Sul grande schermo - Le presenze ingombranti rovinano il panorama

30/07/2012 - di Luca Giommi

Nel 2009 sono usciti nelle sale italiane due film che, con intenti molto diversi, affrontano il tema della disabilità e della diversità o, almeno, lo inseriscono all’interno di una narrazione della quale queste sono un elemento portante, “invadente”.
Il primo è Ricky – Una storia d’amore e libertà di François Ozon, regista eclettico (e a mio avviso sempre “incompleto”) presentato all’ultimo Festival del cinema di Berlino; il secondo è Los abrazos rotos (Gli abbracci spezzati) di Pedro Almodovar, film in cui riferimenti autobiografici più o meno palesi consentono al regista di svolgere una riflessione allo stesso tempo morale, emozionale e filmica (ha partecipato al Festival di Cannes 2009).

Ricky  racconta la storia di Katie, divisa tra il lavoro in fabbrica e la figlia, senza marito o compagno, che, innamoratasi del collega Paco, darà con lui alla luce il piccolo Ricky. Le recensioni e i trailer che hanno anticipato l’uscita del film hanno, ovviamente, impedito di vivere appieno la “sorpresa” che stravolge la trama, ovvero la nascita sulla schiena del neonato di due ali dapprima raccapriccianti e che, via via, si fanno sempre più grandi tanto da consentirgli di volare. Pure, la costruzione di questa sorpresa, l’evoluzione narrativa che ad essa porta, risulta a livello formale e non solo l’aspetto più riuscito di questa pellicola. Ozon infatti non rinuncia a immettere, in una regia che fin lì (e in seguito) risulta piuttosto piatta e di taglio realista, da cronaca sociale, stilemi horrorifici che descrivono bene l’evoluzione “angelica” della trama e del piccolo: elementi analogici e premonitori (il pollo a cena, la stanza del nascituro con le pareti azzurre e le nuvole…), le ferite presenti sulla sua schiena che paiono causate dalla disattenzione paterna o, peggio, dalle percosse che Paco avrebbe inflitto al bimbo. I protagonisti sembrano incapaci di leggere questa situazione inattesa, di rapportarvisi, se non alimentando sospetti e incomprensioni reciproci che porteranno a una momentanea divisione tra Katie e Paco. 
Lentamente, ma in modo disturbante, le cose si mostrano per quello che sono: ali che, per svilupparsi, lacerano inevitabilmente la pelle di Ricky e la stabilità che la coppia era riuscita a creare. 
Svelato il mistero, però, il film torna sui binari iniziali e, alla perdita di forza delle immagini (non a caso) si affianca la debolezza o la prevedibilità del ragionamento sull’elemento di diversità rappresentato da Ricky. Tutto si presenta secondo uno schema piuttosto classico, per cui, se all’inizio Katie cerca di nascondere il segreto del figlio nel timore, fondato, che gli altri possano non comprendere la sua diversità e quindi fargli del male, ma negando al tempo stesso autonomia e libertà al piccolo, finalmente capisce che il modo migliore per esaltare e liberare questa diversità è lasciarla esprimere: perdere il piccolo Ricky perché lui possa manifestarsi pienamente a se stesso e agli altri e perché il suo amore materno possa rivelarsi nella forma più perfetta. “Storia d’amore e libertà”, appunto…
Una favola moderna, con protagonista un “angelo” proletario, realistica (alla Loach-Dardenne per certi versi), surreale e fantastica insieme. Ironica, anche (quanto volontariamente non saprei dire): impossibile non abbozzare un sorriso quando Ricky, legato a un filo per non farlo fuggire, viene mostrato a famelici giornalisti (paganti… e chiamati dai genitori) e sembra un aquilone in carne, ossa e piume. Forse l’ironia della scena vuole mostrare l’assurdità di certe pratiche “gossipare”… Ozon sembra non riuscire a gestire fino in fondo le implicazioni forti che la trama presupponeva e, non facendolo, realizza un lavoro a tratti stucchevole e patetico. Proprio per questo meno intenso e più debole. 

