02/07/2012

Concludiamo questo lavoro sui percorsi di maternità per le mamme non vedenti, con un divertente, ma anche significativo racconto apparso in un blog. A raccontare non è una madre, ma una figlia di una signora non vedente.

Un giorno al lavoro, mentre camminavo nell’atrio, una collega, proprio dietro di me, mi chiese se uno dei miei genitori fosse cieco. Naturalmente le risposi di sì, ma le domandai anche il perché di una domanda così insolita. Lei replicò che mostravo di possedere molte delle abitudini comuni anche ai non vedenti.
Non ci avevo mai pensato fino a quell’istante. Mi accorsi che ne avevo abbastanza, da potere essere scambiata, da chi non se ne intende, per una con disturbi ossessivo compulsivi. Faccio scivolare il retro della mia mano, mentre cammino lungo i corridoi. Conosco il numero esatto dei passi necessari per muovermi ovunque in casa mia (non importa in quale casa). Sono una fanatica del tenere chiusi gli sportelli delle credenze e dei cassetti. Il mio dito finisce nella tazza, quando verso qualcosa, e appena raggiunge la punta del mio dito, so che la tazza è piena. La notte non accendo le luci per andare in bagno o a bere un bicchiere d’acqua.

A mia madre diagnosticarono una Retinite Pigmentosa all’età di 12 anni, ma divenne poi un glaucoma a trent’anni. La sua cecità era aumentata lentamente negli anni, peggiorando con l’età. Durante la mia crescita, a causa, in parte, della sua cecità e in parte delle nostre tradizioni culturali, mi occupavo sempre di più dei lavori domestici.
Quando si cresce con un genitore disabile, non si pensa che la propria famiglia, o la casa, siano molto diverse dalle altre, ma piuttosto che ogni famiglia sia un mondo a sé. Tuttavia alcune cose sono decisamente diverse. Mia madre non crede che un deficit sia una scusa per non provare a fare ciò che si desidera. Il suo modo di dire preferito è “Tutto può fare da stampella”. Non si accettano scuse. È addirittura riuscita a entrare nel Chi è Chi delle Businesswomen Americane grazie alla sua determinazione.

Da noi la sua cecità era vista come normale, di conseguenza c’erano cose che faceva per cui la prendevamo in giro, ad esempio come quella volta in cui comprò per cena una scatola di mais bianco messicano anziché una di mais giallo normale. Questo accadeva quando ancora riusciva a delineare le forme ma non a leggere le scritte. Un’altra volta in un negozio, sbattendo contro un manichino, chiese scusa.

Non andò a una scuola per non vedenti/ciechi, fino a quando non ho compiuto venti anni, ma solo dopo aver capito che, una volta cresciuti i figli, aveva bisogno di imparare a fare certe cose da sola. A quel punto aveva scoperto i libri su nastro, e capito anche quanto dipendesse su di noi a casa e sulla sua segretaria al lavoro.

Un giorno in un negozio di alimentari, mi allontanai davanti a lei, dimenticando di controllare che si tenesse al carrello o alla mia borsetta. Feci solo pochi passi in avanti prima di realizzare che l’avevo lasciata indietro. Mi sono girata e scherzando le ho chiesto “Dai mamma su, sarai mica cieca?”. Una donna nella corsia successiva nel frattempo mi lancia un’occhiata disgustata e afferma “Non ho parole!”, io la riguardo e dico “Ci scommetto che non ne ha” e ho continuato sulla mia strada.

Chi ha detto che bisogna essere politicamente corretti con i propri famigliari? Chi ha detto che è vietato prenderli in giro, anche se si tratta di una disabilità? Su certe cose bisogna riderci sopra, o si diventa rabbiosi e risentiti. Mia mamma non ha chiesto di diventare non vedente ma lo è; poter scegliere la maniera in cui lei e noi affrontiamo la cosa è una nostra prerogativa.
Il lato migliore del crescere in una casa con un genitore cieco è la seguente: l’unico colore che conta nelle persone è il colore della loro anima.

(Post apparso sul blog  http://hubpages.com/hub/Growing-Up-With-a-Blind-Mother; traduzione a cura di Graziano Paolicelli)