02/07/2012 - di Massimiliano Rubbi

Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna, è uno degli economisti italiani di maggiore prestigio a livello internazionale; particolare importanza
riveste la sua opera in materia di analisi economica del terzo settore. Dal 2007 è presidente dell’Agenzia per le Onlus.

La crisi in corso sta mettendo a rischio la posizione occupazionale di molti lavoratori. È riscontrabile una differenza tra impresa sociale e mondo profit nella capacità di reggere questo urto, anche in riferimento ai lavoratori svantaggiati?
Bisogna dire le cose come stanno: la crisi occupazionale attuale non è conseguenza ultima della crisi finanziaria, ma della terza rivoluzione industriale, che ha cominciato a produrre effetti da circa 20 anni a questa parte. Quello che la crisi finanziaria ha fatto è accelerare questo fenomeno e magnificarlo, ma essa non ne è la causa. È importante chiarire questo errore comune, perché quando fra alcuni mesi la crisi sarà superata, il problema occupazionale non sarà risolto, e anzi potrà essere aggravato. La terza rivoluzione industriale è legata alle nuove tecnologie info-telematiche, le quali hanno modificato il rapporto tra aumento della produzione e aumento dell’occupazione riscontrato nella storia economica almeno negli ultimi due secoli; ora le imprese possono aumentare la produzione senza creare nuovi posti di lavoro, un fenomeno noto come jobless growth che riscontriamo anche nei dati italiani dei primi mesi del 2010. In questa situazione, c’è differenza tra imprese sociali e profit, ed è proprio qui il punto: in una situazione di jobless growth abbiamo necessità di aumentare la percentuale di imprese sociali presenti nell’economia, se vogliamo risolvere il problema della disoccupazione. Quindi, mentre alcuni decenni fa si poteva fare a meno delle imprese sociali perché le imprese capitaliste assorbivano il lavoro, oggi le prime sono indispensabili. Questa è la grossa novità, eppure nessuno ne parla mai neppure nel mondo del non profit, e si continua a far credere che il non profit serva solo a produrre un po’ di assistenza e di conforto, mentre oggi ne abbiamo bisogno di fronte a imprese profit che non assumeranno più dello stretto necessario. E ciò perché mentre le imprese profit devono competere sui mercati globali e difendersi dalla concorrenza dei Paesi emergenti come la Cina, le imprese sociali non hanno questo problema di competizione globale e non sono quindi portate a sostituire lavoro con capitale fisso (macchine). In conclusione, dobbiamo attrezzarci per capire che d’ora in poi per andare verso la piena occupazione non c’è nessuna alternativa al potenziamento dell’impresa sociale, e chi dice il contrario sbaglia: se noi anche aumentiamo la quota di mercato delle imprese profit, ad esempio con aiuti statali e incentivi di vari tipi, non c’è nessuna garanzia che queste imprese aumentino l’occupazione. In Italia la FIAT ha avuto incentivi e aiuti finanziari di ogni sorta dallo Stato, e adesso dovrà chiudere gli impianti di Termini Imerese, e poi magari altri, ma non perché sia “cattiva” come dicono i moralisti, quanto perché se non fa così non può reggere la competizione globale. Una volta compreso razionalmente il fenomeno, la soluzione è irrobustire, con misure di policy che ancora non si vogliono prendere in Italia, il comparto delle imprese sociali.

Un convegno di alcuni mesi fa si intitolava “Ha senso parlare di lavoro per i disabili in un momento di crisi?”. Quale può essere una risposta?

