Lettere al direttore - Risponde Claudio Imprudente

30/07/2012 - Claudio Imprudente

Buongiorno sig. Claudio, mi chiamo Marina e sono la mamma di una stupenda creatura di nome Lorenzo. Lorenzo oggi ha nove anni ed è bordeline ovvero con un QI di 78 e gli è stato diagnosticato un disturbo lieve di apprendimento.

Non sto a descriverle tutto il nostro difficoltoso  cammino soprattutto con l’inizio della scuola elementare. Lorenzo è dislessico disortografico, disculico, insomma con delle difficoltà e da parte della scuola non c’è stato dato nessun aiuto. Lorenzo doveva arrangiarsi, ma come poteva da solo? Per fortuna abbiamo avuto vicino una logopedista stupenda che ci ha sempre aiutati. A metà anno, prima la decisione di cambiare scuola con notevole miglioramento da parte del bambino, poi la decisione dell’insegnante di sostegno per dare la possibilità a Lorenzo di essere come gli altri. Lorenzo ha avuto l’insegnante di sostegno soprattutto per mia volontà, li avevo contro tutti. Anche gli specialisti mi dicevano Lorenzo non è handicap e devi certificarlo come tale se avere delle difficoltà vuol dire avere handicap. Va bene dicevo io. Lorenzo desiderava avere vicino un insegnante che gli desse gli strumenti necessari per imparare e alla domanda “Ti piacerebbe avere un insegnante tutta per te?”,  la risposta è stata affermativa. Lorenzo sta finendo la terza elementare con l’insegnante di sostegno vicino, i progressi sono notevoli e Lorenzo è sereno che è la cosa principale. Da poco sono socia AID e durante una riunione mi dicevano che sono contrari alla certificazione per l’insegnante di sostegno, perché i bambini con difficoltà di apprendimento non sono handicap. Però il proprio figlio prende l’assegno di frequenza ovvero di invalidità. Allora io mi chiedo invalidi sì handicap no. Le chiedo ma la parola handicap perché fa ancora così paura? Mio figlio ha difficoltà e se ne rende perfettamente conto con tutti i problemi che ne derivano, ma ha vicino delle insegnanti disponibili a capire le difficoltà e a far capire agli altri bambini che aver difficoltà non vuol dire essere diversi. Lorenzo pian piano prende sempre più sicurezza e cerca sempre di dare il massimo. Mi sarebbe piaciuto avere un suo parere, ci tengo davvero tanto, mi scuso se mi sono dilungata un po’ troppo. Grazie della sua attenzione. Una mamma

Cara Marina,
intanto grazie per la bella lettera.
Alla quale non è facile rispondere. Credo che il punto, come mi pare lei abbia fatto, sia capire quale sia il bene per Lorenzo e come preparare al meglio il terreno per il suo futuro.
Mi spiego meglio: se il bene di Lorenzo è avere un insegnante di sostegno per la quale occorre una certificazione, benvenga la certificazione, sapendo però che poi questa resta come un “bollino” attaccato a Lorenzo. E poi, magari in un futuro anche prossimo, si dovrà affrontare quel che avere questo bollino comporterà per Lorenzo stesso e per le persone che ha attorno. Io non conosco bene la situazione, e credo che tu abbia una capacità di discernere maggiore di chiunque altro rispetto alle effettive priorità per lui.
Sì, in un certo senso l’handicap e la disabilità ancora fanno paura, nel senso che non è scontata una risposta “positiva” di fronte al “bollino” di Lorenzo. Né ora, né in seguito…
Mi scusi se le dico cose forse scontate, ma in un certo senso il conflitto è tra il bene attuale di Lorenzo (che a quanto capisco è legato anche alla presenza di un insegnante di sostegno ed è una cosa concreta con la quale confrontarsi) e il suo bene futuro (che è un territorio dai contorni indefinibili, soprattutto riguardo alla risposta della società al suo “bollino”).
Le chiedo solo una cosa, di rispondere a questa mia lettera.
La ringrazio ancora. 

Caro sig. Claudio,
mi ha fatto molto piacere ricevere la sua risposta. Leggendola mi si sono accese numerose lampadine e di cose da dire e su cui discutere ce ne sarebbero davvero tante. Ma mi premeva dirle, anche se sembrerà scontato, che indipendentemente dall’insegnante di sostegno, basta andare controcorrente per avere un bollino, purtroppo questo l’ho messo in conto e ne sono ben consapevole. Del resto questo è il mondo dei perfetti e quando qualcuno ha delle difficoltà, è inutile negarlo, si cerca di metterlo da parte. Lorenzo è un bambino sensibile, questo lo ha già capito, e delle volte la derisione da parte degli altri bambini lo ha ferito. Io dico sempre a Lorenzo che nessuno è perfetto, c’è chi riesce meglio in una cosa e chi in un’altra, tutti meritano rispetto, l’importante è impegnarsi al massimo per quello che si può. Lo so che il cammino che ci aspetta è ancora arduo e non nego che un po’ mi spaventa, soprattutto per quello che dovrà ancora affrontare Lori. Lorenzo ancora non sa di essere un bambino speciale, non avrà un QI di 110, ma possiede un’intelligenza del cuore che pochi hanno e sa di non essere solo e di avere al suo fianco due genitori che non sopportano le ingiustizie e che si batteranno insieme, sempre, per quello che è giusto per la sua serenità, quella che tutti i bambini meritano di avere. Ora la saluto sperando di non averla annoiata e chissà magari un giorno sentirà ancora parlare di me, sono molto battagliera: sa, l’amore che un genitore prova per il proprio figlio è immenso. Tanti saluti Marina.

