Beati noi - La malattia diversamente immaginata

03/09/2012 - di Stefano Toschi
 
Prima la malattia di mia madre, poi di tre miei amici carissimi, infine la mia, seppure lieve, mi hanno portato a riflettere su questo argomento. La prima cosa da dire è che, nel corso dei miei 50 anni di vita, tantissime volte sono stato definito malato quando non lo ero. Insomma, pare sia impresa impossibile far capire ai più che quando ho l’influenza, sì, sono malato, ma normalmente non lo sono. Il mio deficit è una caratteristica fisica, non è una malattia.
Non è contagioso, non si trasmette, anche se in passato le future mamme in attesa mi hanno evitato perché temevano che qualcosa si attaccasse ai loro pargoli nel grembo solo per via di uno sguardo (che potenza mi viene attribuita, impressionante davvero, meglio delle armi batteriologiche!). Altre volte, è stato chiesto espressamente a mia madre se ero contagioso. Il mio handicap, la mia particolare condizione fisica, porta con sé maggiori difficoltà e, talvolta, maggiore cagionevolezza di salute rispetto ad altre persone, ma è vero anche che conosco persone apparentemente “sane” che, nei fatti, sono ben più malate di me. Mia mamma e gli amici che ho citato prima hanno affrontato la malattia in modi molto diversi fra loro, dovuti anche alla differenza di età e situazioni di vita, ma tutti in modo davvero esemplare. Nel caso di mia mamma, la preoccupazione unica era dovuta al fatto di lasciare me senza la sua guida e il suo aiuto. La malattia, che la accompagnava da tanto, era solo un impedimento alla sua vita con me e per me, non alla sua esistenza in quanto tale. Mai l’ho sentita dire qualcosa di diverso. Tutto ha sopportato con grande coraggio, fino a quando le è stato concesso di potermi assistere, seppure sempre più faticosamente. La mia amica, invece, è giovane, ha una figlia adolescente. Il suo approccio alla malattia è stato totalmente diverso. È una scienziata, quindi il suo approccio è stato molto tecnico, molto razionale. Ha scritto un blog, ha analizzato scientificamente ogni aspetto della terapia, ha usato tutta l’ironia di cui era capace nel suo racconto, ha prontamente fatto fronte grazie a essa ai momenti di sconforto. L’altro amico ha interpretato la malattia come una grazia divina, qualcosa che gli ha fatto apprezzare le cose importanti della vita. Questo coraggio mi ha ricordato l’esperienza di un’altra amica, Chiara M., autrice del bellissimo libro dal titolo Crudele, dolcissimo amore, in cui affronta una grave malattia degenerativa, che chiama semplicemente “Lei”, senza mai nominarla, come occasione di riscoprire nella propria vita l’amore di Dio per i Suoi figli. 
 
