Alcune specificità: dal bambino immaginario al bambino reale

02/07/2012 - di Valeria Alpi

I primi testi di psicanalisi insistono sull’importanza dell’immagine visuale non solo per la costruzione del pensiero e della curiosità, ma per tutto il processo di identificazione. È un’immagine visuale quella che il bambino scopre nello specchio e che anticipa, secondo Lacan, la dialettica dell’essere e dell’avere che è alla base del suo essere soggetto.

“L’occhio come specchio dell’anima”, si dice spesso. Questa metafora di Leonardo da Vinci ci porta a descrivere quello che la persona che vede sente quando guarda il viso della donna non vedente: ha l’impressione di non avere accesso al pensiero intimo o profondo dell’interlocutore, come se non fosse possibile “vedere dalla finestra ciò che succede all’interno”. Questa impressione è aggravata quando esiste una malformazione agli occhi o alle orbite, quando la cornea è opaca, ecc. Le persone non vedenti devono ricevere un’educazione per disfarsi di alcuni gesti stereotipati e per apprendere a guardare in faccia l’interlocutore.
Questi elementi sono da prendere in considerazione durante la presa in carico delle madri non vedenti, proprio in virtù dell’importanza degli scambi di sguardi nella relazione madre/figlio.

Cosa succede nella madre con deficit visivo privata delle immagini di suo figlio, e nel figlio che non riceve in cambio dalla madre la conferma del suo proprio sguardo? In che modo, dopo la nascita, si stabilirà lo scambio strutturante dello sguardo della madre che vede quello di suo figlio? In che modo questa relazione, descritta come fondamentale per le basi psicofisiche del bambino, sarà sostituita e amplificata quando uno dei due partner della diade madre/figlio non ci vede, o entrambi non ci vedono?

I lavori di ricerca in questo campo così specifico sono molto rari, anche se esiste una letteratura molto importante sul deficit visivo. Il fatto è che la maggioranza dei testi trattano di ricerche su diadi dove solo il figlio ha un deficit visivo.

Esistono due momenti molto importanti nel percorso gravidanza, dove la vista è elemento essenziale: l’ecografia e l’allattamento. Sull’allattamento dedichiamo un paragrafo a parte. Sull’ecografia vanno fatte alcune semplici considerazioni, forse banali, ma questa tappa ormai costante quando si affronta una gravidanza crea numerose difficoltà alle donne non vedenti.

Per le madri vedenti, questa tappa è fondamentale nel processo di “maternalizzazione”: è il primo incontro tra il bambino immaginario e il feto reale, prefigurazione del futuro bebé.

Per la madre non vedente, tutto questo si trova ribaltato dall’assenza di immagini visive. Il ruolo esplicativo di colui che esegue l’ecografia si trova accresciuto.

Una componente dell’équipe di Edith Thoueille ha elaborato delle tavole anatomiche in rilievo che permettono l’esplorazione tattile. Sono così spiegati l’utero e tutto il suo contenuto: l’embrione, la placenta, il cordone, ecc. Tutte le tappe della gravidanza sono così presentate all’esplorazione delle future mamme. Sono in corso di realizzazione delle altre tavole anatomiche che riprodurranno l’immagine dell’ecografia, cioè lo sviluppo dei vari organi e del bambino, in modo da permettere una conoscenza tattile di quello che si vede nello schermo. Queste tavole potranno essere utili anche alle mamme vedenti.

I sogni delle donne non vedenti dalla nascita hanno alcune particolarità: “lo schermo del sogno” non è visuale, e non è neppure nero, e le figure del sogno non sono visive. Tutte le caratteristiche del sogno sono costituite da altre impressioni: olfattive, gustative, acustiche, ecc. Alla domanda di descrivere un sogno, non si ottengono né delle immagini né un racconto dello sviluppo visivo delle azioni, ma un insieme di parole, metafore, sensazioni, senza descrizioni.

Segnaliamo che il nero è un colore e che è impossibile tradurre col linguaggio dei vedenti l’assenza di immagini.

