Sul grande schermo - Indietro con Segre, avanti con Segre: il ruolo del pigiama

03/08/2012 - di Luca Giommi

La cadenza trimestrale della rivista e l’inaccessibilità strutturale, endemica a determinati film, l’impossibilità di fruirne in Italia e, quindi, di scriverne, diventano involontariamente condizioni che legittimano una certa inattualità di questa rubrica. Raramente potremo godere di una piena contemporaneità tra visione e critica di una pellicola, almeno per quanto riguarda determinati titoli.

Spesso proprio quelli ai quali, fidandoci di quanto scritto da altri (più fortunati di noi), ci piacerebbe dedicare uno spazio di critica e riflessione, perché presumibilmente sono proprio quelli che ci interrogherebbero con maggior forza e ostinazione, con maggiore urgenza e in cui il “potere” del cinema si esprimerebbe in modo più pieno. Insomma, gestiamo una sorta di libertà coatta o, quantomeno, a posteriori: sapendo cosa non posso fare, sapendo che non potrò fare, determino cosa sono libero di fare. Pure una ricerca paziente e testarda e la disponibilità di molti cineasti e case di produzione ci porta a conoscere numerosi lavori, alcuni dei quali davvero significativi e realizzati con grande scrupolo tecnico e formale, altri in cui questo elemento risulta evidentemente meno curato e sviluppato, ma che sono in grado di colpirci, emozionarci, fornirci strumenti di lettura della realtà inaspettati, ispirarci, informarci.

            Cito tre film recenti, CIMAP! (di Giovanni Piperno), L’isola dei sordobimbi (di Stefano Cattini) e Allegro Moderato (di Patrizia Santangeli), il quale prosegue un lavoro di documentazione già iniziato, nel 2006, da Il sesto rigo di Raffaella Pusceddu, relativo alle attività e alle personalità dell’orchestra Esagramma di Milano. Però, proprio per riprenderci e sfruttare a pieno (il pieno che ci è consentito) la libertà di cui parlavamo sopra, dedichiamo questa rubrica a un lavoro di qualche anno fa di Daniele Segre, Vestiti di Vita (2004). Precisiamo subito che il film non è di Daniele Segre, quanto il frutto di un’attività laboratoriale collettiva “orchestrata” dal regista piemontese. Il film, infatti, è stato realizzato dagli utenti e dagli operatori del centro diurno “Marco Polo” di Terni secondo le modalità che vedremo successivamente.

Come scrive Stefano Rulli nel libretto che accompagna il DVD di Vestiti di Vita “il cinema è stato in alcuni casi strumento di auto-rappresentazione delle stesse persone con problemi psichici. E qui appare centrale l’esperienza di Daniele Segre che da ManilaPalomaBianca, a Sto lavorando? e A proposito di sentimenti è riuscito a sviluppare un cinema molto intimo e personale proprio nel mettersi a disposizione del mondo ‘altro’ di persone apparentemente incapaci di raccontare se stesse. Trovare un punto di equilibrio artistico tra l’espressione della propria interiorità e il rispetto di quello della persona intervistata, soprattutto se resa più indifesa da una fragilità psichica è un’esperienza ad altissimo rischio”.

Quello che stupisce nei lavori di Segre è proprio la naturalezza con la quale sembra affrontare questo rischio, svolgere gli “argomenti” dei suoi film ed entrare in rapporto con il “materiale umano” che popola e anima i suoi lavori. Che ci si mostrano, che guardiamo nella loro trasparenza. Non ci faccia perdere di vista, questa trasparenza, l’intenso e puntuale lavoro preparatorio sotteso a ognuno dei suoi film. Anzi, spesso palesato dalle scelte di regia e montaggio di Segre, ma che, nonostante o proprio grazie a questo, resta come in secondo piano, lasciando il dato “naturale”, l’oggetto della ripresa/visione in superficie. In questo caso, peraltro, il percorso realizzativo e (post)produttivo è particolarmente articolato e differisce da quello che ha caratterizzato altre pellicole del regista. E torniamo al punto di prima, ovvero alle modalità di realizzazione di Vestiti di Vita, che rappresentano un interessante modello di esperienza di laboratorio, per gli argomenti e la materia trattata, in campo socio-educativo, e per l’approccio metodologico.

Il laboratorio e il video di documentazione finale, come scrive Luana Conti, curatrice del progetto, dovevano “rappresentare un esempio di uso sociale dell’audiovisivo da utilizzare come occasione di formazione per il mondo del volontariato e come stimolo ad aggiornare e sperimentare nuovi e inusuali strumenti di lavoro”.

Segre decide di integrare gli operatori del centro “Marco Polo” con pari trattamento degli utenti all’interno del laboratorio: questa scelta si rivela un elemento fondamentale di tutto il percorso e dello stesso prodotto conclusivo. Propone anche di far ruotare tutto il laboratorio attorno al cambio di abiti e ambienti, suggerendo una lista di oggetti da portare all’interno della sede del centro come possibili “generatori di contesto”. L’idea è quella di smuovere, senza scardinarli, routine, ruoli e immagini consolidati all’interno del centro, introducendo degli “elementi dissonanti” che possano, appunto, innescare dinamiche nuove e imprevedibili. È questa la ragione per cui, nel corso del documentario, vediamo operatori e utenti del “Marco Polo” dapprima in pigiama, poi in abiti civili, poi ancora in eleganti vestiti da sera. Allo stesso tempo, questa scelta fornisce un elemento ritmico evidente e riconoscibile alla narrazione e un cardine al racconto. Si pone, quindi, come creatrice di senso, di significati potenziali, latenti, di contesto e di forma.

