Controtempo - Incontrare musicisti disabili

03/09/2012 - a cura di Emanuela Marasca

La musica diventata viva
Mi occupo di musica da molti anni, prima come musicista, poi come studioso e insegnante.  Conosco su di me e la mia vita la forza e gli effetti della musica, ma la comprensione più grande di cosa sia il potere della musica per una singola persona l’ho colta quando ho conosciuto Vittorio Rossi.

L’incontro era stato misterioso: la madre di una mia cara amica mi aveva telefonato perché voleva che conoscessi una persona a cui dare una mano per questioni musicali. Mi portò a Ortona e mi fece conoscere Vittorio e sua sorella Maria. Vittorio era un uomo sulla sessantina, ben portati, dal viso lungo e morbido ma con un grave deficit che lo costringeva da anni bloccato su una sedia a rotelle e non poteva parlare in modo comprensibile.

Mi trovai in imbarazzo: la madre della mia amica mi aveva avvisato, ma lo stato di Vittorio era qualcosa del tutto nuovo per me, una condizione che non conoscevo e non avevo mai esperito così da vicino: non comprendevo le sue reazioni e capire cosa tentava di dire era per me impossibile. Per vincere l’imbarazzo e il disagio adottai una strategia classica a cui tutti ci aggrappiamo: fare finta di niente. Maria, la sorella di Vittorio, era in grado di interpretare i suoi suoni, e si aiutava con un foglio, che Vittorio teneva sul grembo, dove vi erano stampate le lettere dell’alfabeto che venivano indicate con la mano tremante. 

Dopo pochi minuti l’imbarazzo – lo stesso che si prova davanti a una persona qualsiasi che non si conosce – si dissolse: Vittorio si dimostrò pieno di humor e soprattutto ardeva dal desiderio di parlare finalmente di musica con qualcuno che la musica la conosceva.

Sì, perché Vittorio era un musicista: per la precisione un compositore. La premessa fu essenziale: aveva studiato al Conservatorio e quando la sua condizione era meno grave la madre, ora scomparsa, lo aveva aiutato a scrivere la musica (da perfetta analfabeta musicale, beninteso). Aveva così accumulato una discreta serie di composizioni. Che mi furono subito squadernate davanti: un pezzo per organo, un quartetto d’archi, un trio con pianoforte e altri pezzi da camera. Vittorio voleva che fossero rieseguiti per ascoltarli: mi chiesero se potevo metterli su computer e preparare gli spartiti per un concerto. Non avevo mai fatto una cosa del genere ma dissi immediatamente di sì.

Ora, ognuno ha i suoi handicap. In fondo che cos’è un handicap se non una difficoltà a fare o comprendere qualcosa? Io avevo da poco un computer – erano i primi anni Novanta – e avevo imparato a usarlo ma sui software musicali non avevo mai messo mano. E scoprii che ero negato per quel genere di cose. Certo, non voglio neanche lontanamente paragonare le mie difficoltà con quelle di Vittorio: ma stavo sperimentando cosa vuol dire trovare una strada per fare qualcosa anche se in apparenza non si hanno gli strumenti per farlo.

Se con il computer ebbi delle difficoltà, con Vittorio questi ostacoli scomparvero rapidamente. Nei nostri periodici incontri – io all’epoca vivevo a Chieti, la mia città natale, a circa mezz’ora da Ortona – scoprii che comunicare con Vittorio era facile, imparai a capire cosa lo faceva ridere e cosa lo irritava, su cosa avevamo gusti in comune e quale poteva essere il ritmo della conversazione – di solito piuttosto spedito. Soprattutto Vittorio voleva parlare di musica – ed ero ben lieto di parlarne anch’io! – in termini tecnici: fuga, semicrome, contrappunto, modulazioni, le discussioni tecniche si sprecavano, ma al tempo stesso si facevano considerazioni estetiche.

Quando Bach volle studiare la musica di Vivaldi la trascrisse nota per nota. Io feci lo stesso con la musica di Vittorio (si parva licet, ovviamente…). E così ne colsi il gusto per la cantabilità, la tendenza al contrappunto, la sapienza tecnica. Stilisticamente era vicino al primo Romanticismo. Come è naturale colsi anche le ingenuità di un giovane compositore che sta producendo i suoi primi lavori importanti: su tutti le linee melodiche troppo lunghe e senza pause. Però gli invidiavo – io che avevo fatto solo studi di composizione da principiante – il controllo della grande forma, dalla fuga alla forma sonata. E su questo scherzavamo, così come parlavano criticamente anche dei difetti della sua musica, di cui era perfettamente consapevole. La musica lo teneva vivo.

