Sport agevoli - Il Baskin: uno sport integrante e umanizzante

30/07/2012 - Antonio Bodini, di Alexy Valet, Fausto Capellini Associazione Baskin

Il Baskin è un nuovo sport nato a Cremona nel 2002. Sta vivendo uno sviluppo importante nel Nord Italia, suscitando l’interesse crescente di vari mondi: l’universo scolastico, la realtà sportiva, il settore specializzato (nella disabilità) e il campo universitario. Dopo una breve descrizione oggettiva dell’attività (“vista da fuori”) per capire di cosa si tratta, ci soffermeremo più a lungo nel presentare un approccio al Baskin più esperienziale (“vissuto da dentro”) per affrontare il tema dello sviluppo educativo che produce il Baskin nei ragazzi che lo praticano. 

Cos’è il Baskin visto da fuori?  (Prospettiva da chi lo sta scoprendo)
Iniziamo ricordando che il Baskin è sia una disciplina sportiva che una disciplina scolastica.
Il Baskin (abbreviazione di basket integrato) si ispira al basket ma ha caratteristiche particolari e innovative. Un regolamento, composto da 10 regole, ne governa il gioco conferendogli caratteristiche incredibilmente ricche di dinamicità e imprevedibilità. Questo nuovo sport è stato pensato per permettere a giovani normodotati e giovani disabili di giocare nella stessa squadra (composta sia da ragazzi che da ragazze!). In effetti, il Baskin permette la partecipazione attiva di giocatori con qualsiasi tipo di disabilità (fisica e/o mentale) che consenta il tiro in un canestro. Si mette così in discussione la rigida struttura degli sport ufficiali e questa proposta, effettuata nella scuola, diventa un laboratorio di società.
Le 10 regole valorizzano il contributo di ogni ragazzo/a all’interno della squadra: infatti il successo comune dipende realmente da tutti. Quest’adattamento, che personalizza la responsabilità di ogni giocatore durante la partita, permette di superare positivamente la tendenza spontanea a un atteggiamento “assistenziale” a volte presente nelle proposte di attività fisiche per persone disabili. 

Il regolamento del Baskin adatta: 
- il materiale (uso di più canestri: due normali; due laterali più bassi; possibilità di sostituzione della palla normale con una di dimensione e peso diversi); 
- lo spazio (zone protette previste per garantire il tiro nei canestri laterali); 
- le regole (ogni giocatore ha un ruolo definito dalle sue competenze motorie e ha di conseguenza un avversario diretto dello stesso livello. Questi ruoli sono numerati da 1 a 5 e hanno regole proprie); 
- le consegne (possibile assegnazione di un tutor, giocatore della squadra che può accompagnare più o meno direttamente le azioni di un compagno disabile).

