Il magico Alvermann - L’estinzione degli imperfetti

30/07/2012 - di Giovanni Di Giuseppe giornalista e fotografo

Permane tuttora un angolo buio della nostra storia recente e che pochi, specie tra i giovani, ricordano o conoscono. Una mancanza piuttosto grave che ho toccato con mano ogni qualvolta mi sia trovato a discutere di quell’oscuro concetto sintetizzato sotto il termine di eugenetica.
Penso che ciascuno abbia una idea propria su questo ambito specifico della ricerca e per ragioni di opportunità vorrei eludere qualsiasi discorso sugli ultimi sviluppi che questa materia pseudoscientifica abbia attraversato; al contrario, il punto su cui insisto è dato dall’esame del piano internazionale di eugenetica, avviato intorno agli anni Venti del Novecento e continuato in alcuni stati di Europa, Asia e Stati Uniti fin quasi agli inizi degli anni Ottanta. I libri di storia inseriti nei programmi ministeriali della didattica italiana stranamente tacciono quel che invece dovrebbero diffondere, affinché gli sbagli della nostra collettività civile siano acquisiti e superati. 
Ora, so bene che la rubrica de Il magico Alvermann ospita da sempre contributi di riflessione sulla disabilità a partire dalla letteratura. In un campo così vasto parrebbe ovvio concentrarsi sui passi e sulle parole che ci hanno emozionato, fatto riflettere, indotto a migliorare la nostra conoscenza. Tuttavia sono convinto che, per una volta, possa darsi anche un percorso inverso, a partire dagli episodi della vita di tutti i giorni o della nostra storia che ci hanno fatto stare male e che per un basilare senso del dovere andrebbero di tanto in tanto affrontati di nuovo, pena la loro rimozione. 
L’eugenetica, intesa come lo studio e la costruzione di una razza virtualmente perfetta, ha radici lontane, riconducibili probabilmente fino al mito di Sparta, dove la selezione naturale prevedeva che alcuni neonati fossero gettati giù dalla rupe. Un discorso, quello spartano, chiaramente legato alla volontà di assicurarsi la migliore discendenza possibile, in relazione a una struttura corporea idonea per la guerra. Di per sé potrebbe bastare questa evidenza per comprendere quanto fossero fallaci le basi di un simile disegno, ma il problema vero consta nel fatto che il programma di eugenetica non fu una prerogativa del mondo antico. Trascurando l’arianesimo che conobbe il terreno più fertile proprio nella Germania nazista, occorre notare come paesi più che civilizzati come quelli scandinavi (Svezia e Norvegia sopra gli altri) abbiano avanzato e portato a termine piani di eugenetica che prevedessero la sterilizzazione, volontaria e no, di disabili mentali e fisici. In un periodo compreso tra il 1935 e il 1975, sulla scorta dell’idea di un neuro-psichiatra di nome Herman Bernhard Lundborg, il partito socialdemocratico svedese approvò una legge che causò quella che in tempi più recenti è stata giudicata una grave violazione dei diritti umani a danno di oltre 60.000 persone la cui unica colpa consistette nell’imperfezione dei loro geni. 
Senza estendere ulteriormente la disamina storica, che però ho voluto introdurre per dare un quadro perlomeno sommario dell’argomento, sarebbe invece interessante riflettere su questi dati per formulare due domande strettamente imparentate coi fatti appena enunciati; la prima: perché mai, una società civile fondata sulla democrazia e sulla libertà dovrebbe predicare un futuro migliore declinato sul presupposto della superiorità genetica?
Questo argomento, che sicuramente riscosse largo consenso presso l’oligarchia spartana, trasposto all’alba del XX secolo non avrebbe dovuto fare proseliti. Così, se ciò sia avvenuto, le ragioni fondamentali andrebbero rintracciate nell’antropologia. È un impulso metastorico, e che definirei quasi vitale, quello di disporci in perenne confronto con gli altri, quello di classificare, di esprimerci secondo termini di paragone quali “migliore” o “peggiore” e, dunque, dalla tensione costante verso il confronto con i nostri simili può finanche derivare il rifiuto per tutto ciò che sia diverso. Inoltre un ulteriore meccanismo, in questo caso innescato dalla volontà di superare i propri limiti biologici, pare senz’altro dettato dalla difficoltà di accettare il nostro essere imperfetti. Ciascuno di noi, al di là di ogni ostentazione, riconosce la propria perfettibilità e per il fatto stesso che gli uomini siano la specie pensante più evoluta della Terra, il salto che ci divide dal sentimento di onnipotenza si fa piuttosto breve. L’eugenetica in entrambe le sue posizioni, negativa e positiva, concretamente non fa altro che rivelare la volontà da parte dell’uomo di determinare la propria natura. Facoltà che, per natura stessa, all’uomo non è concessa e che quest’ultimo ha inteso perseguire a ogni costo, sia appunto con l’eugenetica negativa (vietando agli altri di procreare), sia nella pratica positiva (escogitando il modo di favorire la dominanza dei caratteri ereditari preferibili, per esempio attraverso la fecondazione in vitro).
Detto questo, in effetti, il motivo per cui un progetto di eugenetica sia nato appare necessariamente non condivisibile ma comunque logico se spiegato come fenomeno connaturato alla condizione umana; ciò nondimeno, quel che dovrebbe destare allarme è che di una realtà storica così drammatica non si parli. Da qui la seconda domanda: perché mai, se la traduzione nella pratica dell’eugenetica, in ogni tempo e in ogni circostanza, si è tradotta invariabilmente in una palese e riconosciuta violazione dei diritti umani, a danno di innocenti e sovente inconsapevoli individui, disabili per nascita, oggi del fatto non si conserva adeguata memoria?
In assenza di una doverosa attività di documentazione e testimonianza, nulla impedirebbe alle generazioni future di ricascare nei medesimi e tragici errori del passato. Trascurando di dire che in ogni caso una seria rivalutazione di tutto il fenomeno, riconosciuta pubblicamente, attiverebbe discussioni utili a rafforzare la cosiddetta cultura dell’accettazione e dell’inclusione, sia in relazione alla disabilità mentale e fisica, sia per l’eliminazione una volta per tutte di preconcetti sulla presunta superiorità e inferiorità di un individuo rispetto a un altro. 
Benefici, questi, che al di fuori dei discorsi pubblici, possono giungerci soltanto dalle arti, in quanto esse rappresentano l’unico e vero contributo umano alla riflessione e alla conoscenza. Giusto la letteratura, come nel caso de Il magico Alvermann, può fornirci in proposito insieme agli argomenti pure il supporto della testimonianza. E in fondo, si tratta di un’autentica lezione di libertà.
Pertanto, a coloro che ancora oggi sostengono di operare in nome di un bene comune, in barba ai diritti elementari dei soggetti più deboli e meno tutelati – come per anni sono stati gli uomini e le donne afflitti da malattia mentale o fisica – riporto i passi della trilogia che un dissidente cinese scrisse contro la rieducazione di massa imposta dal maoismo. Ne Il re degli alberi, il libello che narra la vicenda dei giovani studenti inviati tra i contadini allo scopo di essere rieducati, il tema dell’utilità collettiva duramente perseguita si traduce nel disboscamento degli alberi creduti superflui per lasciare posto alle piante migliori. 

