02/07/2012 - di Marion Van Renterghem

Marion Van Renterghem è giornalista per “Le Monde”. Si è occupata di conoscere e seguire alcune giornate di madri non vedenti che si rivolgono all’Istituto di Puericultura di Parigi, e sono seguite da Edith Thoueille.

Ci sono delle abitudini che resistono a tutto, non c’è che dire. Da quando Jacques e Chabba hanno perso la vista, a causa di una retinite pigmentosa, hanno continuato ad accendere le luci. Un piccolo colpo sull’interruttore una volta aperta la porta di casa, entrando in cucina, andando in bagno, e ogni volta non c’è dubbio che la rispengano. Quando comincia a farsi sera, accendono l’abat-jour del salone. “Sapere di essere al buio, a un orario come questo, ci metterebbe di cattivo umore”, dicono.
Nadia, la loro figlia, spunta correndo nel salone. Suo padre è andato a prenderla a scuola. Lei salta subito al collo di sua madre, si mette a fare delle coccole al suo criceto, poi si siede a tavola ed estrae i quaderni di scuola dalla cartella. Sua madre ci tiene a raggiungerla, e in fretta. Perché per Nadia si tratta di un vero rituale fare i compiti con sua madre. “È la prima della classe”, dichiara Chabba. Sospiro infastidito di Nadia: “La seconda, mamma”. Ed eccole faccia a faccia, ciascuna da un lato del tavolo, molto concentrate.
“Allora cosa abbiamo? Hai dei verbi coniugati?”
“Sì, bisogna mettere l’infinito”.
“Allora, mi dici la frase?”
“Aspetta mamma, scrivo e poi ti dico. Ecco: ‘Egli riflette’, verbo infinito riflettere”
“Sì, esatto”.
Quando sarà grande, Nadia difenderà le cause delle persone cieche. Cosa inventerà per semplificare loro la vita? Nadia esita. “Che l’autista dell’autobus annunci le stazioni. E anche, quando si va a far la spesa, che le persone siano più gentili”. Chabba sorride dolcemente. Non far pesare la loro situazione di deficit visivo sulla loro figlia è la preoccupazione costante di Jacques e Chabba.
Contro tutto e tutti hanno avuto una figlia. Contro il parere della famiglia di Jacques, non intenerita da una giovane e bella donna che però accumulava dispiaceri: era al contempo disabile e algerina. Contro le loro innumerevoli apprensioni. Alla fine hanno avuto un bambino come migliaia di altre persone cieche (sono circa 60.000 in Francia, e oltre un milione le persone ipovedenti, ma il numero delle madri è impossibile da stabilire).

Prima della nascita, le madri cieche sono inquiete e disarmate, come l’era Chabba. Sapranno fare il bagno al bebé senza annegarlo? Trasportarlo senza farlo cadere? Dare le medicine senza sbagliare le dosi? Dargli il biberon senza affogarlo? Portarlo al parco senza che scappi?
Alla fine si sono scambiate un passaparola: “Vai all’Istituto di Puericultura di Parigi, là c’è una donna che pensa a noi”.

Queste donne, avendo paura di sbagliare, non sanno di sapere fare le cose. E invece sanno. E guardano. Sanno riconoscere il loro figlio tra mille.
“È difficile da spiegare – dice Delphine – ma io vedo bene quando lui gira lo sguardo verso di me”. Delphine ha avuto tre figli. Quando vanno insieme al museo, “loro mi raccontano i quadri, io li commento. Le loro descrizioni sono molto precise”. Su questo fatto, Edith Thoueille, ha imbastito una piccola teoria personale, non scientifica. I figli di madri cieche verbalizzano meglio e prima. Sono bambini che imparano prima a sbrigarsela da soli, probabilmente perché le madri, non vedendo gli sforzi che fanno ad esempio per afferrare un oggetto, non accorrono subito in loro aiuto.

Al tempo stesso questa può essere un’arma a doppio taglio. La piccola Clara ha imparato infatti ad appena tre anni che può commettere qualche marachella restando invisibile. “Quando le chiedo cosa sta facendo, e lei mi risponde ‘Non lo so’, posso essere certa che sta facendo qualcosa di proibito”, racconta Anne, sua madre. “L’altro giorno ha dipinto il cane”.
Ora se ne sta in silenzio, io la vedo bene, sta cercando di vuotare il sacchetto di crocchette e darle al cane, il quale trova un evidente interesse a non dare l’allarme. Anne guarda sua figlia, le sopraciglia corrugate.
“Cosa fai Clara?”
“Non lo so”.
“Lo sai che non bisogna dare le crocchette a Jodie?”
“Sì, lo so”.
Siamo andati a prendere Clara a scuola. Si è precipitata verso sua madre con la sua aria birichina. “Mamma, guarda!”, ha detto senza aspettare, mettendo intanto un sacchetto in mano a sua madre e spiegandole il contenuto.
Le mamme cieche raccontano tutte la stessa cosa: ancora prima di comprendere che esse non vedono, i loro figli compensano in modo istintivo il loro handicap. Si avvicinano alla bocca il cucchiaio che esse tendono nel vuoto in maniera imprecisa. Per loro, “far vedere” significa mettere in mano, fare toccare. E non hanno bisogno di diventare grandi per sapere che questi gesti, riservati alle loro madri non vedenti, sono inutili con le persone vedenti.

In un piccolo appartamento di Belleville, Najat racconta la sua storia. Per terra, Mélodie fa dei versetti. Angélique, la figlia maggiore, è a scuola. Najat ha perso la vista quando era piccolissima. Dice che è una fortuna non avere la nostalgia di visioni che comunque non si hanno. Ha 41 anni, e le piace vestire in maniera appariscente. Non le piace ascoltare i consigli o i rimproveri di sua figlia (“Sei brutta così, mamma”), e ha delle idee tutte sue sulle forme e sui colori. “In questo momento, vai a sapere il perché, non sopporto il blu cielo”. A Casablanca, dove è nata, la sua famiglia non le ha mai perdonato di essere donna, e di essere cieca. Sua madre sognava che la Francia fosse un paradiso dove nessuno era malato né disabile. Quando la famiglia è migrata in Francia, Najat era la loro vergogna e la tenevano nascosta. È stata un’assistente sociale che ha obbligato i suoi genitori a mandarla a scuola, lei aveva già quasi 12 anni. “Angélique e Mélodie mi hanno riconciliato con la società. Le persone del quartiere sono gentilissime con me, grazie a loro. Anche la mia famiglia mi chiama ora per chiedermi dei consigli. Senza le mie figlie sarei rimasta trasparente”. Unico cruccio, espresso timidamente, così, en passant: “Il primo sorriso di mia figlia, è l’assistente sociale che l’ha visto. Lei sorrideva e non ero io che la vedevo. Si può anche dire che si fa l’abitudine a tutto, ma non è vero”.

(traduzione a cura di Valeria Alpi)

Parole chiave:
Testimonianze-Esperienze