Cos’è il Baskin vissuto da dentro? (Prospettiva da chi l’ha già scoperto)
Il Baskin è un “mondo di possibilità” che permette la formazione e l’estrinsecazione delle potenzialità del soggetto. 
Il rapporto che ciascun giocatore instaura con il Baskin è un mondo incommensurabile che non si può riassumere con una descrizione esterna dei fatti, ma che necessita un’immersione nel vissuto esperienziale ed emotivo di ciascun giocatore. Perché, come spesso accade, l’essenziale rimane invisibile. 
Ad esempio, cosa vedrà da fuori un occhio inesperto che guarda un ragazzo giocare a Baskin sulla sua carrozzina (ruolo 1)? Vedrà magari un giocatore disabile che rimane un po’ statico in una parte del campo mentre gli altri si agitano attorno a lui correndo da un canestro all’altro. Osserverà a volte avvicinarsi questi compagni per consegnargli la palla. E lo guarderà tirare nel canestro basso vicino a lui e segnare (a volte).
Ma se invece quest’osservatore inizia a conoscere meglio il Baskin, comincerà a vedere le cose anche attraverso gli occhi di questo ragazzo, intravedendo il suo mondo percettivo; e la sua sensibilità si aprirà alla comprensione di una realtà ben più complessa, ricca e sorprendente. In effetti scoprirà probabilmente un giocatore che sta seguendo con gli occhi lucidi di emozione le azioni dei suoi compagni; azioni che sente anche sue azioni, perché della squadra a cui sente intensamente appartenere, forse come mai l’aveva potuto sperimentare prima di giocare a Baskin. Vediamo come questa impetuosa marea di emozioni che si scatena all’interno di questo corpo apparentemente prigioniero dalla sua staticità contrasta con l’immagine che ha l’osservatore esterno. E tornando sull’intensità dell’esperienza che sta vivendo questo ragazzo, lontanissima da un sentimento di passività, può provare queste emozioni proprio perché sa di avere all’interno della squadra un ruolo che conta, e conta davvero; un ruolo che finalmente si carica di significato e di valore all’interno di un gruppo; un’identità che rinasce perché finalmente viene percepita, riconosciuta, compresa, insomma comincia a esistere. Arriva allora il momento in cui afferra la palla che un suo compagno gli ha portato. Tutti sanno – lui stesso, compagni, avversari, allenatori, spettatori – il valore e il peso nella partita di quello che sta accadendo. Dopo mesi di sforzo e impegno in allenamento, è da due settimane forse che, quando tira con i palloni più piccoli e più leggeri che gli permettono di realizzare un tiro con una minima traiettoria parabolica, riesce a giungere nel cerchio del canestro, ma non sempre; e adesso, davanti a tutti e con i compagni che sperano intensamente, deve essere una delle volte che la palla entra. 

La conoscenza diretta del Baskin ci dota progressivamente di un filtro percettivo che funziona un po’ come una lente d’ingrandimento (sempre più potente) sulle situazioni ed emozioni che ciascuno vive in relazione ai suoi bisogni e alle sue potenzialità. L’esempio del ragazzo con disabilità motoria (ruolo 1) ci ha aiutato a capirlo. Ma questo ragionamento è estendibile a tutti i giocatori di Baskin, poiché ciascuno ha un ruolo preciso definito in base ai propri bisogni e potenzialità. Ciascuno scopre una modalità diversa di relazionarsi allo sport e alla diversità umana. Così che addentrarsi nel vissuto di ciascun giocatore ci fa scoprire un nuovo mondo incommensurabile. Se è vero per i ragazzi con una disabilità motoria, più o meno importante, è anche vero per i giocatori che hanno una disabilità mentale, più o meno importante. E non di meno, è vero anche per i giocatori che non possiedono una disabilità: per i ragazzi, per le ragazze, per chi non ha un profilo particolarmente sportivo o da atleta, con abilità motorie medie, quindi la maggior parte degli alunni nelle classi di educazione fisica, ma anche per chi invece ha ottime abilità motorie e sportive e pratica forse ad alto livello. Insomma il Baskin non sacrifica nessuno sull’altare dello sport ma neanche sull’altare dell’integrazione!
Senza poter raccontare qui il vissuto esperienziale di tutti i giocatori di Baskin, ci sembra interessante prendere il tempo di immergerci un attimo nel mondo di due altri attori del Baskin: un giocatore normodotato e un allenatore o insegnante. E proveremo a farlo questa volta veramente “da dentro”! 
Se, per esempio, sono un giocatore normodotato (ruolo 5 o 4) da quando frequento la squadra di Baskin ho scoperto tante cose su di me. Per esempio adesso so che la mia capacità di muovermi non serve solo a me stesso ma è essenziale per permettere anche ad altri di entrare a far parte del gioco. So anche che devo utilizzarla con discernimento, questa capacità, perché è una risorsa importante per la squadra e devo scegliere a disposizione di chi metterla a seconda delle situazioni che la partita richiede. Ho imparato anche che un compagno, con disabilità o no, non è uno che compete con me, ma è uno che ha bisogno di me e io di lui, della sua bravura, dei suoi canestri. Adesso ho scoperto che quando un mio compagno tenta di fare canestro, magari facendo uno sforzo fisico e psicologico immane, io partecipo intensamente della sua fatica, la sento su di me e vorrei con tutto me stesso vedere la palla entrare regalando la gioia dell’obiettivo perseguito. E poi io, giocatore di ruolo 4 o 5, che credevo che tutti avessero bisogno di me, adesso ho scoperto di avere io bisogno degli altri, dei loro punti, ma anche dei loro sorrisi quando ci si trova per l’allenamento, e della forza morale che vedo nei miei compagni che sanno insistere con pazienza e fatica tanto più grandi della mia.
E se sono un allenatore o un insegnante? Per prima cosa imparo che allo sport appartiene una caratteristica che nel Baskin è fondamentale: la delicatezza. La vedo in tutti i ruoli, gli uni attenti e partecipi di ciò che fanno gli altri e mi accorgo che lo sport (il Baskin) mi sta educando, mi sta facendo cambiare. Voglio anche io essere delicato e voglio che tutti diano il massimo, sento che tutti sono fondamentali e che più il gioco procede più siamo gli uni indispensabili agli altri: questo sport è veramente integrante. Da insegnante mi rendo conto di essere realmente al servizio dei miei allievi e non più il contrario. Sto osservando i “miei” giocatori o allievi e li vedo “fiorire”. Il senso sociale dello sport li ha fatti crescere, non giocano più solo per la fama o per la propria esclusiva affermazione, adesso sentono di appartenere a ciò che li circonda. Sono tanti anni che insegno e penso che anche questo è un diritto che finalmente può essere rispettato: il diritto dei miei allievi di imparare a “sentire” l’importanza del contesto in cui vivono per la loro crescita come persona (la loro educazione ). Ma non solo: quando è arrivato un ragazzo non vedente in carrozzina, siamo stati capaci di farlo giocare insieme agli altri “inventando” l’emissione di un suono (lo schioccare delle dita) che partendo dalla prossimità del canestro permettesse al compagno di rappresentare nella sua mente la posizione del canestro. Ho parlato al plurale perché a questa soluzione finale “efficace” siamo arrivati grazie al contributo di vari soggetti compreso il ragazzo non vedente che ama sentire schioccare le dita. Ancora l’integrazione è figlia di integrazione e quando il giocatore che non vede sta per tirare, il pubblico si autozittisce per permettere che il suono dello schioccare delle dita pervenga alle orecchie del giocatore. Questo silenzio intriso di rispetto e aspettativa è parte di quella “delicatezza” a cui mi sto educando.

