia…
Se il rumore di tanti giovani che cadono è una tragedia, la nostra speranza è che il suono forte di tanti giovani che producono, raccolgono, aiutano e distribuiscono, possa motivare tanti altri giovani a essere alberi sani della Foresta che cresce”.
 
Decine di azioni di solidarietà sono state messe in atto da giovani, scuole, parrocchie, gruppi di vario tipo ma anche dalle persone accolte presso l’Arsenale, uomini provenienti da diverse zone del Brasile, senza fissa dimora, che sono stati coinvolti in vari modi per il recupero di aree del quartiere in cui si trova l’Arsenale.
Un modo concreto per cambiare i punti di vista, sia quello delle persone che vivono nel quartiere sia di coloro che vivono all’Arsenale.
Chi vive nel quartiere riceve un servizio di grande utilità sociale: pulizia delle strade e di giardini pubblici, tinteggiatura di scuole o ricoveri per anziani, tutte azioni che passano un’immagine diversa dei senza tetto, un’immagine di assunzione di responsabilità e di cura dell’ambiente in cui vivono, diversamente dallo stereotipo di violenza, paura e menefreghismo che grava su loro.
Qualcosa, però, succede anche per chi l’azione la mette in atto. Si confrontano, infatti, con un’immagine diversa di loro stessi, portano a termine un progetto, finiscono qualcosa che iniziano e solo con le loro forze e prendendosi cura di qualcosa si prendono cura anche della loro vita.
 
Ecco allora come un luogo si trasforma in maestro.
Un maestro, ovviamente, fatto delle persone che ci vivono, che sanno accogliere le storie di chi passa senza rinchiuderle o nasconderle, ma condividendole con la società che li circonda, provocando un processo di integrazione che elimina stereotipi e offre occasioni di riscatto.
 
Per saperne di più:
www.arsenaldaesperanca.org.br