Un sacco bello - La bellezza non visiva: l’estetica delle persone che non vedono

03/08/2012 - psicologa della riabilitazione visiva, Simona Guida
 
 In questo numero ospitiamo una cara amica, Simona Guida, psicologa della riabilitazione visiva con la quale abbiamo collaborato per due percorsi di formazione presso l’associazione APRI di Torino.
A lei abbiamo chiesto di scrivere un articolo che prende spunto da questa domanda: i non vedenti che percezione hanno della bellezza?
A voi la lettura e, se volete, un commento a claudio@accaparlante.it.
 
 L’esperienza estetica possiede grande potere nello stimolare e nell’influenzare i meccanismi di piacere/dispiacere nell’uomo, i quali sono alla base della sua motivazione personale.
Proviamo a pensare all’importanza dell’esperienza del bello e del sublime nella natura e nell’arte, ossia all’importanza dell’esperienza estetica così come la definisce Baumgarten nel 1735, il primo filosofo che, come poi Kant, utilizzò questo termine. Esaminiamo la natura profonda delle parole, partendo dall’etimologia del termine “estetica”, ossia il greco aisthanomai, cioè percepisco con i sensi, e aisthesis, cioè sensazione. La filosofia di Baumgarten riserva all’estetica il campo delle conoscenze che, provenendoci dalle percezioni sensoriali, non hanno per oggetto idee sempre chiare e distinte ma stimolano notevolmente l’ideazione. Nella storia dell’estetica filosofica si sono susseguite numerose teorie del bello (simmetria delle parti, armonia delle forme, apollineo/dionisiaco, ecc.), le quali vi hanno o meno accostato come imprescindibili anche il buono e il giusto, ossia alle categorie sensibili del bello hanno aggiunto le categorie etiche, morali, del buono e del giusto. Alcune hanno contemplato regole di categorizzazione standard di bello/buono/giusto, altre hanno introdotto la validità unica e irripetibile del giudizio soggettivo di bello/buono/giusto. Dall’estetica si arriva all’etica, termine introdotto nel linguaggio filosofico da Aristotele (dal greco ethos, comportamento, costume) a indicare quella parte della filosofia che studia la condotta dell’uomo. Dunque, la stretta connessione tra potere del bello e comportamento dell’uomo è evidente non solo dall’analisi della nostra vicenda quotidiana, ma è messa in evidenza dalla stessa antica disciplina filosofica e dalla lunga sapienza insita nell’etimologia delle parole, che vede nel termine est-etica l’inclusione del termine etica. Dall’etica all’estetica o dall’estetica all’etica? Siamo sull’uovo e la gallina.
Il bello e il brutto entrano dentro di noi attraverso i nostri sensi e le emozioni che essi suscitano. Il nostro attuale modo di vivere è, più che in ogni altra antecedente epoca storica, assolutamente visuocentrico, visuoabusante, visual-oriented in maniera pervasiva. Ciò avviene perché la vista è la modalità sensoriale più rapida e comoda che possiamo utilizzare per conoscere il mondo, in quanto essa lo processa in simultanea (e non in successione), con bassissimi costi in energia attentiva e in tempo impiegato a carico dell’osservatore. Infatti, se noi dovessimo conoscere il contenuto di una stanza con il tatto, anziché con un solo e rapido sguardo, dovremmo innanzitutto unirvi il movimento (utilizzeremmo cioè l’aptica, poiché il tatto statico, quello senza il movimento, ci consente di conoscere solo due attributi della materia, la temperatura e il peso). Inoltre, dovremmo impiegare perlomeno qualche minuto per esplorare tattilmente l’intero perimetro, nonchè le persone e gli oggetti dalla stanza contenuti. Sicché noi utilizziamo la vista per tutto, essendo essa così veloce, completa e sintetica. La impieghiamo anche per ciò cui essa non è espressamente vocata: mangiamo con gli occhi, ascoltiamo la musica guardandone i video prima ancora della fruizione acustica, scegliamo un abito o un tessuto spesso valutandolo solo per come viene esposto in vetrina (accorgendoci dopo averlo indossato, dalle sensazioni tattili della nostra pelle, di aver acquistato un tessuto ruvido, pruriginoso e assolutamente inindossabile!). Possiamo, dunque, affermare di vivere in una cultura prevalentemente visiva, caratterizzata da una