Non solo ha senso, ma è indispensabile, perché – e qui ancora una volta bisogna andare ai fondamenti – il lavoro è prima di tutto l’attività con la quale le persone realizzano la propria identità e allargano gli spazi di libertà. Se, in prospettiva materialista, si vede il lavoro soltanto come modo per acquisire un reddito e un potere d’acquisto, allora, di fronte alla persona disabile, si proporrà di trovare il modo di trasferirle quote di reddito e tenerla fuori dall’attività lavorativa. Partendo invece dalla posizione della filosofia personalista, e vedendo nel lavoro l’attività per rendere libere tutte le persone e per affermarle, allora il ragionamento di prima cade, e occorre preoccuparsi di organizzare il processo produttivo in modo che tutti, anche la persona disabile, abbiano un lavoro, perché il lavoro le consente di realizzare se stessa; l’approccio assistenzialistico, quindi, del tipo “poverini, sono disabili, non possono lavorare, diamogli dei soldi” cade completamente. Questo è uno di quei casi in cui si vede la differenza tra chi abbraccia le posizioni del personalismo e chi sostiene l’individualismo materialista. Io rispetto chi si professa individualista, ma lo critico e lo avverso.

La fine della crisi ci consegnerà una società più capace di integrare le ragioni del lavoro e dell’inclusione nelle logiche produttive, o al contrario, dopo delocalizzazioni che delineeranno una nuova divisione del lavoro internazionale, un aumento delle diseguaglianze e una diminuzione del peso sociale dei lavoratori?

Questo è veramente un punto interrogativo. Se devo giudicare in base ai provvedimenti che sono stati presi fino ad oggi, la risposta è negativa, perché essi sono stati tutti di tipo congiunturale e non strutturale, e in secondo luogo non sono valsi a modificare il funzionamento dell’economia e i comportamenti economici delle persone – sono stati provvedimenti del tipo “spegniamo l’incendio”, e non si sono posti l’obiettivo di ricostruire la casa incendiata. Siccome io sono un ottimista, voglio sperare che d’ora in avanti i governi, e soprattutto gli organismi internazionali come il G20, vogliano prendere spunto da questa crisi per andare in questa direzione e incidere in profondità. Se però questi provvedimenti non saranno presi, è chiaro che la crisi nelle sue dimensioni finanziarie ed economiche verrà superata, ma tra 10-15 anni ritorneremo di nuovo daccapo, a un’altra crisi. E a quel punto, la colpa sarà nostra – non solo dei dirigenti politici, cui spetta la responsabilità in primis, ma anche della società civile, perché la società civile organizzata, l’associazionismo in senso lato, non fa abbastanza per chiedere con insistenza una modifica dei comportamenti economici, e sta agendo soltanto per chiedere tamponi e cerotti da mettere sulla ferita. La società civile mostra troppo opportunismo – sento io con le mie orecchie dire: “a me interessa poco di quello che verrà nel futuro, a me interessa che mi si saldi il debito, che mi si consenta quell’apertura di credito o quella possibilità”, con un comportamento miopico che spiega perché non si stiano invece prendendo provvedimenti radicali. C’è quindi una responsabilità di tutti, anche del mondo della cultura: ce n’è per tutti, in questo caso...

Non sempre le effettive realtà di impresa sociale rispettano lo spirito originario di cooperazione e pari dignità tra i lavoratori. La “deriva aziendalistica” è un accidente di singole cooperative o l’effetto di un contesto di mercato selettivo, che potrebbe diventare ancora più spietato nel dopo-crisi?