Almodovar, invece, sempre fedele alle sue geometrie e geografie dello spazio, dell’immagine e dell’anima, realizza un film intenso e credibile. Nel quale la disabilità, l’infermità e il dolore scorrono dal primo all’ultimo fotogramma in modo, più che evidente, sottilmente invadente, ma senza sacrificare altri elementi della narrazione. In questo (solo in questo) ricorda La ragazza del lago di Molaioli (2006), film pervaso di disabilità, tanto che praticamente nessun recensore all’epoca notò questo “dettaglio”, evidenziando piuttosto gli aspetti e i meccanismi investigativi e da thriller del film, peraltro trattati con maestria del regista italiano (si veda anche “HP-Accaparlante” n. 1, 2008).
Dal racconto del rapporto tra lo scrittore Arthur Miller e il figlio Down (potenziale sceneggiatura di Mateo Blanco-Harry Caine di un futuro film… nel film… nel film) al cancro del padre del personaggio interpretato da Penelope Cruz, Lena; dalla morte di suo marito, il ricco Martel, al coma da abuso involontario di droghe di Diego, figlio inconsapevole di Blanco-Caine e della produttrice Judit, alla cecità di Blanco-Caine stesso, regista prima di perdere la vista (e anche successivamente), che non può non essere associata al periodo di cecità vissuto da Almodovar recentemente. Tutto concorre a creare un’atmosfera di instabilità in cui cadono i confini tra volontà e involontarietà, errore, colpa e innocenza, gioia e dolore, sanità e malattia, forza e fragilità… A rafforzare questa sensazione anche l’eterogeneità dei generi che Almodovar mixa sapientemente, muovendosi tra melodramma, comico, thriller, commedia, Donne sull’orlo di una crisi di nervi (citato e ricostruito; tanti altri i riferimenti più o meno palesi, tra i quali Viaggio in Italia di Rossellini). Così come i continui flashback e l’intreccio narrativo molto articolato, quasi una mise en abîme. 
Una riflessione molto matura sulla vita (la quale, per dispiegarsi, deve ricorrere anche a qualche forzatura ed eccesso, tutti perdonabili); un atto d’amore verso “il mistero del cinema come macchina produttrice di piacere e dolore e alla realtà di chi lo fabbrica, nessuna maestranza esclusa…; una riflessione sul cinema e sulla responsabilità di chi lo fa, sul potere e il (non) limite dell’occhio, della visione (le mani che guardano lo schermo). Non è la prima volta, peraltro, che Almodovar si confronta con la disabilità, l’infermità e con i cambiamenti, anche dolorosi, legati a queste condizioni. Ricorderete Parla con lei, il rapporto che si sviluppa tra Benigno e Alicia e quello, più difficoltoso e distante, tra Marco e Lydia, il confronto con la morte che non è ancora tale e con la vita che lo è solo potenzialmente o in base a un atto di fede (fiducia, amore…).

Ricky  e Gli abbracci spezzati sono film diversi tra loro: Ozon vi inserisce un elemento di diversità forte, iper-evidente, paradigmatico e simbolico, ma questo gli sfugge più di quanto Ricky riesca a fuggire dal pregiudizio altrui e dalla sua condizione di cattività. Lasciando, però, anche lo spettatore a distanza da quell’elemento o producendo, al massimo, un’empatia momentanea e innocua. Almodovar, invece, fa fluire questa diversità-instabilità ricordandoci la sua ineliminabile presenza, senza costruirla o imporla d’autorità. Ne fa un oggetto meno monolitico, più umano…

Gli abbracci spezzati (Los abrazos rotos)
Durata: 129’
Regia: Pedro Almodovar
Soggetto: Pedro Almodovar
Sceneggiatura: Pedro Almodovar
Montaggio: José Salcedo
Fotografia: Rodrigo Prieto
Musiche: Alberto Iglesias
Produzione: El Deseo S.A., Universal International Pictures
Nazionalità: Spagna
Anno: 2009

Ricky – Una storia d’amore e libertà
Durata: 90’
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon, Emmanuèle Bernheim
Liberamente tratto da: Moth di Rose Tremain
Produzione: Teodora Film, Eurowide Film Production, FOZ, BUF, France 2 Cinema
Nazionalità: Francia
Anno: 2009

Parole chiave:
Creatività, Cultura, Video