I valori educativi del Baskin e “i quattro pilastri formativi” 
Ci si chiede spesso se lo sport possiede valori educativi intrinsechi, cioè se la pratica dello sport educa di per sé, o se invece la trasmissione di questi valori educativi dipende dal modo in cui si fa praticare lo sport e quindi dalle persone. Il Baskin, più forse di qualsiasi altra attività sportiva finora, cambia un po’ il modo in cui solitamente si risponde a questa domanda ricorrente che attraversa le preoccupazioni di genitori, insegnanti, educatori, ma anche studiosi dello sport. Sembra in effetti che la struttura interna del Baskin generi un circolo virtuoso grazie al quale le dinamiche relazionali che si creano partecipano a produrre l’identità educativa di questo sport. Nel Baskin, è il prodotto originale che emerge dalla relazione tra le persone coinvolte e la natura dello sport che crea condizioni migliori per un processo educativo. È ciascuna delle persone coinvolte che, attirata e/o trasformata dalla logica interna di questo sport, conferisce all’attività un pezzetto della sua identità profondamente umanizzante, all’interno di questa dialettica circolare “soggetti-oggetto” in cui causa e effetto si confondono.
Nella seconda metà degli anni ’90, il Rapporto Delors (1997), tradotto in italiano con il significativo titolo Nell'educazione un tesoro, elaborato nell’ambito dell’UNESCO dalla “Commissione internazionale dell’educazione per il XXI secolo” e quindi con una prospettiva planetaria, ha proposto come pilastri fondamentali della formazione: il Sapere, il Saper fare, il Saper essere, il Saper convivere.
Nel Baskin, dall’interazione tra la struttura di questo sport e i diversi attori coinvolti (giocatori, compagni e avversari, allenatori o insegnanti, spettatori, ciascuno accompagnato dal proprio mondo incommensurabile) emerge un processo formativo profondamente umanizzante che si appoggia precisamente su questi 4 pilastri. 

