Si può perdere la vista ma non lo sguardo: la fase dell’allattamento

02/07/2012 - di Edith Thoueille

Nell’ambiente della maternità, il deficit visivo suscita sempre una reazione emotiva violenta. Come si possono immaginare, apprezzare le esperienze umane e in particolare la maternità senza la visione? Come immaginare che una madre non possa vedere il viso di suo figlio?
Diventare madre quando si ha un deficit visivo vuol dire innanzitutto esporsi a una colpa sociale.

Del resto il significato inconscio della cecità è legato al peccato, alla trasgressione del divieto (Edipo diviene cieco dopo aver sposato sua madre e ucciso suo padre).
Per noi che vediamo, le immagini visuali, più che gli altri sensi, generano la maggior parte delle nostre emozioni e delle nostre repulsioni. L’occhio è l’organo della seduzione, è la sede di molteplici scambi silenziosi e di numerosi fantasmi.
La visione permette l’apprendimento a distanza del mondo, l’accesso alla curiosità, al sapere. L’assenza della visione è l’inimmaginabile che inquieta i vedenti, quelli che pensano a torto di non essere riconosciuti, quelli che non sanno in che modo entrare in contatto o aiutare le persone con deficit visivi.
Se si limita l’attaccamento umano solo a delle esperienze visuali, se si dà importanza solo alla visione senza dissociarla dallo sguardo, sicuramente faremo molta fatica a comprendere la natura dei legami madri/figli.

La madre non vedente che allatta il suo bambino sviluppa delle strategie che non faranno di lei una partecipante solo passiva all’azione di nutrimento.
Il suo viso traduce la sua emozione interiore, è mobile, lei sa sorridere, sa emettere delle vocalizzazioni differenziate.
Il suo sguardo è carico di affetto, poiché lo sguardo è la dimensione affettiva della visione.
Si può perdere la visione, ma non si perde mai lo sguardo. Esso è sempre guidato dal suono, dall’intuizione, dalla massa corporea.
Capita a volte che certe madri non guardano. È lì allora che interviene il nostro ruolo, per insegnare loro a guardare. Poiché non è facile rifare qualcosa che è stato loro proibito fin da quando erano piccole. È il caso di Bouchera, per esempio, una mamma magrebina, alla quale sua madre e la sua famiglia hanno sempre raccomandato di chiudere gli occhi o di abbassare la testa perché i suoi occhi non erano belli…
Il modo in cui il bambino è portato in braccio, il modo in cui è manipolato, il modo in cui la madre gli dà il seno o il biberon, determina la qualità del ruolo materno. Questa qualità l’ho spesso trovata nelle madri non vedenti.
Se noi non ci fidassimo del fatto che un riequilibrio sensoriale permette alla mamma non vedente una percezione molto fine dei bisogni di suo figlio, e se non trasmettessimo a queste donne tale fiducia, il pensiero “operativo” e il pensiero “simbolico” della madre sarebbero gravemente compromessi. La madre che non vede si auto-analizza molto, si auto-critica in base a delle proprie referenze, ma questa analisi è spesso fonte di sofferenza, manca l’ascolto da parte degli altri e uno sguardo benevolo verso se stessa. Per la mancanza di insegnamenti appresi anche dalla semplice visione di altre madri, i giudizi che la madre non vedente va a elaborare su se stessa sono spesso negativi.
Nonostante l’immagine idilliaca dell’allattamento sia presente in un’abbondante iconografia e descritta in letteratura, alcune madri non vedenti si rifiutano di allattare al seno, proprio perché è inconcepibile per loro la rappresentazione dell’allattamento materno. Bisogna allora convincerle con frasi un po’ rudi: “Come pensate allora di fare, visto che non ci vedete, a preparare il biberon?”.
È violento colpevolizzare le madri che non vogliono o non possono allattare? È crudele stigmatizzare il loro deficit ponendo l’accento sulle difficoltà materiali? Forse, ma si dovrebbe anche pensare a tutto l’investimento che la madre deve mettere in atto per scegliere il materiale necessario alla “confezione” di un biberon.
Ad ogni modo quello che emerge è che il biberon, dallo status di cosa, passa allo status di oggetto caricato di emozioni tattili.
Sia che si allatti al seno, che col biberon, la percezione tattile è sempre presente: la mano libera accarezza, palpa con tenerezza il viso del neonato alla ricerca della bocca. Inoltre la madre è particolarmente attenta ai diversi suoni della poppata: sa distinguere perfettamente la deglutizione, il rigetto, i rumorini d’aria, le fuoriuscite di latte. Anche la valutazione del peso informa sulla necessità di frenare un bambino troppo goloso.
Queste attenzioni vengono accompagnate da un “involucro” fatto di vocalizzi teneri e che infondono sicurezza al neonato.
Diderot diceva “Le persone cieche illuminano il nostro sguardo”, io dirò modestamente che le madri non vedenti illuminano meglio la mia visione interiore e il mio pensiero.

(traduzione a cura di Valeria Alpi)