Beati noi - La seconda navigazione

03/08/2012 - di Stefano Toschi

Si è tenuto di recente un convegno organizzato dall’Unar, l’ufficio del Ministero delle Pari Opportunità contro le discriminazioni razziali. L’argomento riguardava tutte le forme di discriminazione: handicap, sesso, età, razza, genere, religione, idee politiche e via dicendo. La mia amica e collaboratrice Chiara ha partecipato a questo incontro e me ne ha riferito. Parlando con lei sono emersi alcuni temi a me molto cari.

Durante il convegno la Chiesa Cattolica è stata accusata di non avere ancora firmato la convenzione internazionale sui diritti delle persone disabili. Il Vaticano è l’unico stato che insieme al Quatar non ha sottoscritto questo documento. Ciò è dovuto al fatto che tra gli altri diritti contenuti nella carta c’è anche il diritto di aborto per le donne disabili. Naturalmente la Chiesa non può accettare che l’aborto passi per un diritto: non può fare una discriminazione tra le donne normali e quelle disabili. Le cose non sono mai come appaiono, è sempre necessario fare lo sforzo di una “seconda navigazione”, come diceva il buon vecchio Platone. Occorre avere uno sguardo profondo sulle cose prima di fare delle valutazioni. Ci si potrebbe interrogare sull’opportunità di questo rifiuto della Santa Sede. Non firmare un documento così importante e significativo per le persone con disabilità per colpa di un singolo articolo può sembrare poco lungimirante ma per la Chiesa la vita è un’unica realtà e il diritto alla vita nasce dal momento del suo concepimento e comprende l’intera esistenza umana. Perché permettere ai soggetti più deboli quello che si nega a tutti gli altri? Hanno meno dignità di cristiani i soggetti disabili? Forse che il peccato della persona con deficit è meno grave di quello degli altri? Le cose, dicevamo, non sono mai quelle che sembrano. Prendiamo l’esempio dell’esposizione mediatica che stanno avendo in questo momento le persone affette dalla sindrome di Down. Le possiamo vedere dalla De Filippi, a Buona Domenica, al telegiornale. Nei primi due casi vengono usati come intrattenitori e imbonitori del pubblico, che ride di fronte ai loro limiti, alle piccole manie, alle loro quotidiane difficoltà. Non è chiaro come abbia scoperto questo filone aureo, ma la De Filippi ha fatto passare via etere il messaggio che tutti i ragazzi Down sono terribilmente tirchi. Da questa scientifica osservazione esperita sul campo, eccola invitare amici e parenti a proporre al giovane scambi improbabili fra il loro sorridente porcellino salvadanaio e l’autografo del divo di turno. Poi, tutti a raccontare al pubblico le loro ingenuità e debolezze. I critici televisivi, tutti a dire che la Maria nazionale fa opera di bene contro le discriminazioni e i luoghi comuni sui deficit cognitivi. A me, invece, quei poveri ragazzi, inconsapevoli di essere stati risucchiati dal calderone mediatico che ci viene propinato ogni giorno, fanno tanta pena. Loro e le loro famiglie. Quelli che guardano queste trasmissioni magari sono gli stessi che, poi, pubblicano su Facebook i gruppi del tipo “Picchiamo i ragazzi Down”. Poi, ci sono quelli che, davanti a questi gruppi, si stracciano le vesti, si scandalizzano, alzano la voce, invocano la forca per gli autori. Ma fanno tutto ciò allo stesso modo in cui lo fanno per i gruppi che inneggiano alla violenza sui cani. Queste sono le stesse persone che non hanno mai nemmeno rivolto la parola a un giovane Down, non sanno neppure che tale sindrome non è una malattia, sono gli stessi che chiedono alle mamme dei bambini con la trisomia 21 se sono contagiosi per la loro prole, sono quelli che parcheggiano regolarmente nei posti riservati ai disabili. Parliamo delle stesse persone che forse non hanno mai chiesto a un genitore se avesse bisogno di aiuto nell’assistenza di un figlio disabile, che non conoscono la differenza fra una disabilità motoria, cognitiva e sensoriale, che propugnano un approccio medico nei confronti dell’handicap, quando il vero malato è solo il contesto sociale che rende tali le persone con deficit. Sono i medesimi individui che stabiliscono che, per legge, si diventa anziani a 65 anni, anche se si è disabili, perciò, al fatidico compleanno si passa dalla gestione dell’Asl competente a quella del servizio anziani. Così, a 65 anni, la persona con deficit cognitivo, anche grave, si ritrova a giocare a tombola insieme a tanti arzilli vecchietti, anche se, magari, non sa nemmeno contare fino a dieci o è sordo e non sente quando chiamano i numeri. E si arriva a rimpiangere persino l’attività di infilare perline per ore al centro diurno, per sviluppare le capacità di discernimento e riconoscimento di operazioni manuali semplici (e vorrei capire chi ha stabilito che infilare microscopiche perline in un filo trasparente è una operazione semplice). Tutto questo scandalizzarsi del sorgere di gruppi a derisione dei ragazzi Down fa seguito a problemi reali e quotidiani che sono ben più gravi di uno sparuto manipolo di bulletti che perde tempo a creare pagine sciocche sui social network. Forse bisognerebbe cominciare dall’imparare a non dare del tu a tutti i disabili indistintamente. Si potrebbe iniziare ad evitare di trattare i disabili fisici e sensoriali come se avessero anche deficit cognitivi, di lasciare il peso di tante, gravi situazioni solo sulle spalle delle famiglie, di costruire barriere architettoniche nei modi più sconsiderati, di pensare che un disabile non possa avere alcuna autonomia, di mettere le carrozzine nei cinema sempre in prima fila. Persino i sostenitori delle “classi miste” si stanno ricredendo. Dopo tante campagne in nome dell’integrazione, si comincia a capire che, forse, un bambino disabile si sente più realizzato e meno frustrato quando si trova fra coetanei nella sua stessa condizione di deficit. Solo a parità di condizioni di partenza, si possono apprezzare e vedere valorizzati i propri talenti. Questa è la vera non-discriminazione: permettere anche ai disabili di essere considerati diversi, senza timore, nel farlo, di passare per “politicamente scorretti”. Per uscire da tutti questi luoghi comuni è davvero necessaria una seconda navigazione e forse anche una terza per continuare la ricerca. L’errore più grave è quello di dare qualcosa per scontato e non cercare più.

 

Parole chiave:
Chiesa, Cultura, Legislazione