Lettere al direttore - Risponde Claudio Imprudente

03/09/2012 - Claudio Imprudente
 
Salve signor Claudio,
le scrivo dalla Calabria. Ho 37 anni e sono affetto da amiotrofia muscolare spinale II.
Sono tetraplegico.
Abito in un piccolo comune e mi conoscono, ammirano, compatiscono e vogliono bene, tutti.
Sto chiedendo da tempo all’amministrazione comunale un lavoro e finalmente “pare” che ci sia in progetto l’apertura di uno sportello per affrontare il problema del disagio giovanile.
Si sono presentate a casa due signore (una che lavora a contatto con le carceri minorili, l’altra un’assistente sociale) e vorrebbero usare la mia situazione come esempio da dare ai ragazzi. Vorrebbero fare un vero e proprio servizio giornalistico su di me.
Secondo lei è giusto?
Vorrei un consiglio su cosa fare.
Grazie.
Spero diventeremo amici.
Romano
 
Caro Romano,
intanto grazie per avermi scritto. Mi ha fatto molto piacere.
Allora, vengo subito al dunque: credo che tu debba cogliere questa opportunità e, cogliendola, dare ad altre persone l’occasione per avvicinarsi a un mondo che probabilmente conoscono poco o male. Capisco o immagino i tuoi dubbi: non si tratterà di fare di me una sorta di esempio, guida, di oggetto-spettacolo e, in quanto tale, male interpretato, compatito, ecc. ecc.? Questo rischio c’è sempre, e lo vivo spesso direttamente, tenendo continuamente incontri, lezioni, interviste. Ma il gioco vale la candela, se gestito e giocato con intelligenza e, non lo nego, furbizia, da parte tua. Credo che tu debba valutare che senso le persone che vogliono coinvolgerti intendono dare al servizio, se è quello di interrogare gli altri su delle questioni o puntare “solo” al cuore, ossia a una cosa dal respiro breve. Dimmi se queste poche parole ti sono d’aiuto. Aspetto una tua risposta per continuare il confronto su una cosa che, lo capisco, solleva dei dubbi da parte tua e non è affatto innocente né semplice.
Grazie ancora e buon tutto.
Un caro saluto. Claudio
 
Caro Claudio,
grazie e te per avermi risposto. Spero tanto che inizi tra noi un lungo e proficuo scambio di impressioni.
Io ho per natura ho un carattere timido ed estroverso. Ma questo, col tempo, ho cercato, e cerco sempre, di “combatterlo”… Forse proprio in forza dell’essere “diversabile”. Cioè, provo a spiegarmi: forse l’essere disabile mi ha condizionato portandomi ad accentuare la timidezza. Poi, per una sorta di orgoglio o di contrasto, per qualche tempo vedevo il dover espormi come un modo per dimostrare e dimostrarmi che non mi facevo condizionare dal mio handicap.
Adesso, ti confido, non mi interessa più. Non vorrei sempre dover combattere per “dimostrare che”. Accettare serenamente il mio handicap vuol dire vivere serenamente il mio essere un diversabile. Non un genio, né un fenomeno da circo che si sente addosso o la curiosità o la compassione degli altri... 
Vorrei precisarti meglio la questione di cui ti parlavo nella e-mail precedente, così da darti un quadro più chiaro. Io credo che in loro (nelle persone che mi hanno proposto la cosa) ci sia della buona volontà di usare la mia storia per far capire a chi ha 15 anni, magari circondato di ogni bene e che è insoddisfatto, come il mio vivere possa dare qualche insegnamento.
La tua riflessione, le tue parole, il tuo consiglio mi sono utilissimi.
Però vorrei precisare che: non ritengo di esser nulla di “speciale”, sono uno come tanti, ho pregi e difetti, vizi e virtù, ho i miei giorni di nervosismo e di serenità, i miei hobby e le mie passioni come quelli di tanti. Tutto qui... non so cosa se ne possa tirar fuori.
Poi, caro Claudio, mi preme pure sottolineare un altro punto. Io voglio un lavoro! Non voglio solo esser presentato agli altri, ma mi serve un posto. So usare il computer e spero che questo progetto sia basato su quello, dare lavoro.
Per 7 estati (2 mesi all’anno) sono stato inserito in un progetto per il quale ho fatto lavoretti col pc. Poi l’estate scorsa non vi sono stato inserito, nonostante un’assicurazione circa l’esserne parte.
Beh, intanto ti ringrazio e ti terrò informato.
Grazie e a presto.
Romano
 
 
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Ciao Claudio.
Ho letto il “tuo” libro: Lettere imprudenti sulla diversità. Conversazioni con i lettori del Messaggero di Sant’Antonio (Effatà Editrice, 2009).
Farti i complimenti è scontato; avrai avuto riscontri molto abbondanti e più qualificati dei miei.
Che i tuoi articoli fossero “OK!” lo sapevo; mi ha però sorpreso però un altro fatto.
Ho scritto “tuo” tra virgolette non a caso. Senza offesa (anzi... è una considerazione positiva), il libro non mi sembra tanto tuo, ma degli “altri” che ti hanno risposto.
Mi ha impressionato come le tue considerazioni, che vertono fondamentalmente sulla diversabilità, abbiano scaturito un ventaglio di contesti umani estremamente diversificato, con uno spessore emotivo ed esistenziale, molto vario.
Immaginando di togliere i tuoi articoli dal libro, mi restava un caleidoscopio affascinante che potrebbe far nascere una rete di “storie” imprevedibile.
Il tutto avendo come leva causale comune la diversabilità; fattore che è considerato (come sai bene) minoritario, marginale.
Ogni lettera da te ricevuta apriva un mondo denso di “vita”, di storie incarnate, di emozioni magari sopite, o esplosive nella loro calda realtà (lieta o drammatica).
Una tua osservazione, a volte su un fenomeno banale, apriva un orizzonte ricolmo di “umanità” spesso repressa (magari anche sconosciuta a chi la riusciva a esprimere), che, comunque, comunicava (sic!) la dignità e il valore di ogni vita esistente.
Queste sono le mie impressioni “a caldo” dopo la lettura del libro. Ma ci rifletterò e ti riscriverò.
Ciao.   
Silvio (Vallini)