Sguardo del sud - Una casa per volare

03/08/2012 - a cura di Roberto Parmeggiani
 
Bruna è un’amica del Centro Documentazione Handicap di Bologna.
Un paio di anni fa ci ha telefonato ed è venuta a conoscerci, voleva parlare con Claudio Imprudente per avere un confronto e invitarci ad andare a trovarla in Africa. Ricordo molto bene quel giorno.
Seguiva di un paio di settimane un nostro viaggio a Belgrado, dove ci eravamo recati per parlare di de-istituzionalizzazione e integrazione.
Fu molto interessante perché, mentre raccontavamo a Bruna del grande passo che la Serbia stava facendo decidendo di chiudere gli istituti e perseguire quindi una reale integrazione, lei ci riportò con i piedi per terra con questa frase: “Magari avessimo degli istituti in Tanzania!”.
Una volta ancora, la vita ci mostrava che ha molte più sfumature di quelle che noi immaginiamo e, mescolando le carte in tavola, rivelava che, ciò che da una parte può sembrare un limite all’integrazione e alla dignità personale, da un’altra è una risorsa e uno strumento per accrescere l’accoglienza e l’accettazione.
Ecco allora che il rapporto instaurato con Bruna e l’associazione Nyumba Ali, assume importanza in quanto portatrice di un nuovo punto di vista, di quel caos buono che, mostrando altre sfaccettature della realtà, porta a una visione più completa della vita.
Ma conosciamo un po’ meglio, attraverso il sito e alcune e-mail che ci ha inviato, Bruna e la sua associazione.
“Il nome della nostra Associazione indica il legame tra la realtà italiana e quella tanzaniana. ‘Nyumba’ in kiswahili significa ‘casa’, mentre ‘Ali’ è parola italiana: una casa con le ali, quindi, per far volare in sicurezza anche chi ha solo un sorriso col quale affrontare la vita.
Abbiamo realizzato una casa perché crediamo che la garanzia di cibo, letti e assistenza sia indispensabile, ma vogliamo anche favorire lo sviluppo delle potenzialità rimaste inespresse e il riappropriarsi della dignità di persona, insegnare a leggere, a scrivere, a disegnare, ad avere libertà di espressione”.
L’Associazione nasce dall’intuizione e dalla volontà di Bruna e Lucio “di trascorrere l’ultima parte della loro giovinezza dedicandosi ai più diseredati dei diseredati, alle bambine handicappate di un Paese in cui il valore e i diritti dei bambini, anche maschi, sono in genere misconosciuti.
Nasce così nel 2006, dopo alcuni anni di gestazione, la casa per volare… In poco tempo la famiglia si è allargata, è stato assunto personale locale, che stiamo preparando in modo adeguato. Uno degli obiettivi è infatti quello di rendere in futuro la gestione della casa indipendente dalla presenza dei volontari stranieri dell’Associazione e di convogliare attenzione e opere dei locali sul problema dei bambini con handicap”.
La vita di una casa è fatta soprattutto di storie, quelle delle persone che la abitano e che portano Bruna e i suoi compagni di avventura a incontrare ogni giorno le difficoltà ma anche le speranze di un paese come l’Africa. Attraverso le e-mail che ci inviano da Iringa, anche noi ci sentiamo abitanti di quella casa, conviventi di un mondo che ci appartiene anche se distante.
“Venerdì si presenta al cancello Rosamunda, sorella di Ageni, gonna e maglietta pulite, ai piedi una valigetta tutta rotta. Come la sorella, ha terminato la scuola primaria… È partita dal villaggio per andare a Mbeya, città dove vivono degli zii presso i quali starà presumibilmente per molti anni. Deve prendere la corriera, ma non sa dove andare e non ha il numero di telefono dello zio. Il cervello elabora rapidamente soluzioni che si riveleranno tutte inadeguate. Ageni però ha il numero di cellulare dello zio. Rosamunda non capisce la telefonata, sempre con gli occhi a terra e bisbigli incomprensibili. Interviene Ageni, parla con lo zio e il programma è chiarissimo: Rosamunda deve andare all’incrocio con la strada che porta al villaggio natio, fermarsi a dormire a casa di un certo Focas e l’indomani prendere il bus per Mbeya. E come raggiungerà il villaggio?
Guardo questo piccolo scricciolo spaurito e so che non sarò capace di mandarla via, io vedo una bimba di 13 anni, gli altri una donna capace di badare a se stessa e ai fratelli. Carico la tribù in auto e parto per l’incrocio fatidico, durante la strada Rosamunda parla in continuazione con la sorella, entrambe ridono e si raccontano storie sui fratelli. Raggiungiamo l’incrocio: tre baracche, una adibita a spaccio d’alcool, donne e uomini che ci tempestano di domande, ma Focas dov’è? Racconti di abusi, storie di bambine sfruttate affollano la mia mente. L’affido a una donna (il vecchio vizio di credere che le donne siano sempre migliori), cincischio sotto sguardi che non so interpretare e finalmente arriva Focas, berretto giallo calato a coprire la fronte, oddio non mi fido! Telefoniamo allo zio, lo facciamo parlare con Focas, mi riprendo, saluto tutti e salgo in macchina, ma prima devo pagare il tributo al villaggio: portare in città due “professori” della scuola. Ageni è tranquilla e mi racconta tutti i pettegolezzi della sorella. Che abisso tra Rosamunda che attraversa da sola la Tanzania, sbattuta tra un Focas e l’altro e le nostre tredicenni. Sabato Ageni ha telefonato agli zii, Rosamunda era giunta sana e salva”.
