Beati noi - Un lavoro che vale doppio

30/07/2012 - di Stefano Toschi

Prima, serve/i. Poi, colf, termine inventato dal sen. Giovanni Bersani come acronimo di collaboratrici/ori familiari. Oggi, badanti. Quasi tutte donne, perché il lavoro di cura è pressoché sempre sulle spalle delle donne, in tutte le società e le culture. Le badanti sono coloro che badano. Come il mandriano bada il bestiame… perché nelle versioni di latino e greco del liceo “badare” si trova per lo più riferito a questo. Delle persone ci si prende cura, non si “badano”. Questo verbo non prevede una reciprocità dell’azione, ma nemmeno una vera e propria attività, perché badare una persona letteralmente significa vegliarla, prestarle attenzione. “Bada!” è un ammonimento che significa “Stai attento!”, ma ancora una volta non c’è reciprocità. Invece la badante non dovrebbe semplicemente stare attenta a una persona, tanto meno se questa, come nel mio caso, non è un anziano, bensì un adulto con handicap bisognoso di cure ben più ampie del cambio pannolone – preparazione brodino – pastiglina serale – messa a letto. Da quando è mancata mia mamma, di “badanti” ne sono passati/e in casa mia una quantità indefinita. Ma, sempre, il filo conduttore è stata la reciprocità e lo scambio. Non solo prestazione d’opera – salario, come in un qualsiasi altro rapporto di lavoro subordinato. Sono stati due bisogni a cercarsi e a unirsi. Il mio, di assistenza continua. Il loro… di una casa, di uno stipendio, di una nuova opportunità di vita, spesso lontano da casa, di un lavoro, cui in Italia si lega inscindibilmente la permanenza sul territorio per gli stranieri. Purtroppo molti di loro avevano delle carenze. Per lo meno, delle incompatibilità con i miei bisogni. Tante delle loro caratteristiche o esperienze mi hanno fatto pensare. Ho conosciuto Paesi e culture così lontane e diverse da non averle neppure sentite nominare prima. Ho incontrato fedi diverse e mi sono stupito di quante analogie avevano col mio credo. Mi sono sentito dire da un giovane africano che qua in Italia rinneghiamo la fede che abbiamo insegnato loro ad avere, quasi come se volessimo significare che a loro abbiamo trasmesso i residui delle nostre credenze che per noi non sono più tali. Così come in Africa arrivano i nostri abiti dismessi, i farmaci avanzati e spesso scaduti, gli occhiali fuori moda, così abbiamo dato loro una religione di cui noi stessi non abbiamo più rispetto. Ora sono loro a insegnare a noi la fede, la speranza, la carità. Ho imparato che, se fuggi dal tuo Paese perché perseguitato, per avere asilo politico altrove devi rinnegare la tua identità. Ho capito che se non possiedi i documenti e il permesso di soggiorno, non sei nemmeno considerato una persona. Ho appreso la necessità che chi mi assiste parli la mia stessa lingua o, almeno, la capisca. La comunicazione è fondamentale nello scambio assistenziale. Se io non posso far comprendere i miei bisogni, a causa delle difficoltà linguistiche, la cura di me non potrà essere adeguata. L’aspetto che più mi ha fatto riflettere di questa considerazione è il fatto che io sono un convinto assertore delle infinite possibilità delle forme alternative di comunicazione, specie di tutte quelle non verbali. Tuttavia, ho compreso che comunicare un pensiero, una riflessione, uno stato d’animo o, in generale, qualcosa di totalmente teorico è differente dal comunicare una necessità fisica. Non solo: anche nella comunicazione per così dire alternativa, è comunque necessario che chi riceve la comunicazione comprenda la lingua di chi la emette. Non importa come vengono comunicati i bisogni, ma è necessario che vengano compresi. Poi, magari, la persona anziana non ha particolari esigenze da comunicare, spesso è demente o si accontenta di avere qualcuno che ascolti i racconti di epoche passate e di anni lontani, senza che necessariamente vi sia interazione. Ma io ho bisogno di qualcosa in più di un cambio e una minestrina, in caso contrario il mio deficit fisico si trasformerebbe in un deficit di relazioni umane paritarie, in una mancanza di qualcosa che va oltre una difficoltà materiale e si trasforma in un