semeiotica prevalentemente visiva. Le nostre città, i nostri servizi, la diffusione delle informazioni di ogni genere avviene prevalentemente attraverso canali visivi (segnali, cartelloni, manifesti, segni grafici e scritte di vario genere, murales, graffiti, ecc.). Detto ciò, è pur vero che noi siamo esseri più autenticamente polisensoriali, e non soltanto vedenti; usciamo dalla “fabbrica” perfettamente programmati per conoscere e provare piacere (le due principali funzioni del nostro sistema multisensoriale) sia grazie al senso della vista, che a quello del tatto, dell’udito, dell’olfatto (il gusto ci vede tutti sempre ampiamente allenati!).
Che caratteristiche assume il senso estetico di chi non utilizza percezioni visive per fare entrare dentro ai suoi pensieri e alle sue emozioni il mondo sensibile? In realtà, così come le persone non vedenti e ipovedenti, anche i vedenti sanno riconoscere una bella voce e subirne il fascino, essere deliziati o disgustati da un buon profumo o da un odore sgradevole, conoscere la soddisfazione e pacificazione del gusto, riconoscere la conturbanza di un tocco e il garbo di una carezza o il piacere di stretta di mano. Il mondo portato ai sensi non visivi, il mondo tattile, uditivo, olfattivo, gustativo stimola e risveglia la costituzionale natura polisensoriale dell’uomo, ne affina le capacità di riconoscimento e localizzazione tattile, uditiva, olfattiva, nonché educa all’estetica non visiva, di cui tengono conto anche le persone che vedono, benché in maniera molto ridotta e generalmente grossolana, essendo massicciamente concentrate sull’estetica visiva. Ma noi siamo tutti, vedenti, non vedenti e ipovedenti, predisposti a percepire di percepire, predisposti cioè esteticamente. Ciascuno di noi è aesthetikos, cioè capace di sentire, con quella serenità che la natura ci insegna, che prescinde dall’ordine dei valori, confronti, giudizi, pregiudizi, ansie, frustrazioni culturali, che innescano invece lo stato patologico.
In una recente ricerca ho somministrato a 20 persone non vedenti adulte (congenite e divenute) un breve questionario esplorativo sull’estetica, il quale conteneva 12 domande, le cui risposte sono state successivamente catalogate in vari raggruppamenti. Alla domanda “Quando per te una cosa è bella” sono state date 6 risposte alle categorie fisiche, 8 a quelle morali, 6 a entrambe; alla domanda “Quando per te una cosa è brutta” sono state date 4 risposte alle categorie fisiche, 10 a quelle morali e 6 d entrambe; alla domanda “Quando per te una persona è bella” si contano 0 risposte alle categorie fisiche, 16 a quelle morali e 4 ad entrambe; alla domanda “Quando per te una persona è brutta” 2 risposte alle categorie fisiche, 16 a quelle morali e 2 a entrambe. Alle domande inerenti l’individuazione di caratteristiche sensoriali specifiche di cose e persone belle e brutte, sono state attribuite grandi valenze alle caratteristiche uditive (soprattutto “una bella voce”) e tattili per le persone, mentre per le cose grande rilievo ha assunto prima la tattilità e poi l’aspetto olfattivo (buono o cattivo odore, dalla grande capacità di attirare o respingere). Ancora, alla richiesta di individuare qualcosa di emblematico per le cose e per le persone belle, prevalgono nella bruttezza le caratteristiche fisiche per le cose, mentre per le persone quelle morali, e successivamente tanto quelle fisiche quanto quelle morali nella bellezza di cose e persone.

In generale, il campione esaminato sembra prediligere nettamente le categorie morali su quelle fisiche nella definizione di un personale vissuto di bellezza e bruttezza, in particolare se riferito alle persone rispetto alle cose. Ancora, sembra che una “bella o brutta voce” rappresenti una sorta di giunzione tra etica ed estetica. È infine sorprendente constatare come, nelle persone che hanno acquisito la disabilità visiva in epoche successive alla nascita, avvenga una graduale conversione alle caratteristiche sensoriali non visive quali parametri estetici, a ennesima dimostrazione della straordinaria plasticità dell’essere umano e della ricchezza della sua innata polisensorialità quale presupposto per la conoscenza e il piacere.