Terminato il mio lavoro, Giacinta, la madre della mia amica, organizzò un concerto in una chiesa di Ortona. Non è possibile descrivere qui l’emozione: sarebbe osceno, uno svelare ciò che deve rimanere privato. Però il significato va reso esplicito: attraverso la musica diventata viva, Vittorio – che quella sera si era concesso anche un abbigliamento molto elegante per il quale lo presi un po’ in giro - stava riconquistando la sua natura più autentica, la ragione più profonda della sua tormentata vita. Quel mio piccolissimo contributo gli consentì di replicare il concerto in altre occasioni e così colsi il senso autentico di quell’esperienza. Per Vittorio ascoltare quella musica era sublime e frustrante: sublime perché un sogno diventava realtà, frustrante perché quella realtà era monca, incompiuta e intrisa di dolore. La musica non era solo la panacea dei suoi mali, ma anche la crudele testimonianza del fatto che dopo quei brani Vittorio non aveva potuto scrivere più niente. Dopo i concerti o parlandone più tardi con lui vedevo nei suoi occhi questa alternanza torturante: la felicità che è anche causa del dolore, l’esaltazione e lo scoramento, la speranza vissuta in passato e il rimpianto attuale. Emozioni trasmesse con una dignità screziata da una rabbia sottopelle, che io sentivo vicinissima.

Ecco, Vittorio amava la musica in tutte le sue forme. E gli piaceva parlarne con cognizione di causa, ironia, passione. Conscio che quella è stata l’unica, straordinaria occasione di una vita difficile. Un’occasione che, grazie anche alle persone che gli sono state vicino, lui ha saputo cogliere e che è diventata la forma di comunicazione privilegiata: scrivendola, ascoltandola, parlandone. Forse lui non se ne rendeva conto, ma anche per le persone che sono state toccate dal privilegio di conoscerlo la musica ha significato l’accesso a un’esperienza più profonda. Almeno per me è stato così.

Vittorio è improvvisamente scomparso l’estate scorsa. A me rimane l’immagine del suo viso quando rideva di gusto. A noi tutti l’esperienza della sua – della nostra – musica.

(di Stefano Zenni, musicologo, http://web.me.com/stzenni/

La vita nella musica

Fino al 2007 (settembre) tutto andava per il meglio, ero alla fine di un tour in Italia che contava circa 40 concerti tra luglio e agosto, contemporaneamente ero alla fine del disco La Nassa, ma proprio a settembre, quando tutto sembrava al massimo dell’idillio artistico, quello che durante il tour andava annunciandosi cioè la difficoltà di scendere dai palchi, esplose in fase finale di incisione del CD in una emiparesi nella parte destra, gamba e braccio destro quasi bloccati completamente! Arrancai e mi disperai all’epoca per non riuscire a dare il massimo nel CD, lo terminai con enorme incoscienza e sconforto.

A marzo 2008, dopo un mese di ricovero ospedaliero presso l’ospedale universitario di Padova, il primario con le lacrime agli occhi, alla dimissione, non mi disse cosa avevo, preso dal dispiacere, mi dette la carta dicendomi: “Faliva, poi leggerà cosa abbiamo riscontrato, con calma”.

E fu da allora che incominciò la mia seconda vita, tutto quello che avevo costruito, era crollato; musica che mi accompagna dall’età di 5 anni, amicizie, matrimonio, che all’epoca apparivano come solide e importanti… tutto finito. Non rimaneva che ricominciare tutto da capo con dei parametri diversi; e così feci, mi tirai su le maniche e continuai con la sola cosa che non mi aveva abbandonato veramente, lei, la Musica.

Decisi che non sarebbe bastata la sclerosi multipla per fermarmi, e così modificai “semplicemente” la strada, feci un passo indietro, ritornai a studiare musica elettronica al conservatorio. Era l’unica strada possibile, il computer mi avrebbe aiutato, d’altro canto non riuscivo più a suonare oltre che viaggiare liberamente, è così che nacque l’idea de “il quinto chicco del Melograno”, ho fatto un’importante dichiarazione di fiducia per la vita nella copertina del CD, ho scritto “continua…” perché non voglio fermarmi ancora, sempre che non lo decida Rosy, (scle-rosy multipla) e allora ricomincerò ancora tutto da capo!

La composizione e la direzione mi hanno permesso di ritornare nei palchi. Ho fondato il coro AISM, “Anche Io Sono Musica” entrando, per le terapie riabilitative, all’AISM di Padova, dove ho trovato un contesto disponibile e florido; a loro sono riuscito a unire l’atto volontaristico di 4 meravigliose persone nonché maestri di musica (Battistello, Landi, Praticelli, Massarotto), per integrare e supportare i malati, volontari e fisioterapisti che, ad oggi, in 18 formano il primo coro Nazionale dell’AISM.

È stato uno stupore scoprire come affianco al mondo che conosciamo e pensiamo “normale” ce ne sia un altro, dinamico, speranzoso, anche gioioso alla sua maniera: il mondo della disabilità.

Ad oggi mi ritrovo invalido al 75% e cerco con costanza l’ironicità della vita, anche se mia moglie mi ha lasciato, non suono più come un tempo, non posso più respirare l’energia e la libertà di movimento di un tempo, ma di certo ad oggi non so se tornerei volentieri indietro nel tempo, perché ciò che sono riuscito a comprendere in questi ultimi 2 anni, non vale la metà dei 30 anni prima, mi manca solo una cosa, la montagna d’alta quota, ma sono convinto che ce la farò con un po’ di fortuna e tanta volontà.

(di Simone Faliva, musicista, www.simonefaliva.com)