Secondo quanto viene ricostruito nel libretto che accompagna il DVD (materiale descrittivo e diario di viaggio molto interessante e stimolante), le riprese sono iniziate in abiti civili, con una “foto di gruppo” dalla quale, uno alla volta, i componenti emergevano per presentarsi e affermarsi come soggetti singoli. Successivamente la presentazione è proseguita in circolo e ognuno ha esposto “ciò che sa fare”, storie quotidiane, passioni, abitudini. Cambiando luogo/scena e indossando il pigiama, ci si è avvicinati ad aspetti più intimi delle persone coinvolte nel laboratorio. “Come ti senti in pigiama? Quali ricordi ti evoca il pigiama? E questo pigiama in particolare?”. Domande semplici che dovevano stimolare ricordi, immagini ed evocare altri luoghi e persone, legami, le difficoltà passate, quelle presenti.

La foto di gruppo in pigiama accompagna poi i partecipanti verso un’altra situazione, la rappresentazione collettiva di vari stati d’animo: il risveglio, la risata, la rabbia, la tristezza. La stanza diventa un luogo carico di emozioni. Una forte energia passa dall’uno all’altro: si crea un terreno di condivisione significativo tra persone che, se quotidianamente convivono, non per questo si “frequentano”, si condividono, si dedicano all’altro. O, meglio, spesso questa condivisione avviene entro strutture, griglie rigide che escludono e proteggono da certi livelli di conoscenza reciproca. Le riprese sono continuate con la sfilata delle donne in pigiama e i commenti degli uomini in fila, pronti ad accoglierle. Poi, in un angolo arredato con un letto, un comodino e un quadro sullo sfondo, a turno i partecipanti hanno raccontato i sogni della notte precedente e quelli più ricorrenti. Anche qui l’intento era quello di cercare, attraverso l’espressione di qualcosa di sé, delle corrispondenze, delle risonanze con e negli altri, un’apertura di se stessi e verso un nuovo rapporto con se stessi. Dall’individuale al collettivo, di nuovo: un girotondo, momento armonico e ludico.

Al centro del cerchio, chiuso dalle mani intrecciate degli altri, ognuno allora trova la forza per dare un nome alle proprie paure e ai propri bisogni. L’ultima serie delle riprese è stata dedicata alle persone in abiti eleganti: dapprima i partecipanti hanno fatto sfoggio delle rispettive mises, poi, dopo una seconda passerella/presentazione, questa volta più convinta, sicura della prima, si è passati alla rievocazione singolare di momenti in cui ci si è vestiti in modo elegante, in occasione di cerimonie, feste, per andare in sala da ballo…

Molto interessante anche il modo in cui è avvenuto il montaggio. Sono state costruite delle cassette individuali dei singoli partecipanti in cui è stato raccolto tutto ciò che, tra le immagini girate, li riguardasse. Questo per più ragioni: fornire agli operatori uno strumento di lavoro, agli utenti uno strumento di autovalutazione e dare a tutti la possibilità di selezionare le proprie parti da inserire nel video finale. In base al girato selezionato dai singoli partecipanti è stato realizzato il montaggio, che doveva cercare di ricavare (ricamare), estrarre una narrazione da materiale in parte frammentario. L’ordine delle riprese non viene rispettato, il video si apre con le scene in pigiama: Segre parte dall’interno e ci mostra gli amici di “Marco Polo” prima nel loro coraggio e nella loro debolezza e solo dopo li contestualizza, quando ormai le notizie sulla loro vita risultano quasi superflue o comunque incapaci di offuscare con qualunque forma di pregiudizio il loro ritratto. In pigiama si annullano ruoli e funzioni: solo dopo si specifica chi è utente e chi operatore e l’orizzontalità veramente praticata nel laboratorio trova la sua rappresentazione metaforica anche alla documentazione.

Ne risulta un lavoro che vive delle sue “imperfezioni”, costruito con soli stacchi, senza artifici eccessivi, senza commento musicale, che si lascia penetrare, vivere e “vitalizzare” dalla realtà, dall’effettività di quanto successo nei tre giorni di riprese e riesce a restituirne la pregnanza, la profondità. Un film intensamente, poeticamente e collettivamente segriano.

  Vestiti di Vita
Laboratorio di Daniele Segre al Centro Diurno “Marco Polo” di Terni

Durata: 39’
Realizzato da: gli utenti e gli operatori del centro “Marco Polo”
Riprese audio/video: stagisti volontari dell’Università di Terni: Simone Fratini, Riccardo Palladino
Assistente tecnico riprese e postproduzione: Marco Coppoli
Montaggio: Francesco Locci
Responsabile e curatrice del progetto: Luana Conti
Produzione: Ce.S.Vol. Terni
Nazionalità: Italia
Anno: 2004 

È possibile richiedere il DVD al Ce.S.Vol. di Terni (www.cesvol.net

Parole chiave:
Cultura, Salute Mentale, Video