La malattia, insomma, viene affrontata in molti modi, a volte cambia le persone, altre volte sono le persone a cambiare “lei”. Spesso, cambia anche chi sta vicino al malato, ne cambia la vita, i tempi, i ritmi, ma anche i valori, le speranze, le aspettative per il futuro, la visione del passato, dei rapporti personali, delle amicizie, del prossimo. La malattia ha generato mostri, pazzi e poeti, artisti e assassini. Si dice che Lucrezio abbia scritto il suo De rerum natura per intervalla insaniae, cioè nei momenti di lucidità dalla sua follia d’amore. Monet era afflitto da gravi problemi alla vista quando dipingeva le sue opere migliori. Le malattie mentali sono quelle che meglio si prestano a questa interpretazione. James Hillman, rielaborando la frase di Jung “gli Dei sono diventati malattie”, evidenzia che l’esclusione delle forze divine, un tempo presenti nella vita dell’Uomo, oggi sta causando malattie e patologie, sta distruggendo armonia ed equilibri. La malattia mentale di alcuni risulta molto affascinante, quindi altrettanto pericolosa, perché spesso celata e insospettabile. La follia viene scambiata per genialità, attira le masse, porta alla distruzione. Hitler potè agire come agì perché la sua lucida follia trascinò un intero popolo. Grandi predicatori e sobillatori di masse le ammaliavano proprio in virtù della loro anormalità. Sabbatai Zevi, che si autoproclamò a metà del Seicento Messia per il popolo ebraico, essendo poi costretto all’abiura con grande delusione dei suoi seguaci, era affetto da un grave disturbo bipolare della personalità. Spesso la normalità stanca, sembra poco moderna, poco stimolante. La follia libera dagli schemi mentali, dalle sovrastrutture, dalle inibizioni. La malattia è rivelatrice di se stessi e del rapporto con gli altri. Quante volte ci capita di giudicare gli amici per quanto ci stanno vicini o meno nel momento dell’infermità? Il coniuge, nel rito cattolico, lo si sposa “nella salute e nella malattia”. È indicativo che questo venga citato insieme alla più generica formula “nella buona e nella cattiva sorte”. Non era sufficiente comprendere la malattia fra i casi di “cattiva sorte”? Evidentemente no, perché niente come la malattia, subita o assistita, ci pone di fronte alla nudità dell’anima del malato e di chi gli sta vicino. Thomas Bernhard, nel bellissimo libro Il nipote di Wittgenstein, che è ambientato in un ospedale viennese, racconta il rapporto fra due amici nella infermità di entrambi, il narratore ai polmoni, il nipote del celebre filosofo in preda a una grave malattia mentale. In realtà, pare che Bernhard abbia romanzato il suo rapporto con l’amico proprio per tacitare il senso di colpa che nutriva nell’averlo abbandonato nel momento del bisogno. Ma se non è del tutto aderente al vero la narrazione dell’evoluzione del loro rapporto di amicizia nel periodo della degenza ospedaliera, lo è la descrizione dell’intimità spirituale che i due raggiungono di fronte al dolore e alla morte. Intorno, la società prevede come unica cura la compassione, in alcuni casi un altezzoso distacco. 
 
Il malato mentale spesso rifiuta la cura. Questo, insieme ad altre peculiarità di questo tipo di malattia, genera nei più una visione colpa-punizione. Il pregiudizio che vede la malattia generata da una colpa ha radici ataviche. Nelle culture antiche era addirittura il peccato dei padri che veniva scontato attraverso handicap o malattia dei figli. Da qui il bisogno della teodicea, della grande domanda si deus est, unde malum? Da qui, i grandi interrogativi dei filosofi e dei teologi sul dolore innocente, sul perché delle malattie dei bambini, degli innocenti. La malattia è ancora vista come una punizione divina, come qualcosa che si è meritato, che ci si è cercati. Per alcune malattie psichiatriche il pregiudizio è molto radicato, si suppone che il malato non si aiuti, non partecipi al processo di guarigione che viene avviato per lui dai medici, che non voglia in realtà guarire, ma che intenda coltivare la sua pazzia come protesta o fuga nei confronti della società, del mondo. Nella malattia non c’è colpa, non è un modo per espiare i peccati, men che meno quelli dei padri. Questa rivelazione è il primo “scandalo” del cristianesimo, che venera un Dio fatto uomo, sofferenza fisica inclusa. Poi insegna che “visitare gli infermi” è una delle sette opere di misericordia corporale, che addirittura fa ottenere le indulgenze giubilari al pari della visita alle Basiliche. 
 
Le persone sono giudicate sulla base delle loro malattie. Subì questo trattamento anche Nietzsche che, ironia della sorte, scrisse proprio che la malattia e il modo di affrontarla è rivelatrice dell’animo delle persone. Solo di fronte alla malattia e alla sofferenza l’uomo è se stesso. Da quando si diffuse la voce che Nietzsche era pazzo, forse perché affetto da sifilide, tutte le sue opere sono state lette solo alla luce di questa follia, la critica le ha interpretate esclusivamente in questa direzione. La malattia diventa la persona e viceversa. Il malato si identifica e si ricomprende solo nei confini della sua malattia. Figuriamoci se ci troviamo di fronte a un handicap “trasparente” come il mio: una malattia si può nascondere, la mia disabilità no, essa mi rende più trasparente degli altri, sono obbligato a mostrare i miei limiti al mondo. Ecco, quando nella mia vita ottengo di essere guardato al di là del mio handicap, oltre alla mia fisicità così caratteristica, e ottengo di non essere identificato con il mio deficit, come in una enorme, paradossale sineddoche letteraria, che indica la parte per significare il tutto, ebbene, ognuna di queste volte io sono io, non una singola caratteristica di me, solo più evidente delle altre. In conclusione, ognuno immagina e vive in modo diverso la propria condizione, anche quando dal punto di vista medico ci si trova di fronte alla medesima infermità.