“Sono finalmente stati pubblicati i risultati degli esami dell’ultimo anno della primaria: Ageni è stata promossa e accettata in una delle tre scuole statali che aveva indicato come scelta. Per precauzione l’avevamo iscritta in una scuola privata e aveva già passato l’esame d’ammissione, ma ora che c’è la possibilità di una scuola pubblica semigratuita pensiamo che si debba tentare, domani andremo a visitarla e a prendere tutte le istruzioni del caso… Confesso di temere l’ingresso di Ageni nella secondaria, so che non riuscirò a tacere quando l’insegnante di matematica sosterrà che l’area del triangolo isoscele si trova moltiplicando lato per lato e poi dividendo per due, so che mi verrà mal di fegato, so che non accetterò definizioni sbagliate e l’uso del bastone come prassi didattica quotidiana, so che non riuscirò a fingere rispetto per gli insegnanti, so che combinerò dei guai”.
“Ageni ha superato l’esame di settima e conquistato il diritto di frequentare una secondaria tra quelle da lei indicate: a pagamento solo la divisa e una modesta tassa scolastica. L’istituto pubblico cui è stata assegnata, però, è irraggiungibile sia con la carrozzina sia con il fuoristrada; è tra le carceri e l’ospedale (scelta simbolica?), giù per un dirupo che si può affrontare solo a piedi: da un lato una sbarra, che impedisce di passare davanti alle carceri, dall’altro lo steccato dell’ospedale con un piccolo cancello pedonale.
Perché Ageni ha indicato una scuola irraggiungibile?
Perché l’hanno scelta i compagni, perché è una scuola nuova, perché non c’è un perché.
Bisogna chiedere un cambio d’istituto, senza possibilità di scelta, l’ennesima decisione da prendere in tempi rapidi e senza informazioni: quale scuola? Lontana? Quali e quante barriere? Qualità?Alla fine abbiamo scelto il certo al posto dell’incerto.
Ricordate che Ageni aveva superato l’esame per entrare in una scuola privata? L’abbiamo iscritta lì e solo dopo l’iscrizione abbiamo capito che era molto felice di frequentare quella scuola, prima non aveva mostrato alcun gradimento o desiderio. A settembre, quando l’ho accompagnata a parlare con la preside, mi ha tenuto il muso tutto il giorno, refrattaria, come sempre, a qualsiasi nostro tentativo di comprendere. Ora vivo più serenamente perché ho capito che, anche senza la mia interpretazione, umor nero, silenzi e musi lunghi se ne andranno.
Dopo un notevole salasso economico, la scuola è iniziata e per ora tutto procede bene, molto bene. Ieri Ageni è tornata a casa con un sacco pieno di saponette, matite, penne, quaderni, frutto di una colletta tra tutte le studentesse. È il primo, concreto, gesto d’aiuto che riceviamo da quando siamo qui. Ageni era felice e noi con lei: sapone, penne, quaderni, colletta sono un importante segnale.
Abbiamo scritto una lettera di ringraziamento e ci gustiamo la gioia di ricevere un dono, dopo anni di richieste di tutti i tipi”.
Sahele è un bimbo Down, è venuto da noi l’anno scorso, incontenibile e ingestibile perché la mamma gli lascia fare qualunque cosa purché stia buono. La richiesta: vivere in casa nostra ma l’obiettivo della madre non era l’inserimento, era liberarsi di lui per tutto il giorno e forse per la vita intera. E così Sahele spesso non veniva accompagnato a scuola e la madre, a intervalli regolari piombava a casa nostra con richieste di tutti i tipi. Sahele, come altri bambini, non è amato dalla madre. Dopo varie ricerche abbiamo trovato una scuola-collegio statale per bambini con disabilità mentale e visiva, siamo andati più volte a visitare il centro e ogni volta abbiamo trovato una situazione che in Italia farebbe urlare di protesta, ma che qua è più che accettabile.
Abbiamo caricato in auto Sahele, la mamma, un materasso, un bidone, una zanzariera e siamo andati per il colloquio con lo psicologo che, scoperto che la donna bianca avrebbe pagato la retta, ha accettato l’iscrizione.
E il miracolo: nella scuola-collegio statale si entra senza materasso e senza pagare nulla, solo pochi spiccioli per il barbiere e il sapone! Non è possibile, Lucio e io ci siamo guardati in attesa della richiesta di soldi sotto forma subliminale, niente! Gratuiti persino quaderni, penne e righello, senza il quale non si può imparare nulla.
La mamma se ne va senza salutare e Sahele piange disperato, la mamma lo accompagna in bagno, chiude la porta e se ne va. Siamo ritornati con il materasso e una mamma che sembrava contenta di non avere più un peso da portare.
Per Sahele è iniziata una nuova fase, non sappiamo se meglio o peggio, ma speriamo possa imparare a fare piccoli lavoretti.
Ho sempre creduto nell’istruzione, nella formazione, ho sempre pensato che la scuola sia necessaria come la Costituzione e da quando vivo a Iringa sono ancora più convinta che il senso critico, la curiosità, la conoscenza siano le fondamenta dello sviluppo, qualunque cosa questa parola abusata significhi.
Un abbraccio
Bruna
”.  

L’esperienza di Bruna, come quella di tutti coloro che vivono realtà di confine, ci porta a confrontare la realtà e l’ideale. Scopriamo così che l’ideale senza la realtà diventa illusione ma la realtà senza l’ideale diventa disperazione. Ecco allora che Bruna, Lucio e la loro Nyumba Ali sono esempio, per tutti noi, di una realtà che vola sulle ali dell’ideale, quello di permettere a tutti una vita dignitosa e integrata.