Un sacco bello - La bellezza: un modo di vivere

30/07/2012 - di Claudio Imprudente e Roberto Parmeggiani

Chi come noi era giovane negli anni ’80, ricorderà senza dubbio Un sacco bello, il primo film di Carlo Verdone.
Primo di una lunga serie, nel quale l’attore e regista romano, mette in campo tutte le sue abilità proponendo una carrellata di personaggi assolutamente spassosi.

Protagonisti davvero particolari, fuori dagli schemi… Ma che sono esattamente quello che ci si può aspettare da un film con questo titolo: un sacco belli!
Un irriducibile ragazzo prossimo alla trentina, privo oramai d’amici che parte per un “tour del sesso” in Polonia; un ingenuo e goffo ragazzo trasteverino che deve raggiungere la madre in vacanza a Ladispoli; infine Ruggero, che vive in una comunità di ragazzi dopo aver avuto una visione mistica, una sorta di hippie che professa l’amore libero e il distacco dal mondo moderno. Insieme a questi, altre comparse come il prete Alfio, il cugino Anselmo e un vecchio professore autoritario.
Una varia umanità davvero strana, parodia divertente che svela comportamenti e atteggiamenti alquanto comuni, quelli che ognuno di noi mette in atto senza rendersene conto, finché, appunto, qualcuno non ce li mostra, proponendoli da un altro lato.
Un sacco bello sarà anche il titolo di questa nuova rubrica di “HP-Accaparlante”, che, come al solito, intende sovvertire il pensiero comune e, nello specifico, un certo modo di pensare che tende a omologare le idee e le immagini evitando un confronto reale a fronte di affermazioni buoniste e semplicistiche.
Una rubrica nella quale raccontare di esperienze, idee, storie dalle quali possa emergere il rapporto tra diversità e bellezza, ovviamente con un occhio speciale al declinare la diversità come disabilità.
Un sacco bello, qualcosa che esce, quindi, dallo schema, che ci mette in discussione, che ci obbliga a confrontarci con ciò che siamo, che ci svela e ci mostra un altro lato di noi… Un lato diversamente bello. 
Sensazioni, le stesse, che ci vengono anche dal mettere in relazione disabilità ed estetica, un rapporto che ci obbliga a uscire dallo schema, a cambiare il punto di vista, a trovare un altro lato, diversamente bello.
Tale rapporto è stato sviscerato in diversi modi e da molti punti di vista.
Sia nell’ambito accademico che in quello associativo, riflessioni a partire da concetti astratti e altre che partono dall’esperienza, idee e progetti per fare spettacolo altri per ragionare insieme.
Anche noi abbiamo trattato il tema in un articolo scritto precedentemente, nel quale abbiamo posto questa provocatoria domanda: “Ma i disabili sono belli o brutti?”.
Molti lettori si sono sentiti chiamati in causa e hanno inviato risposte di varia natura, chi sottolineando l’aspetto paradossale del quesito, chi affrontandola in modo serio e analitico con risposte che rasentavano la filosofia, chi non comprendendo il senso ironico esprimendo, quindi, la propria indignazione e la propria incomprensione rispetto alla domanda.
Tanto interesse è molto interessante e significativo, perché ci svela che è un tema poco discusso e relegato nell’angolo dello scontato. In tanti si sono chiesti: perché farsi una domanda di questo tipo? Che senso ha? In fondo le persone con disabilità sono come tutte le altre, belle o brutte a seconda dei gusti.
Questa è una risposta molto vera e ci permette di superare il primo livello di discussione, quello della bellezza intesa in senso ordinario, semplicemente legata all’aspetto esteriore.
Se però prendiamo in considerazione l’estetica in quanto scienza filosofica del bello, non ci basta parlare di gusti ma dobbiamo chiederci che rapporto ha e come viene gestita la bellezza quando si abbina alla diversità e, più in specifico, con la diversità.