Li Li sbottò: - Quest’albero dev’essere abbattuto! Occupa molto spazio che potrebbe essere usato per piantarvi alberi utili! 

- Quest’albero non è utile? - chiese il Grumo. 

- Certo che no. A che serve? Ci si possono fare ciocchi per il fuoco? O mobili? O case? Non ha un gran valore economico -.

Il Grumo rispose: - Secondo me è utile. Io sono un uomo semplice, non so spiegare a cosa serve, ma esser cresciuto fino a diventare così grande non è una cosa da poco. Se fosse un bambino, colui che l’ha nutrito non l’abbatterebbe -. 

Li Li scuoteva la testa esasperato: - Nessuno ha piantato quest’albero e di alberi selvatici come questo ce ne sono fin troppi. Se non ci fossero, avremmo da tempo portato a termine la messa a coltura delle terre. Per dipingere i quadri più nuovi e più belli ci vuole un foglio di carta bianca. Questi alberi sono un ostacolo, vanno abbattuti. Noi stiamo facendo la rivoluzione, non stiamo crescendo un bambino! 

(Brano tratto da Acheng, Il re degli alberi, Milano, Bompiani, 1994, p. 63)

Rileggendo, trovo straordinaria la metafora dell’uomo che per farsi creatore esige un foglio di carta bianca. Malgrado sia tutto il dialogo, orchestrato intorno all’utilità, a rivolgerci un messaggio inequivocabile. Sul progresso che richiede prevaricazione. Sulle illusioni.