L’esperienza del laboratorio teatrale “Alberi turchesi”

11/07/2012 - di Stefania Canepa e Simona Garbarino

Non è il teatro che è necessario, ma assolutamente qualcos’altro.
Superare le frontiere tra me e te: arrivare ad incontrarti per non perderti più tra la folla, né tra le parole, né tra le dichiarazioni, né tra idee graziosamente precisate, rinunciare alla paura ed alla vergogna alle quali mi costringono i tuoi occhi appena gli sono accessibile “tutto intero”.
Non nascondermi più, essere quello che sono. Almeno qualche minuto, dieci minuti, venti minuti, un’ora.
Trovare un luogo dove tale essere in comune sia possibile.

(Jerzy Grotowski, Tu es le fils de quelqu’un, in “Linea d’ombra” n. 17, dicembre 1986)

Che cosa rappresenta un laboratorio teatrale di questo tipo?
Uno spazio per raccontarsi?
Forse un luogo di ricerca, di crescita, uno spazio mentale, un luogo per ri-trovarsi e ri-crearsi.
Le provenienze dei singoli partecipanti, in questo caso, sono distanti tra loro: si tratta di un gruppo estremamente eterogeneo, qualcuno non sa nemmeno di “essere”, qualcuno è, qualcuno “è anche troppo”.

Lo spazio, indicato con il termine di “laboratorio”, viene strutturato dai conduttori in maniera precisa e le regole che ne determinano l’accesso sono stabilite dai partecipanti, attraverso una sorta di “contratto iniziale”.
Questo procedere risulta indispensabile affinché tutti coloro che ne prenderanno parte si sentano tutelati da possibili incomprensioni o fraintendimenti, poiché in quel luogo si avrà modo di riconoscere-conoscere le proprie emozioni e raccontarle.

Ciascuno entra con aspettative, desideri, attese differenti che hanno a che vedere con la propria storia, il proprio bagaglio esistenziale: spesso s’intravvede un tratto comune, un’aspettativa chiara e leggibile, che connota la scelta di trovarsi lì e in nessun altro luogo.
Il teatro visto e vissuto come opportunità di mostrarsi, di mostrare a un pubblico attraverso un ruolo, un contesto, un atto, ciò che si è o ciò che si vorrebbe essere.
Così si racconta anche chi a lungo si è nascosto, perché diverso, talvolta schernito o evitato, chi a lungo ha dovuto trincerarsi dietro il paravento di una “falsa identità”, immaginandosi più abile, più capace, più bello.

Il laboratorio percorre una via alternativa dove la diversità rappresenta una risorsa, dove in maniera creativa l’abilità “altra” possa concretamente esprimersi, in una dimensione sganciata da un’interpretazione matematica delle abilità, soppesate e ritradotte percentualmente e numericamente.

Si accoglie un gruppo eterogeneo e dalla diversità si propone un approccio conoscitivo, all’interno del quale il teatro si pone come strumento esplorativo, maieutico, trasformativo: gli approcci corporei, sonori, arteterapici si fondono e/o si alternano, per accompagnare il singolo nel gruppo alla ricerca di altre possibilità espressive.
La comunicazione si “altera”, diventa più ricca, multiforme, lontana dal giudizio e da ogni sorta di aspettativa.
Si allontana il fantasma di una rappresentazione pre-confezionata per rivestire un ruolo estraneo o falsamente rispecchiante: si accetta una dimensione esplorativa dove l’incertezza diventa il punto di partenza di una ricerca individuale e collettiva.

Non è facile accettare l’idea di un errare rabdomantico, dove tutto sembra casuale, scoordinato, inconcludente: si chiede al gruppo un atto di fede, la pazienza di attendere perché, a un tratto, il lavoro prenderà forma, si avviterà su se stesso fino a rivelare l’essenza di quel che è accaduto.

La nostra performance nasce così, da un percorso apparentemente disordinato, tempestato di suggerimenti anche se profondamente radicato.
La conduzione, pur lasciando spazio alla creatività e al racconto di sé, propone un percorso capace di guidare, accogliere, arginare e contenere le emozioni, per riscoprirle e ritradurle.
I formatori non lasciano al caso gli sviluppi e i suggerimenti che, di volta in volta, il gruppo elabora: i risultati di ogni incontro vengono ripresi e verificati.

Coesistono una lente educativa e un’estetica teatrale che non sempre vanno di pari passo ma che, comunque, sono inseparabili.
Si delinea un metodo di lavoro fortemente strutturato, dove attraverso una sinergia di discipline espressivo-artistiche, i conduttori individuano e amplificano la risorsa del gruppo.
A percorso ultimato ognuno riconoscerà nella performance finale la propria “parte”, ritrovando contemporaneamente anche quella degli altri.
Riscoprirsi in un prodotto artistico condiviso, promosso e riconosciuto, significa impossessarsi di un ruolo, di un’identità aderente alla propria dimensione intesa, riconosciuta e ontologicamente accettata.