02/07/2012

Valérie ha due figli, di quattro e sette anni, e vive da sola con loro.
Nei primi sei anni, mio marito era ancora vivo. Lui ci vedeva, per cui alcune faccende erano facilitate dalla sua presenza. Ad esempio, per assicurarmi che i vestiti dei bambini fossero adatti, o coordinati armoniosamente, mi bastava chiedere a mio marito, che poteva rispondermi in qualche secondo senza interrompere la sua attività.

La differenziazione dei ruoli tra me e lui era sicuramente legata alle nostre competenze, ma anche alla mia cecità. Era lui che guidava la macchina, che tagliava le unghie ai bambini, che correggeva i compiti (soprattutto l’ortografia), che apprezzava i disegni.
Oggi devo avere un’organizzazione molto rigorosa: approfittare della presenza delle persone vedenti per ottenere quelle informazioni che i miei occhi non possono darmi.
Ho una persona che mi aiuta un’ora al giorno, la chiamo il mio “aiuto educativo-visuale”. Lei mi assicura che i quaderni di scuola mi sono stati letti bene; fa coi bambini delle attività più visive come i disegni, la pittura, i collages, ecc.; mi aiuta a compilare i documenti amministrativi; verifica la sistemazione dei giocattoli; legge dei libri che non possono essere ritrascritti in Braille; mi mette al corrente se i bambini hanno qualche reazione allergica alla pelle, o comunque di quello di cui non potrei accorgermi da sola.
Preciso che io svolgo un lavoro a tempo pieno, che i miei figli seguono delle attività sportive e culturali, che si sono adattati molto presto al mio handicap, ad esempio mi aiutano a identificare i prodotti nei supermercati.
Tuttavia, ho passato una fase di rigetto del mio handicap. A volte mi si mette alla prova, come se gli altri volessero vedere fino a che punto mi rendo conto di cosa fanno i miei figli nonostante il mio deficit. I miei amici mi segnalano alcuni comportamenti “non udibili” in modo che io possa aiutare i miei figli a correggerli. Ad esempio a tavola, se si puliscono la bocca con la manica della maglietta piuttosto che con il tovagliolo. Percepisco delle cose in ritardo, è vero, e a volte questo infastidisce i vedenti. Ad esempio se un bambino sparpaglia del cibo sulla tavola, una persona che ci vede può subito rimproverarlo di sporcare. Io invece me ne accorgo solo al momento di sparecchiare.
Ad ogni modo la cecità non esclude di poter essere una madre che si assume tutte le sue responsabilità. Questo richiede degli adattamenti a volte semplici, a volte complessi, ma si tratta di azioni che noi non vedenti siamo abituati a fare, sia che siamo genitori o no.

(racconto apparso sul sito svizzero dedicato alle persone non vedenti www.blindlife.ch; traduzione di Valeria Alpi)