Per fare ciò, abbiamo fatto la cosa, a nostro avviso, più semplice. Siamo entrati nel contenitore di notizie più grande al mondo e abbiamo digitato “disabilità e bellezza”.
Non pensavamo ma abbiamo trovate davvero tante notizie, diverse tra loro per luogo, tipo e partecipanti. Tra le tante idee, progetti ed esperienze raccolte, ne riportiamo una che ci ha molto colpito:
concorso di bellezza per donne disabili e i loro amici animali: un concorso con passerella e giuria, che prevedeva la partecipazione di donne disabili accompagnate dal loro amico a quattro zampe, il cane che vive con loro.
Fermi tutti?
Va bene che la rubrica si ispira a un film che racconta storie davvero strane, ma questa esperienza ci pare proprio unica.
Perché una persona con disabilità dovrebbe sfilare insieme a un cane?
Forse perché fa una buona azione?
Oppure è il contrario, cioè è il cane che fa una buona azione verso la persona con disabilità?
Forse lo scopo del concorso di bellezza è proprio questo, indovinare chi tra i due fa la buona azione?
E perché non si è mai vista Naomie Campbell sfilare con un cane?
Uhm, non è che il vero significato della sfilata è che la persona disabile, di solito, è sola come un cane?
Ironizzare su questa notizia ci è venuto facile.
Insomma, tra i tanti modi per mettere in mostra la bellezza delle donne, era necessario proprio organizzare una sfilata di questo tipo? 
Come succede spesso, però, da una riflessione scaturisce un’idea o, come in questo caso, è immediato mettere a confronto la solitudine con la bellezza e svelare un altro lato del discorso.
Ci piace pensare e affermare che ciò che è bello è per sua natura condiviso.
Altrimenti perché curiamo il nostro aspetto o ci vestiamo in un certo modo? Perché ci occupiamo dell’ambiente in cui viviamo e delle relazioni con gli altri? Cosa ci spinge a rendere bella la nostra vita se non il desiderio e la necessità di condividerla con gli altri?
Ciò che è bello è per sua natura condiviso, proprio perché la bellezza, in qualsiasi forma si esprima, chiama in causa la nostra attenzione e il nostro interesse, ci colpisce e affascina.
Possiamo affermare, quindi, che bellezza e solitudine non possono andare di pari passo, se c’è una non c’è l’altra e, quindi, che ciò che è solo (non ciò che è unico!) non può essere bello.
Se prendiamo per buono questo, scopriamo che la bellezza non è legata solo all’aspetto fisico ma è una qualità che ci riguarda a 360°, a partire dall’aspetto estetico fino ad arrivare alla nostra casa e alle nostre relazioni.
Aggiungiamo quindi un altro tassello: la persona con disabilità non risulta bella o brutta se viene fatta rientrare, o meno, negli stereotipi della bellezza delle persone normodotate, ma diventa bella o brutta se riesce a costruirsi, o meno, una realtà di vita nella quale le relazioni e la condivisione della quotidianità siano alla base. 
Ecco allora lo scopo di questa rubrica: il raccontare la bellezza come un modo di vivere più che come un modo di apparire, che ci permetta quindi di avere una visione ad ampio raggio del tema.
Il desiderio è che questo spazio possa ospitare esperienze, idee, progetti e tutto ciò che tenta di proporre un altro punto di vista sul rapporto tra bellezza e disabilità, che ci permetta, quindi, di estendere il nostro orizzonte e che ci aiuti a conoscere altri lati della bellezza.
Sarà un’avventura interessante, che ci piacerebbe percorrere insieme a voi e alle vostre esperienze, per raccontare la realtà dal punto di vista di chi la vive in prima persona, di chi, giorno dopo giorno, tenta di costruirsi un proprio modello di bellezza, più o meno legato alle mode del momento. 
Se avete una storia da raccontare, scrivete scrivete!

claudio@accaparlante.it