Saper fare (sviluppo motorio ma non solo):
per rispettare la dignità di ogni giocatore nel Baskin, i “canestri” occorre saper farli e saper operare in modo che tutti li possano fare. Ciò comporta, oltre allo sviluppo delle abilità motorie di base, l’acquisizione di una serie di gesti tecnici e atletici che possiamo così riassumere: padroneggiare tecniche e tattiche specifiche del Baskin; sapere prendere decisioni; sapere accompagnare una persona in carrozzina; saper indirizzare un compagno verso la realizzazione del proprio compito.

Sapere (sviluppo cognitivo: conoscenze e sensibilità culturale):
riprendendo ampiamente le parole di Charles Gardou, possiamo dire che l’esperienza del Baskin ci avvicina all’“infinità della diversità umana, la sua polifonia, la fluttuazione delle sue apparenze, la sua profonda non staticità, la sua vulnerabilità essenziale”. Ci insegna “che s’incrociano in ciascuno di tutti noi la sofferenza e la forza, il silenzio e il sogno, le tragedie e i superamenti esemplari”. Ci ricorda “che la vulnerabilità è alla radice, al centro, nella parte più intima di ogni essere e ogni esistenza” e che le persone con disabilità sono in qualche modo “lo specchio della nostra propria incompletudine”, sottolineando la nostra dovuta umiltà di fronte alla vita. Nel Baskin, impariamo “che siamo tutti singolarmente plurali e pluralmente singolari” secondo le belle parole di J-L Nancy.
Ancora, il Baskin sensibilizza al fatto che ognuno ha delle potenzialità che aspettano solo di essere valorizzate, che “nessuno da vicino è normale”, che il linguaggio delle emozioni è lo stesso per tutti, che tutti “ospitano” delle sorprese, dei tesori, che la diversità è e sarà sempre, intimamente, una ricchezza.

Saper essere (sviluppo psicologico e emotivo):
il Baskin favorisce lo sviluppo dell’autostima, accettando i propri limiti ma sapendo anche apprezzare il proprio potenziale. Partecipa allo sviluppo dell’intelligenza emotiva, attraverso il potenziamento delle seguenti abilità: capacità di leggere dentro se stesso (consapevolezza di sé: punti forti e deboli), capacità di riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri (gestione delle emozioni), capacità di governare le tensioni (gestione dello stress, della frustrazione...). L’esperienza del Baskin insegna, sia ai giocatori che agli allenatori o agli spettatori, a saper vivere la competizione in modo equilibrato, grazie alla doppia competenza del saper vincere e saper perdere, assai utile nella vita (anche non sportiva). Ci offre l’opportunità di sviluppare la nostra abilità a comunicare con linguaggi non tradizionali che utilizzano i canali anche dell’affettività.

Saper vivere insieme (sviluppo sociale e relazionale): per ultimo ma non in ordine di importanza, in un mondo dominato dai valori della competizione, l’esperienza del Baskin risana il valore educativo della competizione insegnando innanzitutto a cooperare, per migliorare se stesso e per scoprire le fondamenta del vivere insieme. Infatti, ci aiuta a interagire e relazionarci con gli altri in modo positivo (abilità per le relazioni interpersonali), a comprendere gli altri esercitando la nostra empatia, a lasciare spazio agli altri, a collaborare, a condividere, a rispettare le regole per permettere l’espressione di tutti.

In conclusione, vogliamo sottolineare quanto i principi metodologici ed esistenziali del Baskin, nello sforzo strutturale di differenziare diverse competenze (sia sportive che umane) per valorizzare ciascuna come lo merita, siano vicini ai principi della teoria di Howard Gardner quando individua una pluralità di “intelligenze” ovvero di modalità di conoscere e rapportarsi con il mondo. Infine, sempre inspirandosi allo stesso autore che identifica fondamentalmente tre valori educativi universali che qualsiasi processo formativo governato dall’uomo dovrebbe sempre ricercare, il Vero, il Bello e il Buono, pensiamo che il Baskin, precisamente, educhi al vero, al bello e al buono.