 
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Caro Claudio,
mi chiamo Donatella e sono una ragazza di 26 anni, disabile motoria.
Ti scrivo spinta dalla lettura della tua rubrica SuperAbile del 17 ottobre. Sono d’accordo con te; anche se forse, nei confronti della Chiesa, sono un po’ più dura. Sarà dovuto al fatto che ormai me ne sono allontanata da tempo, proprio per questo suo modo di porsi nei nostri confronti.

Strano (o forse no) questo, da parte mia, cresciuta con 13 anni di scuola cattolica. Una scuola poi, che mi ha sempre stimolato non lasciandomi chiusa nello stereotipo “poverina, ha dei problemi, non chiediamole troppo”. Ma l’atteggiamento dominante della Chiesa, con quel suo quasi “venerarci” perché attraverso le nostre sofferenze siamo più vicino a Cristo o con quel suo quasi “invidiarci” perché noi abbiamo una “croce” da portare e loro no, mi innervosisce molto. Magari mi sbaglio, ma io ho sempre provato questo.
Che poi, ritengo di essere fortunata; non penso di avere una croce così pesante, ci sono padri di famiglia che perdono il lavoro, bambini che muoiono di fame. Come faccio a non reputarmi fortunata, davanti a queste realtà? Ma sono anche fortunata perché attraverso questa mia disabilità ho fatto esperienze e conosciuto persone fantastiche, che altrimenti non avrei conosciuto; e soprattutto, non sarei stata io, sarei stata un’altra Donatella, e siccome sono felice di ciò che sono, sono contenta.
Sì, forse la Chiesa ha contribuito a disegnare su di noi certi stereotipi; come quando la gente rimane stupita e mi tratta come una super donna perché mi sono laureata in Economia. Ma perché? Quanti laureati di Economia ci sono all’anno? Io sono come tutti quei laureati, sono come tutti e come tutti ho i miei problemi che richiedono un certo aiuto; ma anche una ragazza madre può avere bisogno di aiuto, o l’amico accanto a noi che ha un dubbio che lo cruccia. Non ho niente di speciale rispetto a tutti gli altri.
So che la Chiesa è composta da tanti credenti e ci sono anche quelli che sanno capirci, ma alcune affermazioni fatte ad alto livello, e non solo, mi hanno allontanato. Anche se porto sempre, nel cuore, le parole di Gesù.
Ho scritto seguendo il cuore, spero si capisca; quando si è tanto coinvolti da ciò che si scrive, a volte si dimentica un po’ di sano distacco.
Grazie per aver proposto questo tema nella tua rubrica.
Un saluto.
Donatella Nenci

Qualche tempo fa scrissi un articolo sul rapporto tra Chiesa e disabilità. Pur riconoscendo che la Chiesa ha fatto la storia dell’assistenza rivolta alle persone disabili, contribuendo, in questo modo, a riconoscere loro un diritto fondamentale, che ne precede, direi logicamente, altri, ovvero il diritto all’esistenza; e pur sottolineando che i primi istituti che accoglievano persone con disabilità erano pressoché tutti cattolici, facevo notare un certo ritardo delle istituzioni cattoliche (e anche di parte dei credenti) ad aprirsi a una visione più completa e meno riduttiva della persona disabile.
Riassumendo, la Chiesa ha fatto difficoltà a immaginare la persona disabile come partecipe di diritti e soprattutto di doveri, come artefice della sua esistenza unica, come soggetto attivo. Ovvero, come credente pieno (si tendeva e si tende, ad esempio, a pensare che i Sacramenti non siano strettamente necessari alle persone disabili, perché Dio comunque li avrebbe salvati, senza che ad essi venisse chiesto di porre quei segni di salvezza all’interno della comunità umana).
Le cose, negli ultimi anni, sono cambiate, a mio avviso nella giusta direzione. Compito di ogni credente è anche quello di lavorare per rafforzare questo orientamento.
Sono consapevole della complessità di questo argomento, e lo spazio di una rubrica è strutturalmente insufficiente a sviluppare a pieno un discorso così delicato. Mi farebbe molto piacere che diventasse uno stimolo alla discussione, al confronto, alla condivisione delle rispettive esperienze. Donatella ci ha parlato della sua, la lettera mi è da subito sembrata molto interessante. Grazie Donatella, abbia coraggio, prima o poi la Chiesa passerà dal Sabato Santo alla Domenica di resurrezione…