Il fatto che il mondo delle imprese sociali abbia scelto la prospettiva aziendalistica, cioè di badare alle ragioni dell’efficienza, di per sé non è un male; il problema non sta lì, ma nella separazione che si vuole continuare a tenere in vita tra efficienza e solidarietà. Fino a tempi recenti, si diceva che le imprese o le organizzazioni non profit si dovessero occupare solo della solidarietà, e le imprese capitalistiche solo dell’efficienza, e adesso ne abbiamo i risultati: le organizzazioni non profit, per aver curato solo la solidarietà e non anche l’efficienza, oggi si trovano in difficoltà e non riescono a rispettare il vincolo di bilancio, e di conseguenza arriva la selezione “aziendalistica” di cui si diceva. Tutto questo, però, è conseguenza di un errore culturale, propagandato da centri di elaborazione che fino ad anni recenti predicavano esattamente questa dicotomia tra imprese capitalistiche/efficienza e imprese non profit/solidarietà. La mia posizione, che ormai conoscono in tanti, è che hanno sbagliato tutti e due, cadendo gli uni nell’efficientismo, gli altri nell’assistenzialismo, sicché oggi abbiamo il peggiore di tutti i mali – e ne sono responsabili anche quegli studiosi, economisti e sociologi soprattutto, che fino ad anni recenti predicavano che il mondo del non profit dovesse essere un mondo di “duri e puri” che doveva occuparsi soltanto della redistribuzione del reddito, cioè della solidarietà. A suo tempo avevo polemizzato con queste posizioni, sostenute da famosi sociologi, e adesso i fatti mi stanno dando ragione, anche se allora, 10-15 anni fa, sembrava avessero partita vinta loro. Ecco perché parlo di un problema culturale, di un errore certo fatto in buona fede che però ora stiamo pagando: infatti, molte organizzazioni avevano dato retta a quei maestri di pensiero, e quando hanno cominciato a vedere che i conti non tornavano sono passate all’eccesso opposto, dalla solidarietà alla sovraefficienza, mentre ora noi dobbiamo spiegare a tutti che è possibile far marciare insieme efficienza e solidarietà.

Durante la crisi argentina del 2001-2002 si sono avuti esempi di “licenziamento dei padroni” e conversione di strutture produttive classiche in cooperative autogestite dai lavoratori, anche per imprese ad alta densità di capitale e non di lavoro. Simili esiti di trasformazione neocooperativa sono possibili anche in Europa, come risposta alla chiusura o delocalizzazione di fabbriche e uffici?

Questo fenomeno non è nato in Argentina, perché già in Italia era accaduto qualcosa di analogo a fine ’800, e negli anni ’80 negli Stati Uniti la compagnia aerea American Airlines, quando le cose andarono male, fu rilevata dai lavoratori (hostess, stewart e piloti) secondo uno schema di tipo cooperativistico; non c’è dunque nulla di nuovo nelle empresas recuperadas argentine, che hanno anzi tratto beneficio da esperienze pregresse. Io non nego che qualcosa del genere possa continuare a verificarsi, e in certe situazioni particolari può essere utile, quindi non dico che non si debba fare, però è ovvio che quella non è la soluzione ai problemi di cui stiamo parlando. Infatti, è evidente che per le imprese recuperate (in cui non vengono “licenziati i padroni”, ma subentrano altri padroni, che sono i loro lavoratori, con una proprietà condivisa di tipo cooperativo che tende a unire efficienza e solidarietà), dopo una fase di avvio iniziale della gestione dei lavoratori che può durare anche qualche anno, resta il nodo fondamentale del finanziamento – e dove vanno a prendere i soldi? Una soluzione più convincente è quella di creare una “borsa sociale”, di cui ancora non si parla abbastanza ma per cui è già stato avviato un processo e che spero nel giro di un anno possa essere messa in piedi, ossia un mercato dei capitali dedicato alle imprese non capitalistiche (sociali e cooperative), da cui esse possano attingere i capitali di cui hanno necessità per finanziare le proprie attività; il resto sono tutti rimedi in sé validi ma che durano lo spazio di un mattino.