vuoto morale. Questo trovarsi di due bisogni complementari deve poter comprendere la scelta, da parte di entrambi. Spesso, la burocrazia, insieme alla necessità, fanno passare in secondo piano la scelta. Quando una professione prevede la relazione umana in maniera così predominante come avviene per il lavoro di cura, anche il lavoratore deve poter scegliere il suo datore di lavoro. Non a caso, il contratto di lavoro domestico ha due caratteristiche significative. La prima, che è tendenzialmente a tempo indeterminato. Questo è un buon segno del non voler porre limiti di tempo fin da subito a un lavoro legato così strettamente ai bisogni di un’altra persona, che non ha una “data di scadenza” come oggi, purtroppo, quasi tutte le professioni hanno. La seconda, che per il licenziamento del lavoratore non occorre la “giusta causa”. Insomma, non è necessario che il lavoratore domestico abbia tutte le caratteristiche più negative che di solito inducono il datore di lavoro al licenziamento. Semplicemente, due persone, prima ancora che due bisogni, si devono trovare. Nessuno dei due può imporre all’altro di piacergli, sebbene si possano imporre regolamenti lavorativi, ritmi, abitudini, convivenza. Anche il periodo di prova è sufficientemente lungo per far sì che le incompatibilità risaltino. Inoltre, ho notato che spesso mi sono trovato meglio con persone di culture tanto lontane dalla mia che con altre provenienti dal quartiere accanto. Ho imparato che l’essere amici con qualcuno non comporta il fatto che lo scambio di amorosi sensi che sussiste fra le due anime implichi un eguale scambio di cure e assistenza materiale. Ho capito che persone piacevolissime, in grado di offrirmi impareggiabili momenti di elevazione spirituale, non sono adatte a offrirmi similari momenti di basso aiuto sostanziale. Per contro, assistenti abilissimi non hanno saputo regalarmi più di uno stiracchiato saluto, subito seguito da un’accurata igiene personale che mai ha previsto la benché minima conversazione. Quest’ultimo aspetto mi ha indotto a pensare che forse il rapporto di lavoro che intercorre fra due persone esclude di per sé la sincerità del rapporto umano. In fondo, lo scambio è del tutto materiale. Ma può valere anche per il lavoro di cura? Da filosofo, questa esperienza mi ha fatto pensare al concetto di cura di sé in Foucault. Il precetto di prendersi cura di se stessi era, per i Greci, uno dei principi basilari della vita sociale e personale. Per noi, oggi, il concetto si è, in sostanza, sdoppiato. Il prendersi cura di sé inteso come il porre attenzione al proprio corpo, al proprio aspetto, è considerato in contrapposizione al concetto più apollineo, per usare un termine nietzschiano, del coltivare adeguatamente la propria interiorità. Il precetto delfico “conosci te stesso” è stato posto in primo piano dalla nostra tradizione filosofica, come se fosse in netto contrasto con la possibilità, contemplata, invece, dagli antichi, di conciliare le due cose, anzi, di considerarle strettamente connesse. Si pensi al concetto greco di kalokagathia, che fa corrispondere la bellezza esteriore alla bontà d’animo. Mi è venuto spontaneo, pertanto, chiedermi se non avevano forse ragione i Greci. In fondo, se io non mi prendo cura del mio corpo, che ha dei deficit, e se non sopperisco a tali mancanze con aiuti esterni, come potrei prendermi cura della mia anima? Allora, forse, il lavoro di cura ha qualche responsabilità in più del menage igiene – somministrazione pasti e farmaci – messa a letto. Forse, dobbiamo prendere coscienza che siamo “nani sulle spalle di giganti”, come diceva Bernardo di Chartres riferendosi agli antichi, e arrenderci al fatto che la cura di sé passa a uguale velocità dal corpo e dallo spirito. Il corpo non è solo la prigione dell’anima, come sosteneva Platone, ma anche ciò che permette all’anima di stare ben piantata su questa terra. Dunque, chi cura il mio corpo è colui che mi permette di avere cura della mia anima, di dedicarmi al mio otium filosofico senza preoccupazioni materiali. Insomma, bisogna che il mio “badante” abbia un aumento…

Parole chiave:
Handicap e Assistenza, Lavoro