Presso l’Istituto di Edith Thoueille è stata indagata la rappresentazione nelle donne del loro bambino immaginario. Nelle madri vedenti, essa è costituita per la maggior parte da immagini visuali. Inoltre sia prima che durante la gravidanza, il bambino immaginario suscita numerose immagini che saranno sempre evocate anche dopo la nascita. Per le madri non vedenti invece? Se la cecità è acquisita, la mamma non vedente può utilizzare delle immagini per costruire questo bambino immaginario, ma per chi è cieca dalla nascita la questione è completamente diversa. Le immagini vengono elaborate a partire dai contatti che si sono avuti in passato con altri bambini, e spesso il bambino immaginario viene costruito come un bambino che ha già due o tre anni.

La nascita marca la linea di confine tra il bambino immaginario e la realtà del bebé. La madre che non dispone immediatamente di tutte le informazioni su suo figlio reale, cosa che consente invece la vista, deve costruire poco a poco il suo bambino attraverso diverse strategie di esplorazione: sentire, leccare, palpare, valutare col tatto la sua morfologia, il suo peso, la sua taglia, i suoi contorni. Per questo motivo occorre concedere una certa proroga in sala parto, in modo che la madre possa imprimersi tutte le caratteristiche fisiche di suo figlio, compreso il suo sesso, se questo non è stato rivelato durante l’ecografia. Una stretta collaborazione tra le équipe della sala parto deve permettere di rispettare questo tempo necessario alla scoperta, che sfugge alla nostra rappresentazione e comprensione classica della maternità.

La vita del bambino
Lo svezzamento costituisce nelle madri e nei bambini un tempo chiave di aggiustamento reciproco della distanza di sicurezza, ma questa prova è nettamente amplificata nella madre non vedente. Per lei, l’acquisizione della motricità da parte del figlio è un secondo svezzamento perché le fa perdere il contatto col bambino.

Si commette un errore quando si crede che il bambino sia solo con sua madre, quando invece vive a contatto con altri adulti vedenti. Questa situazione, riscontrata nel periodo infraverbale, lo porta a stabilire un “bilinguismo”. Quest’ultimo si stabilisce senza dubbio dal confronto con le cure e le interazioni di altri membri della famiglia (nonna, zia,…), vicini di casa o professionisti della crescita, o consulenti. Se il padre è vedente, questo confronto inizia molto presto.

Il bambino seleziona molto presto i gesti e i comportamenti propri della comunicazione con sua madre, una specie di lingua materna. In un secondo tempo, comprende la “intenzionalità” del gesto materno, e può aiutarlo e guidarlo.

L’opposizione può manifestarsi sotto forma di rifiuto nell’aiuto apportato alla madre. È in questi momenti che il bambino “si nasconde” nel silenzio. La volontà di testare i limiti dell’handicap della madre diventa manifesta.

Importante per il bambino è anche il ruolo di interesse che riveste il comportamento materno sugli oggetti e i giochi durante il primo semestre. In quei mesi infatti il bambino comincia a condividere il suo interesse tra uno sguardo per l’oggetto e una verifica visuale sul viso della madre. Una madre non vedente non fornisce sufficienti elementi informativi agli sguardi che il bambino le riversa. Bisogna dunque prendere in considerazione il fatto che lui continua, malgrado tutto, a gettare colpi d’occhio come sguardi di rassicurazione, che sarebbero la base del contatto di cui ha bisogno per proseguire nelle sue esplorazioni del mondo. 

Una annotazione particolare: la depressione del cane
L’osservazione ha permesso di notare come spesso la nascita di un bambino porti il cane guida della madre non vedente a una sorta di depressione. Questa depressione si traduce in una domanda eccessiva di attenzioni e di carezze, e in un rallentamento delle attività del cane. Questa depressione viene mal sopportata dalla madre che è totalmente assorbita dal figlio. Allo stesso tempo, lei continua ad aver bisogno, per la sua autonomia, di ciò che le apporta il cane, che però, come reazione emotiva, fallisce nel suo ruolo di guida.

Ormai le scuole dei cani-guida hanno stabilito una politica di prevenzione che permette dei “riaggiustamenti” prima e dopo la nascita del bambino. Questo intervento di specialisti deve essere previsto e far parte dell’azione psicosociale in favore della maternità delle donne non vedenti. Soprattutto perché questa triade (donna/cane/bambino) ha delle specificità completamente diverse dal vissuto abituale di una famiglia dove coesistano bambino e cane.