Se l’impresa capitalistica classica si svilupperà senza creare posti di lavoro, esisterà nelle economie occidentali una domanda sufficiente per i servizi che l’impresa sociale si proporrà di offrire?
È ovvio, ma non bisogna ragionare in termini oppositivi, perché avremo sempre bisogno del settore manifatturiero, senza fare l’errore di deindustrializzare come l’Inghilterra e la Spagna, che ora ne pagano le conseguenze. Il problema non è quindi “o questo o quello”, ma “e-e”, ossia il settore manifatturiero dell’economia deve continuare a esistere, però non può aumentare allo steso tasso di crescita che si è registrato negli ultimi 30-40 anni, perché gli aumenti di produttività che il progresso tecnico garantisce devono essere utilizzati o spesi non tanto per continuare la produzione e il consumo di quella tipologia di beni, ma devono essere dirottati verso la produzione e il consumo di beni di altra natura, i beni relazionali, quali sono ad esempio i servizi alla persona. Si potrà fare? È chiaro, perché la gente si sta stufando di consumare automobili o ville; c’è un limite di saturazione al consumo dei beni manifatturieri, e la gente se ne rende sempre più conto, e c’è invece un bisogno disperato di beni relazionali, che nessuno produce al momento. Le persone preferiscono avere più soldi al mese con cui comprare l’ultimo gadget, oppure più servizi alla persona in ambito educativo, assistenziale, culturale? Al momento, questi beni li facciamo produrre alle imprese di tipo capitalistico, che di conseguenza li vendono a prezzi troppo alti, ma se noi li facessimo produrre alle cooperative o alle imprese sociali, è ovvio che i costi e i prezzi sarebbero più bassi, e la gente li comprerebbe: il segreto è tutto lì. Bisogna fare la stessa operazione che è stata fatta un secolo fa con il manifatturiero, con Henry Ford che ha abbassato i costi di produzione dell’automobile e tutti si sono messi a comprarla, mentre prima potevano permettersela solo i ricchi; lo stesso vale oggi con i beni relazionali – chi l’ha detto che l’asilo deve essere gestito da un’impresa for profit? Se lo gestisce una cooperativa sociale alla cui gestione partecipano le famiglie, i costi scendono a un livello che consentono anche alle famiglie a basso reddito di soddisfare quella domanda. Questo è il ragionamento da fare, e mi meraviglia che non si capisca come certi beni cosiddetti di lusso, che solo un 10% della popolazione poteva permettersi, siano ora alla portata di tutti. I beni relazionali sono invece prodotti oggi a prezzi troppo elevati, e poi, in maniera ipocrita, diciamo che “la gente non ha soldi per comprarli”, senza chiederci perché quei prezzi sono così elevati.

Esiste nel medio-lungo termine una capacità dell’impresa sociale di “contaminare” anche il mondo profit, e modificarne gli aspetti più “darwiniani”?

Non solo questo è possibile, ma sta già avvenendo. Ad esempio, le grandi banche italiane come Intesa Sanpaolo, Unicredit e Monte dei Paschi di Siena hanno dato vita in tempi recentissimi a banche non profit come Banca Prossima, e questo è un esempio di contaminazione. Tutto il processo che si chiama Responsabilità Sociale di Impresa, praticato dalle imprese capitalistiche oggi (non dico tutte, ma un certo numero sì), non è forse un esempio di contaminazione? Quindi, è evidente che la presenza di un nucleo di imprese sociali in un sistema ha l’effetto di contagiare anche i comportamenti degli altri, e questo sta già avvenendo – certo, non avviene ancora in maniera sufficiente per le  mie propensioni, però guardando in avanti vedo che questa sarà la traccia che verrà battuta nel prossimo futuro. E questo perché gli stessi imprenditori capitalistici hanno capito che è nel loro interesse: non perché abbiano cambiato mentalità, ma perché hanno scoperto che i profitti si fanno meglio se si umanizza l’economia. Questo è il punto: bisogna umanizzare l’economia, perché un’economia disumana alla fine diventa inefficiente – alla fine, non subito! Chi l’aveva capito 50 anni fa, prima di ogni altro, fu Adriano Olivetti, la cui grande statura sta nel fatto che era un capitalista, però aveva capito l’urgenza del processo di civilizzazione dell’economia. Sono stato nell’aprile scorso a Princeton, una delle più importanti Università negli Stati Uniti, e il titolo del convegno internazionale era Civilizing the Economy, “civilizzare l’economia”: anche gli americani stanno capendo che il modello capitalistico tradizionale fa acqua da tutte le parti e dunque non è sostenibile.

Parole chiave:
Lavoro, Legislazione